Arte & Cultura · 11 min di lettura

Museo Sartorio a Trieste, la villa dei Sartorio e i 254 disegni di Tiepolo

Il Museo Sartorio a Trieste è la villa neoclassica dei mercanti Sartorio, con i salotti dell'Ottocento, il Trittico di Santa Chiara e i disegni di Tiepolo.

Villa Sartorio a Trieste col portico a tre archi, cedro, statue nel giardino e mare oltre i tetti
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

Il Museo Sartorio è una casa museo di Trieste, allestita in una villa sorta alla fine del Settecento vicino al mare e rimodellata in forme neoclassiche nell'Ottocento. Anna Segrè Sartorio, ultima discendente di una famiglia di mercanti venuta da Sanremo, la lasciò al Comune con arredi e collezioni, fra cui 254 disegni di Giambattista Tiepolo.

La villa dei Santi Martiri a Trieste

Durante i restauri, nei sotterranei dell'edificio sono affiorati i resti di una domus romana del I secolo d.C., entrati a far parte del percorso di visita. Attorno al VII secolo la zona venne abbandonata. Nel Medioevo i terreni di quest'area, detta «dei Santi Martiri», appartenevano a ordini religiosi, e nel Settecento il pendio fu sistemato a terrazze che scendevano verso il mare. Alla fine di quel secolo vi sorse un'ampia costruzione a due piani, che passò dai Camondo ai Salem, ai Cassis Faraone e infine ai Fontana.

La forma attuale si deve all'architetto Nicolò Pertsch, che nel 1838-1839 diede un disegno neoclassico sia alla facciata sul giardino sia a quella posteriore. Davanti ai due ingressi pose altrettanti portici a tre fornici, cioè a tre aperture ad arco, sul modello di quello che suo padre Matteo Pertsch aveva ideato nel 1801 per il Teatro Nuovo, poi Teatro Comunale «G. Verdi». Negli stessi anni l'interno si arricchì di nuovi ambienti: una sala a volta legata alla piccola cappella, divenuta l'ultima stanza della biblioteca, e la sala gotica al piano superiore. Nel 1839 i Sartorio affidarono a Francesco Scalmanini il progetto dell'ingresso principale e della casetta del custode.

Una scala di legno, più leggera, prese nel 1926 il posto di quella originaria in pietra. Negli anni Trenta un moderno impianto di riscaldamento sostituì le stufe di maiolica, di cui la casa conserva tre esemplari, uno per piano.

Il giardino nacque come un piccolo parco all'inglese, con viali sinuosi che disegnano aiuole irregolari, e lo domina un cedro del Libano dalla chioma a ombrello. Le statue arrivarono nel 1994 dalla villa Carolina di Montebello, un'altra proprietà dei Sartorio, e ornavano in origine la villa Gradenigo sul Terraglio, in Veneto.

Raro esempio triestino di scultura da esterno del primo Settecento, raffigurano in pietra di Vicenza Apollo con la lira, Bacco ebbro, Pallade con elmo e scudo, Iole con la clava, Pomona col tralcio d'uva e Sileno appoggiato all'asino; soltanto la Venere con delfino, sotto il portichetto d'ingresso, è di marmo e porta la firma di Francesco Bonanni. Restaurato nel 2013, il giardino ha alcuni reperti di pietra murati nella cinta e una piccola stele per Luchy, il cane di Anna Sartorio.

I Sartorio, mercanti da Sanremo

Pietro Sartorio senior lasciò Sanremo nel 1775 e si stabilì a Trieste come commerciante di granaglie. Entrò nel patriziato cittadino, ebbe molte cariche pubbliche e passò l'attività ai figli Giovanni Guglielmo e Pietro. Il secondo sposò Giuseppina Fontana, che gli portò in dote la villa e nel 1836 ne risultava l'unica proprietaria: insieme la arredarono coi mobili e i quadri che il museo espone.

Dei loro quattro figli fu Giuseppe Sartorio a ereditare la passione per l'arte. Collezionista competente, nel 1893 il barone acquistò da un antiquario triestino la raccolta dei disegni di Tiepolo, che alla sua morte, nel 1910, lasciò al Comune. La villa era passata a lui nel 1905; nel 1911 andò alla sorella Paolina e alla nipote Anna Sartorio Segrè, che nel 1923 rilevò la quota della zia.

Nel 1943 i tedeschi requisirono l'edificio; nel maggio 1945 vi entrarono i partigiani di Tito e dopo di loro il Governo Militare Alleato, che lo tenne fino al 1954. Gli Alleati vi avevano il quartier generale, e su piastrelle e muri restano i segni dei cavi del telefono e della corrente.

Anna morì nel 1946. Per testamento destinò al Comune di Trieste la casa con gli arredi e le collezioni, col vincolo di non venderla e l'obbligo di trasformarla in museo; la proprietà passò al Comune il 5 maggio 1949, e il Civico Museo Sartorio aprì al pubblico nel marzo 1954. Col tempo accolse altre raccolte dei Civici Musei di Storia ed Arte, fra cui quelle Rusconi-Opuich, Costantinides, Piperata e Lokar. Restaurato fra il 2004 e il 2006 dal Comune, con un generoso contributo della famiglia Costantinides, riaprì nel 2006 dopo due anni di chiusura. Fulvia Costantinides (1924-2020) e il figlio Fulvio finanziavano lavori dal 1998, in ricordo del marito Giorgio, chimico della Raffineria Aquila e docente all'Università di Trieste.

Il pianterreno, dalla biblioteca alla cucina

Varcato il cancello di ferro, si passa sotto un portico a tre archi e si segue un viale lastricato di arenaria fino all'entrata. Nel piccolo ingresso semicircolare, due panche portano lo stemma del conte Salvatore Segrè Sartorio col motto «Omnia pro patria libenter». L'atrio riunisce ritratti di famiglia, due paesaggi dipinti in tarda età da Giovanni Guglielmo Sartorio e alcune vedute delle dimore dei Sartorio: un acquerello di Romano mostra quanto fosse rigoglioso il giardino nel 1880, due oli di Carlo Wostry ritraggono la villa Carolina.

Il salone della caccia, aperto sul giardino, deve il nome ai trofei che un tempo lo ornavano. Ha un grande camino di pietra, un pavimento a terrazzo veneziano e un soffitto a cassettoni e palmette, dipinto fra la fine del Settecento e l'inizio dell'Ottocento e riscoperto solo in parte. Il lampadario e le quattro applique coordinate li commissionò nel 1921 Salvatore Segrè, marito di Anna, al friulano Alberto Calligaris, artista del ferro battuto.

La biblioteca occupa tre stanze con librerie dell'Ottocento e circa seimila volumi rilegati con cura: classici, letteratura del Sette e dell'Ottocento, libri di viaggio, manuali di agraria e giardinaggio e una rara sezione di testi massonici del Settecento. Nella prima stanza sei scene di costume veneziano del Settecento, note come «Il complessino delle maschere», riprendono modelli di Pietro Longhi. Nella seconda, fra vedute di città e campielli veneziani dell'Ottocento, stanno i due globi del Seicento, terrestre e celeste, del cartografo di Amsterdam Wilhelm Janszoon Blaeu. La terza, un tempo ambiente di servizio, divenne biblioteca coi restauri degli anni Duemila: ha una grande libreria a colonne corinzie e dipinti di Francesco Zugno e Giovanni Battista Lampi.

Prima della cucina, una sala di quadri di genere espone il «Mangiatore di pasta e fagioli» e l'«Ostricaio» di Giovanni Pagliarini e una natura morta con fagiano di Francesco Malacrea. La cucina fu ricostruita nel 2001 su strutture e oggetti originali, con utensili giunti da donazioni successive, e mostra una collezione di rami.

Capolavori dell'Istria al Museo Sartorio

Quattro sale del pianterreno, riallestite nel 2013, custodiscono i cosiddetti «Capolavori dell'Istria», una ventina di opere di proprietà dello Stato provenienti da chiese e musei di Capodistria, Pirano e Portorose. Nel 1940, secondo le leggi sulla protezione del patrimonio in caso di guerra, furono messe al sicuro in Friuli insieme a gran parte dell'arte istriana e friulana. Nel 1948 partirono per Roma, dove restarono al Museo Nazionale Romano fino al 1972 e poi a Palazzo Venezia. Restaurate fra il 2002 e il 2004, nel 2005 comparvero nella mostra «Histria» al Museo Revoltella, e dal 2006 sono al Sartorio.

Le opere documentano la pittura veneziana dal Trecento al Settecento: spiccano le tavole di Paolo Veneziano e di Alvise Vivarini, il telero, cioè la grande tela, di Vittore Carpaccio e una pala d'altare di Giambattista Tiepolo. Il restauro ha permesso anche di precisare date e autori: l'Annunciazione della chiesa di Santo Stefano a Pirano è stata riferita a Matteo Ponzone, il Cristo dolente che stava al Pio Istituto Vittorio Emanuele III di Pirano a Francesco Terilli.

Salotti e trittico al primo piano

Il primo piano si apre con la sala da pranzo Biedermeier e la sua tavola apparecchiata. Sulla credenza è esposto un servizio di porcellana di Meissen in gusto tardo rococò, che il re di Sassonia Federico Augusto II regalò per le nozze a Giovanni Guglielmo Sartorio, console di Sassonia a Trieste. Sopra le porte stanno tempere di Giuseppe Bernardino Bison, nato a Palmanova nel 1762 e morto a Milano nel 1844; due scene di mercato, «La bancarella del pesce» e «La bancherella della verdura», sono attribuite al veneziano Francesco Polazzo.

Nel salotto degli antenati si raccolgono i ritratti ottocenteschi della famiglia. Il salottino di Paolina Sartorio, in stile Luigi XVI, è foderato di pannelli ricamati, forse dalle donne di casa, e conserva porcellane di Vienna e di Napoli. Diversa da tutto il resto, la sala neogotica ha una decorazione uniforme dal pavimento al soffitto fino ai mobili, secondo la moda del recupero degli stili storici della metà dell'Ottocento; le grandi tele sono dei veneziani Ludovico Lipparini e Michelangelo Grigoletti.

Ricevimenti e balli si tenevano nel salone centrale, affacciato sulla terrazza verso il giardino, con consolle a specchio in stile Impero e due arazzi fiamminghi del Settecento del tipo detto «boscarecce».

Nella sala di musica, accanto al pianoforte e a una dormeuse Impero, una vetrina dell'ebanista triestino Giuseppe Passalacqua contiene il servizio di porcellana col monogramma S.S. di Salvatore Segrè Sartorio. I restauri del 2006 vi hanno scoperto pitture murali degli anni Venti dell'Ottocento: sul soffitto otto puttini reggono i lembi di un velario, e negli angoli compaiono strumenti musicali. Seguono il salotto rosa, con mobili neorococò intarsiati a fiori e due poltrone Luigi XV dalla tappezzeria rosa e oro originale, e la «Stanza da letto del Duca», in stile Impero, che nel 1919 ospitò Emanuele Filiberto duca d'Aosta.

L'ultima sala del piano è riservata al Trittico di Santa Chiara, tempera su tavola veneziana della prima metà del Trecento. Lo scomparto centrale si divide in 36 riquadri a fondo oro con episodi della vita di Cristo, eccetto gli ultimi due, dedicati alla morte di santa Chiara e alle stimmate di san Francesco. Chiuse, le ante laterali mostrano san Cristoforo e san Sergio, che tiene in mano l'alabarda di Trieste, segno che l'opera nacque per la città. La parte centrale, del primo decennio del Trecento, è assegnata a un maestro vicino ai modi bizantini e alla miniatura, identificato con Marco Veneziano o col Maestro di Santa Chiara; le ante, verso il 1320, ai modi di Paolo Veneziano o di un suo stretto collaboratore.

Il trittico apparteneva alle monache del monastero di San Cipriano di Trieste, che alla fondazione, nel 1278, seguivano la regola di santa Chiara e nel 1367 passarono a quella di san Benedetto. Nella seconda metà dell'Ottocento le benedettine lo donarono a Lorenzutti, medico e letterato triestino, che lo lasciò al Comune. Tre sale vicine accolgono la collezione Rusconi-Opuich, arrivata nel 1975: più di 2.500 pezzi dall'antichità al Novecento, fra dipinti, icone, ventagli, gioielli romani e ottocenteschi, strumenti musicali, vetri e tappeti.

Dai disegni di Tiepolo alle ceramiche

Al secondo piano, oltre la sala da pranzo in stile Luigi XVI dai mobili chiari e dalle superfici verde salvia e il salottino di Anna, tappezzato a fiori, una sala attrezzata apposta ospita i disegni di Giambattista Tiepolo, una delle raccolte più importanti al mondo.

Negli annessi, il giardino d'inverno accoglie un gruppo di grandi gessi e immette nella Gipsoteca-Gliptoteca, ricavata nell'antica rimessa delle carrozze: più di 500 sculture, fra busti, figurine e bozzetti di monumenti e tombe, raccolte dalla fine dell'Ottocento. Molti ritratti di personaggi illustri erano esposti prima nel Civico Museo di Storia Patria di via Imbriani. I pezzi più antichi sono quattro calchi di Antonio Canova, usciti dalle sue mani: oltre al suo autoritratto, il volto di Napoleone Bonaparte e quelli di Gioacchino Murat e della moglie Carolina, dei quali le versioni in marmo sono andate perdute.

Ci sono poi i bozzetti presentati ai concorsi per i monumenti a Domenico Rossetti, a Ferdinando Massimiliano d'Asburgo e a Guglielmo Oberdan, e opere di quasi tutti gli scultori triestini fra Otto e Novecento. Accanto si trova la quadreria «Laura Ruaro Loseri», climatizzata, con oltre mille dipinti dei Civici Musei.

Un ascensore scende al sotterraneo, dove circa 250 ceramiche dal Medioevo all'Ottocento, giunte soprattutto dai lasciti delle famiglie Sartorio, Morpurgo, Currò e Rusconi, ripercorrono le grandi manifatture italiane. Il giro parte dalla maiolica arcaica quattrocentesca di Orvieto e dai pezzi di Faenza, tocca i boccali a grottesche di Deruta e Pesaro, Pisa e Montelupo, il Veneto fino alle officine di Bassano e Nove. Vengono poi il blu della Liguria, le opere della famiglia Grue di Castelli d'Abruzzo e i motivi geometrici di gusto arabo dell'Italia meridionale, prima degli esempi inglesi. Le ultime quattro vetrine riuniscono settanta pezzi di terraglia fine triestina degli ultimi tre decenni del Settecento, lisci e color avorio, con trafori delicati e rilievi nitidi.

Domande frequenti

Dove si trova il Museo Sartorio?

L'indirizzo è largo Papa Giovanni XXIII 1, a Trieste.

Perché il Museo Sartorio è definito una casa museo?

Mobili, opere d'arte, cimeli e oggetti d'uso quotidiano della famiglia fanno parte del percorso espositivo, così la visita attraversa le stanze come erano abitate nell'Ottocento.

Come arrivare

La stazione ferroviaria più vicina è Trieste Centrale, a 2,1 km di strada (3 minuti in auto).

In auto, dalla SS202 si esce a Valmaura - Stadio: poi 4,7 km, 6 minuti di guida.

I tempi in auto sono calcolati senza traffico, fino a Civico Museo Sartorio.

Info utili

Dove si trova
Trieste (TS)
Coordinate
45,64631 N, 13,76323 E (Civico Museo Sartorio) · Apri su Google Maps

Strade e posizione © OpenStreetMap (ODbL) · Fonti e licenze

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