Giuseppe Tominz (Gorizia 1790 – Gradiscutta 1866) fu un pittore goriziano formato a Roma, che dal 1826 lavorò soprattutto a Trieste come ritrattista di commercianti, armatori e famiglie della città portuale. I suoi quadri, nitidi nei volti e minuziosi nelle stoffe, sono conservati al Museo Revoltella di Trieste e ai Musei Provinciali di Gorizia.
Gli anni goriziani e la miniatura del papa
Primo figlio di Giovanni Tominz, commerciante di ferramenta e possidente, nacque il 6 luglio 1790 e frequentò in modo irregolare la scuola dei piaristi. Le fonti indicano come suo primo maestro Carlo Kebar, ritrattista, acquerellista e miniaturista goriziano. Proprio da una miniatura di Pio VII, dipinta a olio su avorio in un tondo di 5,8 centimetri e firmata «Giuseppe Tominz 1802», parte la sua vicenda: l'autore aveva circa dodici anni.
Nel 1802 morì la madre e il padre si risposò. L'anno seguente, a tredici anni, il ragazzo lasciò la casa e girò per diversi paesi come «studente pittore», secondo quanto lui stesso dichiarò nel 1816. Fra il novembre del 1808 e il marzo del 1809 soggiornò a Gorizia l'arciduchessa Marianna d'Austria, sorella dell'imperatore Francesco I: notato il talento del giovane, gli procurò lettere di raccomandazione e il passaporto. Il 5 marzo 1809 Tominz partì per Roma.
A Roma, fra Raffaello e la Scuola del Nudo
Ad accoglierlo trovò Domenico Conti Bazzani, pittore mantovano che a Roma era assessore alla pittura, cioè incaricato di stimare le opere d'arte destinate all'esportazione. Tominz visse in casa sua per tutto il soggiorno romano. Il 1° ottobre 1809 l'arciduchessa morì e la borsa di studio promessa non arrivò mai: fu il padre a mantenere il figlio a proprie spese. Nel 1811 e nel 1812 il giovane risulta registrato in parrocchia come incisore, un mestiere che segnò il suo stile fondato sulla linea.
Si esercitò copiando Raffaello, dagli affreschi della Villa Farnesina alla Stanza della Segnatura in Vaticano. Nel settembre del 1814 ottenne un secondo premio assoluto per il disegno del nudo alla Scuola del Nudo, istituzione legata all'Accademia di San Luca e diretta quell'anno dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen: il foglio premiato, lo «Studio di Apostolo», è conservato all'Accademia. Il «Diario di Roma» lo definì un «giovine e di grandi speranze».
Nel 1817 lo stesso giornale lodò la sua copia della Madonna di Foligno di Raffaello, eseguita in Vaticano per lord William Bentinck su incarico del colonnello goriziano Carlo Catinelli. Il 2 maggio 1816 il pittore aveva sposato Maria Ricci, figlia della domestica di Conti Bazzani. Il 12 febbraio 1818 nacque il figlio Augusto; una settimana dopo morì il vecchio maestro, e la famiglia lasciò Roma passando per Firenze.
Il ritorno a Gorizia e il congresso di Lubiana
Nell'aprile del 1818 Tominz era a Gorizia. Quell'anno il governo del Litorale cercava un artista per due ritratti dell'imperatore Francesco I, destinati al Tribunale Cambio Mercantile di Trieste e al tribunale di Gorizia. Giuseppe Huyn, direttore delle Fabbriche, sostenne la sua offerta definendolo «uno dei più preggiati pittori» e giudicando il prezzo «discrettissimo»: Tominz ebbe l'incarico, preferito a Giovanni De Min. Nel 1820 seguì un terzo ritratto per il tribunale di Fiume.
Il pittore ambiva però alla pittura di storia. Fra il 1821 e il 1823 dipinse la pala dell'altare maggiore del duomo di Gorizia, la chiesa di Sant'Ilario, ma l'opera fu presto rimossa e tornò nella nicchia sopra l'altare soltanto nel 1924. Già nel 1854 il sacerdote Štefan Kociančič annotava che gli intenditori lo stimavano ottimo ritrattista e pittore di storia meno felice.
La svolta venne a Lubiana, dove arrivò per il congresso del 1821: secondo il suo primo biografo, lo storico croato Ivan Kukuljević Sakcinski, voleva fermarsi otto giorni e rimase due anni. I diplomatici convenuti da tutta Europa conobbero la sua abilità, e Tominz ritrasse sia nobili, come la contessa Cecilia Auersperg, sia coppie borghesi. Il 4 novembre 1822 nacque a Gorizia il secondo figlio, Raimondo.
Trieste e i «ritratti parlanti»
Alla fine dell'estate del 1826 si stabilì a Trieste. Su «L'Osservatore Triestino» del 9 settembre si presentò come «Pittore e Ritrattista a olio» e offrì lezioni di disegno; abitava sulla piazza del Ponte Rosso e più tardi aprì lo studio nella casa detta «delle bisse», in via San Lazzaro. Il principale concorrente era il bellunese Placido Fabris, che però lavorava con lunghe sedute da miniaturista e nel 1832 tornò a Venezia. L'anno dopo l'arrivo in città, nel 1827, Tominz perse la moglie.
Il suo metodo rispondeva alle attese dei mercanti: pose standard, la camera ottica per fissare subito le figure, e in genere due sole sedute. Fanny Herzog annotò di aver posato tre ore di fila, e poi ancora mezz'ora. Si racconta che nel 1836 abbia ritratto 24 ufficiali di una nave inglese nei 24 giorni della loro sosta in porto, al prezzo di una sterlina ciascuno.
Dal 21 luglio al 1° agosto 1830 allestì la sua prima mostra personale triestina, nella sala Miglietti: una quarantina di quadri a olio, quasi tutti ritratti di persone note in città. Il recensore lodò la somiglianza e la resa delle stoffe, e i dipinti furono detti «parlanti». Nei suoi quadri i goriziani posano davanti alla loro città e i triestini davanti al porto; nello studio si alternavano levantini, inglesi, dalmati, ebrei, ortodossi e protestanti.
Le critiche e gli ultimi anni a Gradiscutta
Nel 1838 l'abate Francesco Dall'Ongaro attaccò sul giornale «La Favilla» le sue «posture compassate» e il «plastico sorriso» dei volti. Tominz rispose con un beffardo autoritratto accovacciato, in cui si dipinse a figura intera, vestito di tutto punto ma con le brache calate, intento al più indecoroso dei bisogni. Dal 1840 al 1846 espose ogni anno alle mostre della Società triestina di Belle Arti, detta Filotecnica, ma gli schemi ripetuti e lo stile superato non lo facevano più emergere. Attorno al 1850 la sua fama calò, e il figlio Augusto lo affiancò sempre di più nel lavoro.
Nel 1855 il pittore tornò a Gorizia e poi si ritirò nella villa di famiglia a Gradiscutta, in sloveno Gradišče nad Prvačino, dove una sala era stata decorata dall'amico pittore Giuseppe Bernardino Bison. Nel 1860 donò cinque dipinti alla chiesa del villaggio, in parte opera di Augusto. I problemi agli occhi lo portarono quasi alla cecità. Morì a Gradiscutta il 22 aprile 1866, a 76 anni, e fu sepolto con il fratello Francesco, morto nel 1870; accanto al suo nome il parroco di Gorizia scrisse «Celeberrimus pictor!».
Dove si vedono i quadri di Giuseppe Tominz
A Gorizia, la pinacoteca dei Musei Provinciali occupa il piano nobile di palazzo Attems Petzenstein e conserva l'Autoritratto con il fratello Francesco, una tela di 168 per 159 centimetri dipinta intorno al 1818. Giuseppe, in camice bianco e mantello rosso, regge tavolozza e pennelli accanto al fratello in frac di velluto blu; due cani legati allo stesso guinzaglio alludono alla fedeltà, una statua antica, probabilmente la Concordia, chiude la scena e sullo sfondo compare Gorizia, col castello e i campanili.
A Trieste il Museo Revoltella espone l'autoritratto accovacciato nella sala Tominz, al pianterreno di palazzo Revoltella: una tavola di 182 per 144 centimetri, rimasta nella villa di Gradiscutta fino alla fine dell'Ottocento e documentata nelle raccolte civiche dal 1930. Il museo custodisce anche il ritratto della famiglia de Brucker e quello dell'armatore Drago Popovich. Il legame con il Revoltella passò per la famiglia: Augusto ne fu direttore e conservatore dal 1872 al 1883, il figlio Alfredo dal 1883 al 1926.
Altre opere sono alla Narodna galerija di Lubiana, fra cui l'Autoritratto alla finestra, firmato e datato 1826, e il ritratto del padre anziano.
Domande frequenti
Come si pronuncia il cognome di Giuseppe Tominz?
L'accento cade sulla i, Tomínz e non Tóminz, come precisava già nel 1952 lo studioso Remigio Marini, autore di una monografia sul pittore. In Slovenia il pittore è noto come Jožef Tominc.
Giuseppe Tominz ebbe allievi a Trieste?
Sì: dalla sua bottega uscirono Luigi Capodaglio, Cristiano de Mayr, Francesco Malacrea e il goriziano Giuseppe Giacomo Battich, oltre al figlio Augusto, che esordì con lui alla mostra del 1835.
