Il castello di Torre sorge su un'altura affacciata sul fiume Noncello, nel quartiere di Torre a Pordenone, circa 3 chilometri a nord-est del centro. Feudo medievale dei signori di Prata e poi, per quasi sei secoli, dei conti di Ragogna, è la sede del Museo Archeologico del Friuli Occidentale.
Il colle e il parco del castello di Torre
L'edificio poggia su un rialzo di terreno a 30 metri di quota, mentre la campagna ai suoi piedi resta a 23 metri. Il pendio scende molto ripido verso il fiume e sul lato est; la sommità fu forse spianata, o almeno livellata, per fare posto al borgo e alla bastia, cioè l'opera fortificata avanzata. Questa posizione dominante dava al maniero medievale la sicurezza di cui aveva bisogno.
Il parco attorno si divide in tre settori, uniti da un ponte sul Noncello: la parte di pertinenza del castello, quella davanti alla vecchia tintoria e l'area archeologica della villa romana. Le indagini del 2008 e del 2009 permisero di riconoscervi un vasto complesso residenziale e produttivo, in uso dagli ultimi anni del I secolo a.C. fino al IV d.C.: i laboratori stavano probabilmente nella bassura del fiume, le stanze padronali forse sull'altura della chiesa e nel parco stesso. Una tettoia metallica copre murature e mosaici, che si osservano a distanza dalla rete di protezione. Fra pozze d'acqua, boscaglie e radure vivono il tasso, la volpe, lo scoiattolo e la faina.
Torrione, volumi e piano nobile
Visto da vicino, il castello è un'aggregazione di corpi di fabbrica costruiti e rimaneggiati in epoche diverse, cresciuti a partire dal torrione; nella parte interrata si vede l'antico torrione circolare. Il piano nobile della costruzione seicentesca segue lo schema tipico della dimora signorile: al centro un salone passante, aperto a ovest da una finestra serliana, cioè a tre luci con quella centrale ad arco, e ai lati le stanze.
Nel 1567 Girolamo di Porcia lo descriveva come un castello a una sola torre, dove abitava la famiglia, con un villaggio fuori dalle mura e terre appartenute un tempo ai patriarchi di Aquileia. Fra le pertinenze c'erano i granai, che occupavano il luogo della scomparsa chiesa di San Giovanni.
Signori di Prata e patriarchi di Aquileia
Torre compare due volte nella bolla che papa Urbano III rilasciò a Verona nel 1186 a Gionata, vescovo di Concordia: fra i possedimenti temporali e fra le pievi della diocesi. Nel 1224 il castello figurava fra i beni di Guecelletto II di Prata, al quale il patriarca Bertoldo rinnovò l'investitura dei feudi di famiglia. Seguace del cugino Ezzelino III da Romano, Guecelletto dovette piegarsi dopo la sconfitta di quest'ultimo nel 1259, e nel 1260 i figli cedettero Torre alla Chiesa di Aquileia. I Prata la ripresero verso il 1293, ma nel 1300 il patriarca Pietro Gera tolse loro il possesso in modo definitivo.
Venne poi un secolo di passaggi di mano. Con una permuta, Corrado Pellizza ricevette Torre dal patriarca Ottobono Razzi e si obbligò a proteggerla; nel 1310 Torre fu incendiata dai Caminesi, e nel 1313 se ne impadronì il conte di Gorizia. Il patriarca Bertrando lo comprò nel 1334 dai conti di Porcia, che lo tenevano in pegno, ma nel 1350 Bianchino di Porcia, capitano di Pordenone, lo rioccupò. Rientrato fra i beni patriarcali e restaurato sotto Marquardo nel 1374, nel 1387 cadde in mano a Facino Cane, condottiero al soldo di Francesco da Carrara, e nel 1388 tornò alla Chiesa.
Giovannino di Ragogna e l'incendio del 1402
In conflitto coi Savorgnan, signori di Pinzano, il patriarca Giovanni di Moravia propose a Giovannino di Ragogna di scambiare la sua parte del castello superiore di Ragogna con Torre, aggiungendo 2200 ducati d'oro. L'atto preliminare porta la data del 29 agosto 1390, il contratto definitivo fu firmato a Cividale il 24 novembre 1391. Giovannino ricevette il castello col borgo, le fortificazioni entro i fossati e un feudo di 21 masi. Ambizioso, cercò di allargarlo a danno di Pordenone e di Cordenons: i pordenonesi lo accusavano di aver bruciato mulini e di voler uccidere il loro capitano, Mordax.
All'alba del 12 aprile 1402 alcuni soldati, appostati per ordine di Mordax, approfittarono del ponte abbassato da un servo sceso al pozzo per l'acqua e irruppero nel recinto. Giovannino si rifugiò nella torre con la moglie incinta e i nove figli; accorsa dai paesi vicini, la popolazione saccheggiò il castello e lo diede alle fiamme. Nel rogo morì tutta la famiglia, tranne Federico, Galeazo e Preduzza, che si salvarono gettandosi da una finestra e furono condotti prigionieri a Pordenone.
Il papa scomunicò i pordenonesi, e Gentile di Ravenna, maestro di grammatica a Cividale, compose sull'eccidio il poemetto in volgare «lamentatio castri Turris». Artigiani di Cividale e di Prata avviarono la ricostruzione, conclusa nel 1442, quando Federico tornò ad abitare il castello. Già il 15 dicembre 1411, però, l'esercito ungherese di Pippo Spano lo aveva saccheggiato, portando via prigioniero il signore. Fedele a Venezia, Torre restò indenne quando nel 1514 le truppe veneziane misero a sacco Pordenone; nella Pasqua del 1536, invece, un gruppo di pordenonesi assaltò il castello e uccise nel letto Zuan Battista, fratello di Giovanni Joseffo di Torre, insieme al nipote Ascanio e a due servitori.
Il conte Giuseppe di Ragogna e i suoi scavi
Nato a Torre il 24 settembre 1902, Giuseppe di Ragogna fu l'ultimo discendente maschio del ramo primogenito. Dopo la divisione dei beni, avviata nel 1901, il castello rimase per anni abbandonato e poi in parte affittato, e durante l'invasione austro-ungarica del 1917 l'archivio di famiglia andò quasi tutto disperso. Per pagare i debiti del padre, morto nel 1933, nel 1937 il conte vendette la sua quota al principale creditore, l'avvocato Locatelli, riservandosi la clausola di retrovendita: grazie a questa e a un prestito del parroco don Lozer, nel 1948 riacquistò l'intero castello.
Scrittore di drammi e romanzi, si scoprì archeologo nella primavera del 1934, quando nell'orto riaffiorò una tomba in laterizi con uno scheletro: al Museo di Udine notò che una sepoltura romana aveva forma e mattoni identici. Fra il 1939 e il 1940 scavò ai lati della chiesa di Torre; nel 1950 e nel 1952, sulla sponda sinistra del Noncello, guidò le due campagne che riportarono alla luce la villa romana. Pilastri e tubi per l'aria calda sotto i pavimenti gli fecero pensare a un edificio termale. Gli intonaci affrescati e i marmi pregiati rinvenuti fanno supporre un proprietario ricco e colto, legato forse alla casa imperiale giulio-claudia.
Nel 1965 i fondi per sistemare l'edificio, ridotto in condizioni precarie, arrivarono al conte dal Ministero della Pubblica Istruzione: i lavori, col rifacimento dei tetti, durarono dal 1966 al 1968. Con il testamento olografo del 17 gennaio 1970 lasciò castello e collezione archeologica alla Regione Friuli-Venezia Giulia: «Il castello sia destinato a museo». Morì ad Aviano il 7 febbraio. Davanti al disinteresse della Regione, nel 1971 la sorella Giuseppina destinò al Comune di Pordenone il castello coi mobili, i quadri e i manoscritti, nel caso la Regione rifiutasse il lascito; il Comune lo accettò.
Dentro il castello di Torre
Nel 1941 il conte riportò alla luce, nell'antica cappella, l'affresco dell'Annunciazione, attribuito a Gianfrancesco da Tolmezzo; lui stesso ne scrisse come di «Un'Annunciazione inedita di Leonardo». Fra il 1954 e il 1955 eseguì sondaggi al pianoterra, e coi restauri degli anni Sessanta furono sistemati la cappella e l'arco, detto «bizantino», che la separa dall'ingresso. Nel granaio, nel 1924, aveva debuttato la Filodrammatica Operaia di Torre, di cui il giovane Ragogna era presidente.
Le 24 sale del museo archeologico vanno dalla preistoria alle ceramiche medievali e rinascimentali, coi reperti della villa romana. Una è dedicata al conte e ricostruisce, con oggetti e quadri di famiglia e il mobilio superstite, un angolo della sua casa-studio.
Domande frequenti
Come si arriva al castello di Torre?
Il castello si trova in via Vittorio Veneto 19, nel quartiere di Torre: in auto, dalla statale 13 Pontebbana si seguono le indicazioni per il quartiere. A piedi o in bicicletta lo raggiungono dal centro di Pordenone i percorsi ciclopedonali lungo il Noncello.
La visita al castello di Torre è a pagamento?
Sì, per entrare nelle sale del museo si paga un biglietto. Ai resti della villa romana si accede attraverso il parco, su un sentiero pianeggiante di terra battuta e ghiaino.
