Borghi & Città · 8 min di lettura

Basovizza, il paese carsico di Trieste fra pini neri, scienza e memorie del Novecento

Basovizza, frazione carsica di Trieste: il vivaio che rimboschì il Carso coi pini neri, la dolina dei Bogomili, il monumento del 1930 e la foiba.

Basovizza: paese di pietra con la chiesa sul Carso, edicole votive, pini neri e dolina coi muretti a secco
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

Basovizza, in sloveno Bazovica, è una frazione del comune di Trieste posta a 377 metri sull'altopiano del Carso, a nord-est della città, e al censimento austriaco del 1910 contava il 97,6% di abitanti di lingua madre slovena. Attorno al paese stanno il vecchio vivaio forestale, l'osservatorio, il sincrotrone Elettra e due memoriali del Novecento.

Un crocevia del Carso sulla via di Lubiana

Il paese, che nel dialetto triestino si chiama Basoviza, occupa il tratto occidentale del Carso, vicino al confine con la Slovenia. Il villaggio crebbe dove s'incrociano le vie per Trieste, Opicina, Divača e Kozina, e un tempo la grande arteria fra Trieste e Lubiana, che proseguiva fino a Vienna, passava proprio da Basovizza e da Lokev. Grazie a questa posizione il borgo fu sempre più sviluppato dei villaggi vicini e fece da centro alla parte alta del Carso triestino. Lungo il sentiero CAI 44 una stradina conserva il tracciato della vecchia via dei commerci, che da Trieste saliva qui per continuare verso la Carniola, l'Istria e il Quarnero.

Basovizza è un centro importante della vita culturale, sportiva ed educativa della comunità slovena d'Italia. La chiesa di Santa Maria Maddalena fu costruita nel 1857 al posto di un edificio di culto del 1335, e attorno al nucleo originario del villaggio si contano numerose edicole votive, segno della devozione popolare dei basovizzani.

Ai margini dell'abitato lavorano due istituzioni scientifiche di livello internazionale. La stazione di Basovizza dell'osservatorio astronomico di Trieste ospita la specola che porta il nome di Margherita Hack, la prima donna a dirigere un osservatorio in Italia. Il laboratorio Elettra dell'Area Science Park genera luce di sincrotrone e luce laser a elettroni liberi, usate per studiare i materiali e i sistemi viventi.

Pini neri dal vivaio di Basovizza

Fra tagli senza regola e pascolo eccessivo, il Carso dell'Ottocento si era ridotto a una distesa di pietre spoglie. Verso la metà del secolo il Comune di Trieste impiantò vicino al borgo un vivaio forestale al servizio del rimboschimento dell'altopiano, un'impresa che l'amministrazione forestale austriaca e quelle successive portarono avanti. In un secolo e mezzo il vivaio allevò decine di milioni di piantine di pino nero, la specie scelta come pianta pioniera, che venivano poi trapiantate nelle piantagioni del territorio giuliano. Nell'intera area carsica e istriana si misero a dimora circa 200 milioni di piante, un lavoro premiato col Grand Prix all'Esposizione Universale di Parigi del 1900.

Nei boschi Nobile e Porenta, attorno al paese, i pini mostrano i segni delle resinazioni degli anni Quaranta, praticate per ricavarne trementina e colofonia; nel vicino bosco comunale Koller si sperimentò invece la crescita dell'abete greco e del faggio. Conclusi i rimboschimenti, negli anni Novanta una parte del vivaio divenne il Centro didattico naturalistico. Nel 2006 la Regione ne ristrutturò l'edificio seguendo alcuni criteri di bioedilizia, e il centro visite aprì nel 2008. Dal 2020 il percorso espositivo comprende anche gli allestimenti del Geoparco del Carso, dedicati alla geologia del Carso classico.

Sentieri, doline e grotte nei dintorni

Dal Centro didattico parte il sentiero CAI 44, che si innesta nelle grandi traversate dell'altopiano: il sentiero 1 corre sul crinale affacciato quasi sempre sul mare, il 3 segue i rilievi interni lungo il confine, mentre la Vertikala e l'Alpe Adria Trail scendono nel Carso classico sloveno verso l'Equile di Lipizza. Allo stesso storico allevamento di cavalli, oltre il confine di Stato, arriva il sentiero Josef Ressel, piano, attraverso i boschi Igouza e Lipizza, con 14 soste munite di tabelle in tre lingue, alcune con materiali tattili per i non vedenti. Il nome ricorda l'intendente forestale e inventore boemo che dedicò la vita a queste zone di frontiera, autore di sperimentazioni nei boschi e nella navigazione.

Nel bosco Igouza una botola chiude l'ingresso della grotta Skilan, profonda 346 metri e lunga oltre 5 chilometri. In direzione di Gropada il «sentiero delle rocce» attraversa per circa 7,5 chilometri i calcari a rudiste, dove affiorano fossili di rudiste e di ricci di mare. Accanto al sentiero CAI 3 si apre il «Pignaton di Gropada», una dolina baratroide, cioè nata dal crollo della volta di una vasta grotta: la bocca rettangolare misura circa 24 metri per 16, il fondo scende a 59 metri e l'inversione termica vi mantiene una vegetazione ricchissima.

Il percorso didattico «Paleopasseggiando sul Tropico del Carso», segnato in giallo, sale dal Centro con circa 300 metri di dislivello fino al monte Cocusso, la cima più alta del Carso triestino, compresa nella riserva naturale regionale della Val Rosandra. Le sue soste ripercorrono la storia geologica dell'altopiano a partire dall'epoca delle rudiste e dei dinosauri.

La dolina dei Bogomili

Nei dintorni del paese si trova la dolina di Basovizza, una conca scavata nel calcare dagli agenti atmosferici, profonda circa 6 metri, che qualcuno riadattò con grande fatica per uno scopo preciso. Tre terrazze in muratura a secco le danno la forma di un piccolo teatro, chiuso da un muro lungo 27 metri e alto 2 che trattiene un terrapieno di terra rossa. Sotto si allunga un corridoio di 4 metri che conduce a un vano di quasi 2 metri di diametro; i massi dell'ingresso superano talvolta i 2 metri di larghezza e sono alti fra 50 e 80 centimetri. Il soprannome di «dolina dei Bogomili» deriva da presunte somiglianze con siti archeologici della Bosnia-Erzegovina legati a quell'eresia.

Vicino alla conca c'è il serraglio, il luogo dove si commerciava il bestiame. Secondo una teoria, a usare la dolina come teatro erano gli istriani che venivano periodicamente al mercato. La famiglia proprietaria tramanda invece che la costruirono contadini e addetti ai fienili negli anni della prima guerra mondiale. Su questa versione si innesta una leggenda: si racconta che nella zona girasse un uomo molto ricco con un servo gigantesco dalla forza sovrumana, Sterpacevo, nome che significherebbe «Zappatore», e che all'arrivo di una banda di briganti il padrone affidasse proprio a lui le proprie ricchezze da nascondere.

Gli eroi di Basovizza e il poligono del 1930

Negli anni Venti il regime fascista impose nella Venezia Giulia l'italianizzazione forzata di sloveni e croati: le loro lingue furono vietate nelle scuole e negli uffici, nomi di luogo e cognomi vennero resi in italiano e nel 1927 quasi tutte le loro 400 associazioni furono sciolte. Alla fine del decennio nacque il TIGR, organizzazione antifascista clandestina il cui nome unisce le iniziali di Trieste, Istria, Gorizia e Rijeka, cioè Fiume. Il 10 febbraio 1930 il suo ramo triestino, la «Borba» («Lotta»), fece esplodere una bomba nella sede de «Il Popolo di Trieste», giornale del partito fascista locale: il redattore Guido Neri rimase ucciso e tre persone furono ferite.

Nel settembre 1930 il Tribunale speciale per la difesa dello Stato celebrò a Trieste un grande processo, chiuso dopo un breve dibattimento. Ferdo Bidovec, Fran Marušič, Zvonimir Miloš e Alojz Valenčič, considerati i principali responsabili delle azioni della «Borba», il 6 settembre furono portati al poligono di tiro di Basovizza e fucilati alle spalle da un plotone della 58ª Legione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Tre erano sloveni e Miloš croato, e avevano fra 22 e 34 anni.

Per gli sloveni i quattro divennero gli «Eroi di Basovizza», bazoviški junaki, e il nome del paese passò ad associazioni, a un giornale stampato al Cairo fra il 1941 e il 1944, a una brigata partigiana e a una canzone popolare. Il monumento sorto sul luogo dell'esecuzione, nell'ex poligono vicino all'osservatorio, fu inaugurato il 9 settembre 1945. Ogni anno, la domenica successiva al 6 settembre, vi si tiene una commemorazione ufficiale a cui partecipano rappresentanti della Repubblica slovena.

Il pozzo della miniera, monumento nazionale

La cosiddetta foiba di Basovizza non è una cavità naturale ma un pozzo minerario. Fra il 1901 e il 1908 la società boema Škoda esplorò un pozzo già esistente in cerca di carbone, ma gli scavi non diedero frutto e la miniera fu abbandonata. Largo circa 4 metri, il pozzo scendeva in verticale per circa 256 metri e sul fondo si apriva una galleria alta 2 metri e lunga 735. Nel 1936 un gruppo di speleologi triestini si fermò a 225 metri, contro circa 30 metri di detriti, e le discese successive, fino al 1943, non andarono oltre i 226.

Nel maggio 1945, durante l'occupazione jugoslava di Trieste, l'esercito jugoslavo usò il pozzo per esecuzioni sommarie e per occultare i corpi di prigionieri, militari, poliziotti e civili, fra cui alcuni tedeschi, insieme a residuati dei combattimenti ed esplosivi. Storici come Raoul Pupo, Roberto Spazzali e Guido Rumici ritengono impossibile stabilire il numero delle vittime. Le testimonianze raccolte dai britannici parlano di alcune centinaia di persone, mentre da parte italiana circolarono cifre molto più alte, calcolate soltanto sul volume dei detriti: nel 1948 il fondo risultava risalito a 192 metri.

Un recupero dei resti con mezzi pesanti, sostenuto dagli angloamericani nell'estate del 1945, fu sospeso e mai ripreso; gli esplosivi e i rifiuti gettati in seguito resero impossibile l'esumazione, e nel 1959 il pozzo fu chiuso. Il 22 febbraio 1980 il Ministero dei Beni Culturali lo riconobbe d'interesse storico. Dopo la visita del presidente Francesco Cossiga, il 3 novembre 1991, un decreto di Oscar Luigi Scalfaro dell'11 settembre 1992 lo dichiarò monumento nazionale, memoriale di tutte le vittime degli eccidi del 1943 e del 1945. Il 10 febbraio 2007 furono inaugurati il nuovo memoriale, progettato dall'architetto Ennio Cervi con l'artista Livio Schiozzi, e un vicino centro di documentazione: il pozzo è diventato il simbolo dei massacri delle foibe.

Domande frequenti

Come si raggiunge Basovizza da Trieste?

La frazione sta lungo la strada statale 14, sulla direttrice principale che collega Trieste a Kozina, in Slovenia.

L'ingresso alla foiba di Basovizza è a pagamento?

No, la visita al memoriale è gratuita.

Come arrivare

La stazione ferroviaria più vicina è Villa Opicina / Opčine, a 9 km di strada (10 minuti in auto).

In auto, l'uscita più vicina è Cattinara-Rozzol: poi 3,5 km, 4 minuti di guida.

I tempi in auto sono calcolati senza traffico, fino a Basovizza.

Info utili

Dove si trova
Trieste (TS)
Coordinate
45,64167 N, 13,86333 E (Basovizza) · Apri su Google Maps

Strade © OpenStreetMap (ODbL) · Fonti e licenze

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