Arte & Cultura · 7 min di lettura

Villa Manin a Codroipo, la dimora dell'ultimo doge e di Napoleone

Villa Manin a Codroipo, villa veneta dei Manin a Passariano, con barchesse, esedre e un parco di 18 ettari, quartier generale di Napoleone nel 1797.

Villa Manin a Codroipo dall'alto: corpo centrale, ali porticate, esedre sulla piazza tonda e il parco d'autunno
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

La Villa Manin è il complesso monumentale che la famiglia Manin fece crescere a Passariano, nel comune di Codroipo, fra il tardo Cinquecento e il Settecento, a partire da una casa padronale posta al centro delle sue terre. Fu la residenza estiva di Lodovico Manin, ultimo doge di Venezia, e nel 1797 il quartier generale di Napoleone Bonaparte.

Barchesse, esedre e piazze di Villa Manin

Passariano si trova in un punto della campagna friulana dove i traffici dell'alto Adriatico incontravano le strade che, dalla valle del Tagliamento, salivano verso l'Europa centrale. Le merci vi giungevano per mare e risalendo il fiume Stella, mentre per terra lo «Stradone Manin» univa la tenuta a San Daniele del Friuli.

Il corpo centrale guarda su una corte a prato, chiusa ai fianchi da due barchesse simmetriche, lunghe ali percorse da un porticato a doppia altezza. Verso l'esterno la corte termina con recinzioni, peschiere e una cancellata retta da colonne di pietra; al di là si apre la «Piazza Quadra», seguita dalla «Piazza Tonda», che due esedre, cioè ali curve, abbracciano sul modello del colonnato di San Pietro. In cima al corpo nobile spicca il belvedere, con cinque finestre sul fronte e altrettante sul retro e un timpano a chiudere il coronamento. Statue allineate sui tetti della villa, delle barchesse e del cortile d'onore completano la scena, che secondo la scheda ministeriale fa apparire l'insieme più una reggia che una villa. Il sito ufficiale la presenta come la più grande villa veneta mai costruita.

Cantiere e architetti della «Fabrica di Persereano»

Originari di Firenze, i Manin si stabilirono in Friuli fra la fine del Duecento e l'inizio del Trecento, a Udine. Nel 1578 Antonio Manin comprò la gastaldia di Sedegliano e innalzò a Passariano una grande casa padronale: era il centro di un'azienda agricola, nata quando Venezia, perduto il dominio dei mari, rivolgeva i propri interessi alla terraferma. Un suo nipote, Ludovico, la trasformò in un complesso unitario, pensato sia per il lavoro dei campi sia per la rappresentanza.

Nel 1651 Ludovico I Manin chiese al proto Giuseppe Benoni il disegno di dieci pilastri per la nuova dimora: cominciava così la «Fabrica di Persereano», dal nome antico di Passariano, un cantiere che durò circa un secolo. L'insegnamento del Palladio vi fu decisivo, filtrato dalla lezione di Baldassarre Longhena. Dalla fine del Seicento la famiglia accorpò altri terreni attorno alla tenuta, e nella prima metà del secolo successivo la dotò di mulini, fornaci, cartiere e filande.

L'architetto Domenico Rossi, che lavorava per i Manin anche a Venezia e a Udine, tracciò la Piazza Quadra nel 1707 e la Piazza Tonda nel 1718. Fra gli anni Trenta e Quaranta del Settecento Giovanni Ziborghi rialzò le barchesse, e verso il 1750 Giorgio Massari disegnò il belvedere per riequilibrare le proporzioni della facciata centrale.

Dal giardino barocco al parco romantico

Il parco storico occupa circa 18 ettari alle spalle della villa. Francesco IV Manin ne abbozzò i primi disegni nel 1670, guardando a Vincenzo Scamozzi e a Longhena. Nel Settecento un «giardiniere francese», allievo di Le Nôtre, l'autore del parco di Versailles, lo trasformò in un giardino barocco che Giovanni Ziborghi, «maestro di casa» dei Manin, arricchì di labirinti, giochi d'acqua, serragli per animali, aranciere, ghiacciaie sotterranee, giardini pensili, logge e modellini di fortezze. Laghetti, fontane e statue lo popolavano, e nel 1766 il poeta Daniele Florio lo chiamò «Albergo della Pace e del Piacere». Carlo Goldoni, colpito dall'«immenso palazzo» e dai «superbi giardini», parlò di una residenza degna di un re.

Nel 1809 il veneziano Giannantonio Selva, autore del teatro La Fenice, ripensò il parco in chiave neoclassica: ne semplificò il disegno e vi aggiunse il tempietto che sta sopra la ghiacciaia. L'ultimo grande intervento dei Manin risale al 1863, quando il friulano Pietro Quaglia, interprete del giardino romantico all'inglese, piantò ampie zone boscose ai due lati del grande prato centrale e fece scavare i laghetti. Il sentiero che corre lungo i bordi del prato disegna la sagoma dello stivale d'Italia, omaggio ai sentimenti risorgimentali dei proprietari; alla stessa fase appartengono le peschiere.

Il doge e Napoleone a Passariano

Nel 1738 la villa accolse la regina Maria Amalia di Sassonia. Lodovico Manin (1726-1802), ultimo doge di Venezia, ne fece la propria residenza estiva e vi soggiornò prima e dopo l'abdicazione del 1797.

Quell'anno, al termine della prima campagna d'Italia, Napoleone Bonaparte scelse Passariano come quartier generale per trattare con gli austriaci e vi rimase dal 27 agosto al 22 ottobre 1797; a metà settembre lo raggiunse la moglie Giuseppina di Beauharnais. La cognata del doge, che passava l'estate nella villa, dovette trasferirsi in una casa colonica della vicina Bertiolo, portando con sé arredi e opere d'arte per paura dei saccheggi della guarnigione francese. Il 17 ottobre fu firmato il Trattato di Campoformido: chiudeva la guerra con l'Austria e cedeva agli Asburgo i territori della Repubblica di Venezia, ponendo fine alla sua indipendenza secolare.

Guerre, abbandono e rinascita di Villa Manin

Caduta la Serenissima, i Manin tentarono di rilanciare la tenuta. Lodovico Leonardo, nipote del doge, fu ciambellano e consigliere dell'imperatore d'Austria, mentre suo figlio Lodovico Giuseppe abbracciò la causa patriottica: entrato nell'Associazione Agraria Friulana, fondata nel 1846, migliorò l'irrigazione e convertì la cartiera in fabbrica chimica. Gli mancarono però i capitali, le terre si assottigliarono e molti coloni e mezzadri presero la via dell'emigrazione.

Durante la Prima guerra mondiale la villa servì da ospedale militare, visitato da Vittorio Emanuele III; dopo la ritirata di Caporetto ospitò gli stati maggiori dell'imperatore Carlo I d'Asburgo e del kaiser Guglielmo II. Nei dintorni si combatté il 30 ottobre 1917 la battaglia di Codroipo, in cui oltre 300.000 soldati italiani resistettero a quattro divisioni tedesche. Fra il 1940 e il 1943 la Soprintendenza vi depositò le opere d'arte del Friuli e dell'Istria; poi la occuparono le truppe tedesche e, a fine guerra, quelle alleate, con un lungo campo di soldati sudafricani nel parco.

Liti familiari, lo smembramento della proprietà, i costi di manutenzione e i ripetuti saccheggi portarono il complesso al degrado. Nel 1961 il Ministero della Pubblica Istruzione lo espropriò a favore dell'Ente Ville Venete, che ne avviò il restauro, e nel 1969 la Regione Friuli Venezia Giulia acquistò 8.500 metri quadrati di edifici e il parco. L'apertura al pubblico venne con la mostra su Giambattista Tiepolo, dal 27 giugno al 31 ottobre 1971, curata da Aldo Rizzi e vista da oltre 320.000 persone. Rizzi, conservatore della villa dal 1972 al 1993, dopo il terremoto del 1976 fondò nelle esedre la Scuola del Restauro per recuperare le opere danneggiate.

Sale affrescate e cappella di Sant'Andrea

Le sale di rappresentanza del corpo centrale furono decorate nel Settecento. Nel 1708 Ludovico Dorigny, pittore di formazione francese, affrescò la sala di levante, detta poi «Sala di Flora»: al centro del soffitto un grande tondo con il Trionfo della Primavera, attorno quattro ovati con Amore, Gloria, Ricchezza e Abbondanza, alle pareti monocromi di soggetto mitologico. Altre sale del piano nobile, le «Sale delle Prospettive», hanno finte architetture e fondali illusionistici attribuiti al bolognese Pietro Oretti, attivo nella villa verso il 1710. Nella «Sala della Tenda» lo stemma Manin e il corno dogale ricordano il doge.

Al pianterreno, accanto alla «Sala della Stufa» e alla «Sala delle Carrozze», che espone in permanenza vetture d'epoca, si trova la «Stanza di Napoleone». Più piccola delle sale vicine, è rivestita di stucchi settecenteschi; nelle due nicchie laterali riaffiorano gli affreschi originali del Seicento, ultima traccia della prima decorazione della villa.

Domenico Rossi progettò nei primi anni del Settecento la cappella di Sant'Andrea, con una facciata a colonne tuscaniche binate su piedistalli e timpano triangolare. L'aula, quasi ottagonale, è scandita da quattro grandi archi su semicolonne e coperta da una cupola a spicchi illuminata da aperture ellittiche. Gli stucchi sono ascritti ad Abbondio Stazio, mentre gli altari di marmo e le sculture della sagrestia sono di Giuseppe Bernardi-Torretti; la sagrestia custodisce due altari, uno dedicato al Crocifisso, l'altro alla Madonna del Carmelo insieme alle anime del Purgatorio.

Domande frequenti

Si paga per entrare nel parco di Villa Manin?

No, il parco è aperto al pubblico con ingresso gratuito.

Che cosa ha sede a Villa Manin?

Gli spazi della villa accolgono mostre d'arte ed eventi musicali, oltre ad attività di catalogazione e restauro dei beni culturali. Dal 2017 vi si trovano anche la Fondazione Roberto Capucci e l'Archivio Capucci, trasferiti da Roma grazie a un accordo con l'ERPAC, l'ente regionale per il patrimonio culturale.

Come arrivare

La stazione ferroviaria più vicina è Codroipo, a 3,7 km di strada (5 minuti in auto).

In auto, l'uscita più vicina è Basaldella - Sr353: poi 19,9 km, 21 minuti di guida.

I tempi in auto sono calcolati senza traffico, fino a Villa Manin.

Info utili

Dove si trova
Codroipo (UD)
Coordinate
45,94861 N, 13,01083 E (Villa Manin) · Apri su Google Maps
Orari e biglietti
sul sito ufficiale (villamanin-eventi.it)

Strade © OpenStreetMap (ODbL) · Fonti e licenze

Fa parte di: Ville venete e dimore storiche del Friuli