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Il Museo dell'emigrazione di Cavasso Nuovo: dodici sezioni nel Palazàt dei conti Polcenigo-Fanna, dai mosaicisti alle vedove bianche

Il Museo dell'emigrazione di Cavasso Nuovo, nel Palazàt dei Polcenigo-Fanna: lettere, passaporti e foto in dodici sezioni, dai mosaicisti alle vedove bianche.

Il Palazàt di Cavasso Nuovo, sede del Museo dell'emigrazione: palazzo con torri tonde e portale sulla piazza
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

Il Museo dell'emigrazione di Cavasso Nuovo, in provincia di Pordenone, occupa tutto il secondo piano del Palazàt, il palazzo che i conti Polcenigo-Fanna costruirono fra il 1562 e il 1594. In dodici sezioni lettere, passaporti e fotografie raccontano il lâ pal mont, l'andare per il mondo.

L'idea di Diogene Penzi e l'inaugurazione del 2000

L'idea di un museo dedicato al lavoro e all'emigrazione venne al professor Diogene Penzi, studioso appassionato delle vicende del territorio. Dopo la sua morte il progetto fu ripreso dal Circolo Culturale Castel Mizza di Cavasso Nuovo e dal Centro Culturale Menocchio di Montereale Valcellina, con l'appoggio della IV Comunità Montana Meduna-Cellina, di Montagna Leader e del Comune. Con il contributo decisivo della Provincia di Pordenone la sezione fu inaugurata il 16 settembre 2000, fra i primi musei italiani dedicati all'emigrazione.

Il museo è la sezione «Lavoro ed emigrazione» del Museo provinciale della vita contadina Diogene Penzi, che ha sede anche a San Vito al Tagliamento e a Maniago. Oltre a conservare, fa da centro di documentazione: studia gli aspetti sociali, politici, economici e linguistici dei flussi migratori da e verso il Friuli. Nel Friuli occidentale l'emigrazione ha toccato quasi ogni famiglia, e la scala provinciale della sezione ha una ragione precisa: per capire l'emigrazione friulana nel suo insieme bisogna studiarne le differenze da un territorio all'altro, fino al singolo villaggio.

Ambulanti della Valcellina e muratori nelle «Germanie»

All'inizio di ogni sezione un pannello presenta il tema. Li ha curati Javier P. Grossutti, curatore scientifico del museo, figlio di emigranti friulani in Argentina, che si occupa di storia dell'emigrazione friulana. Il percorso segue l'ordine del tempo: si comincia con i documenti che attestano emigranti friulani nella Repubblica Veneta già dal 1546, si passa agli ambulanti della Valcellina del Cinque e Seicento e ai muratori e scalpellini di Spilimbergo e Sequals diretti nelle «Germanie», e verso la fine dell'Ottocento si arriva ai primi flussi verso il Brasile e l'Argentina.

Altre sezioni seguono i mestieri legati a una zona di partenza: i cuochi e i camerieri della fascia pedemontana fra Montereale Valcellina e Aviano, i boscaioli della Valcellina e della Val Tramontina, gli scalpellini e gli squadratori di traversine. Un posto a parte hanno i mosaicisti e i terrazzieri, che portarono il loro mestiere in Europa, nelle Americhe, in Australia e in Sudafrica e fecero di molti friulani dei professionisti abili, parte di un'«aristocrazia operaia». Anche da Cavasso Nuovo partirono in molti, come operai e imprenditori dell'edilizia, dei terrazzi e dei mosaici.

Balie, vedove bianche e benefattori

Una sezione è dedicata alle donne: chi partiva per il gî a servi, l'andare a servizio, o per fare la balia nelle città italiane, e le mogli degli emigranti rimaste a casa, le «vedove bianche». Molti emigranti, con un lavoro duro, riuscirono a fare fortuna, e alcuni ne misero una buona parte a disposizione della comunità da cui erano partiti: le scuole di mestiere, gli asili e gli altri servizi nati dai loro doni sono il tema di un'altra sezione.

Il museo possiede oltre 1000 pezzi e ne espone circa 400 fra fotografie, documenti e oggetti: lettere, passaporti, avvisi di chiamata per l'estero, diari, manifesti, carte delle comunità all'estero e strumenti di lavoro, arrivati in gran parte da famiglie friulane e da comunità emigrate. Le immagini hanno un ruolo centrale in un percorso che tocca le cause e i modi della partenza, le reti migratorie, il viaggio, il lavoro, l'impresa, il rientro e la vita delle comunità all'estero. L'ultima sezione guarda alla diaspora friulana e ai problemi che l'emigrazione ha lasciato aperti, come le famiglie non ancora ricongiunte.

La Scuola di Disegno del maestro Calligaro

Una sala, intitolata alla Scuola di Disegno di Cavasso, espone gli elaborati grafici del maestro Ernesto Calligaro, dagli anni Venti agli anni Cinquanta: nella scuola si formavano gli artigiani edili, che spesso andavano poi a lavorare all'estero. La scuola nacque nel 1920 su proposta del Club sportivo cavassese, e nel 1923 espose i lavori dei suoi allievi; nel luglio di quell'anno un ispettore dell'Ufficio Provinciale per l'istruzione lodò i dirigenti. Negli anni seguenti i corsi si tennero ogni sera, e i ragazzi restavano in aula oltre l'orario e la raggiungevano con qualsiasi tempo.

Il nome della scuola resta legato a Calligaro, maestro e direttore nato a Cavasso, che senza mezzi era arrivato con tenacia alla Licenza Tecnica Statale e restò nella scuola per oltre 30 anni. Il suo motto era «Elevare la cultura e sviluppare le attitudini dei giovani operai mediante l’insegnamento del disegno professionale e la tecnologia concernente le varie arti maggiormente esercitate nel territorio». Gli emigranti, soprattutto dagli Stati Uniti, mandavano offerte alla scuola, consapevoli di quanto servisse ai giovani una buona istruzione professionale. La sala fa parte della cellula ecomuseale «Scuole professionali ed emigrazione».

Il Palazàt dei conti Polcenigo-Fanna

I signori di Polcenigo di Fanna di Sopra vissero fino al Cinquecento nel castello di Mizza. Quando, con l'ascesa del dominio veneziano, i castelli della pedemontana persero la funzione di difesa, i conti Fantusio e Antonio di Polcenigo Fanna vollero una residenza in piano, e fra il 1562 e il 1594 costruirono un palazzo dall'aspetto di castello alla francese. Due torri circolari agli angoli chiudono la facciata, che ha al centro il portone e una torre, e cornici a bugnato rustico incorniciano ogni apertura per dare un'idea di potenza e solidità. La facciata sulla piazza fa da quinta scenica, ed è questo che sottolinea il nome «Palazàt». Su alcune finestre e sul lato sinistro restano tracce degli affreschi che coprivano parte delle facciate; il palazzo aveva anche affreschi settecenteschi di Domenico Tuzzi.

Fra il XVI e il XVIII secolo il palazzo fu sede della giurisdizione locale. Nel 1607 Gio Batta Polcenigo, fatto prigioniero durante un'incursione dei Turchi, fu liberato pagando 7.000 ducati, una somma che intaccò a fondo le ricchezze della famiglia. I Polcenigo erano in buoni rapporti con la Serenissima, e il loro benessere durò fino al 1797, quando le truppe napoleoniche scesero in paese e saccheggiarono il palazzo. All'inizio dell'Ottocento il pittore bolognese Antonio Basoli vi dipinse decorazioni che sono andate perdute. Nell'Ottocento il Palazàt fu destinato ad altre attività: nel corso del tempo ha ospitato una scuola elementare, la scuola di disegno, un ambulatorio medico e perfino una latteria.

Gravemente danneggiato dal terremoto del 1976, è stato recuperato con l'intervento della Soprintendenza per i beni ambientali, e dal 2000 è sede del municipio e del museo. I restauri hanno riportato in uso alcune stanze, come il piccolo salone a pianterreno, con fregi a temi mitologici, trofei e nature morte e una serie di affreschi mitologici del XVIII secolo.

Domande frequenti

Dove si trova il Museo dell'emigrazione di Cavasso Nuovo?

Il Museo dell'emigrazione si trova a Cavasso Nuovo, nella pedemontana pordenonese, al secondo piano del Palazàt, il palazzo dei conti Polcenigo-Fanna che è anche sede del municipio.

Che cosa si vede nel Museo dell'emigrazione di Cavasso Nuovo?

Il Museo dell'emigrazione espone circa 400 fra fotografie, documenti e oggetti in dodici sezioni: lettere, passaporti, avvisi di chiamata per l'estero, diari e strumenti di lavoro.

Quando è stato inaugurato il Museo dell'emigrazione di Cavasso Nuovo?

Il Museo dell'emigrazione di Cavasso Nuovo è stato inaugurato il 16 settembre 2000, nel Palazàt recuperato dopo il terremoto del 1976.

A quale museo appartiene la sede di Cavasso Nuovo?

La sede di Cavasso Nuovo è la sezione «Lavoro ed emigrazione» del Museo provinciale della vita contadina Diogene Penzi, che ha sede anche a San Vito al Tagliamento e a Maniago.

Come arrivare

In treno si scende alla stazione di Fanna - Cavasso: da lì al Museo dell'emigrazione di Cavasso Nuovo sono 900 metri, da fare a piedi.

Per chi viaggia in autostrada l'uscita più vicina è Pordenone: restano 34,6 km, 36 minuti.

I tempi in auto sono calcolati senza traffico, fino al Museo dell'emigrazione di Cavasso Nuovo.

Info utili

Dove si trova
Cavasso Nuovo (PN)
Coordinate
46,19395 N, 12,76871 E (Museo dell'emigrazione di Cavasso Nuovo) · Apri su Google Maps

Strade © OpenStreetMap (ODbL) · Fonti e licenze

Fa parte di: Musei e siti archeologici del Friuli