Fagagna (Feagne in friulano) è un borgo delle colline moreniche del Friuli, 15 chilometri a nord-ovest di Udine, nato ai piedi del colle dove i patriarchi di Aquileia tenevano un castello documentato dal 983. Inserito fra i Borghi più belli d'Italia, raccoglie in un solo abitato antiche borgate un tempo separate, attorno alla loggia del palazzo della Comunità.
Colline e origini di Fagagna
Il territorio comunale sale dai 99 metri della pianura ai 266 delle alture, in un paesaggio di dossi e vallette che i ghiacciai hanno modellato e il lavoro dei campi ha poi rifinito. Il nome viene dal faggio, fagus in latino: i boschi che coprivano questa parte del Friuli diedero la forma Faganeu, da cui deriva quella in uso.
Nel I secolo dopo Cristo la zona era già abitata, perché vi passava la strada romana che da Concordia saliva verso il Norico; alcuni studiosi non escludono che sul colle esistesse fin da allora un posto fortificato a guardia del percorso. Il castello sorse con ogni probabilità nella prima metà del X secolo, dentro una linea di difese stesa sulle colline affacciate alla pianura al tempo delle scorrerie degli Ungari.
La prima carta che lo nomina è il diploma dell'11 giugno 983: con esso l'imperatore Ottone II di Sassonia assegnò alla Chiesa di Aquileia e al patriarca Rodoaldo cinque castelli, fra i quali quello di Fagagna. Si fa risalire al V-VI secolo anche la fondazione della pieve di Santa Maria Assunta, che però compare nei documenti soltanto nel 1247.
Patriarchi, abitatori e Consiglio dei Dodici
Fino al 1420 il castello dipese direttamente dai patriarchi, che vi insediavano un gastaldo, il funzionario incaricato della giustizia su una gastaldia formata da Fagagna e da altri diciassette villaggi. Al suo fianco stavano gli abitatori, piccoli nobili tenuti a vivere sul posto per custodire e difendere la fortezza: ciascuno riceveva in feudo d'abitanza un terreno su cui costruire la propria casa, e tutti insieme formavano un consorzio, quello di Fagagna il più numeroso e meglio documentato della regione.
La posizione fece del colle un bersaglio conteso. Nel 1230 ne era signore Siurido di Manzano; nel 1250 Ezzelino da Romano, signore di Treviso, se ne impadronì grazie al tradimento di due abitatori, e nel 1254 il patriarca Gregorio di Montelongo affidò il feudo ad Asquino di Varmo. Nel Trecento tornarono i di Fagagna, che sostennero a lungo assedi e occupazioni da parte del conte di Gorizia, mentre fra il 1411 e il 1419 il luogo fu devastato dalle truppe ungheresi di re Sigismondo. A nord del borgo sorgeva la Brunelde, casa-forte dei potenti nobili di Arcano, citata dal 1208 e rimaneggiata nei primi vent'anni del Cinquecento.
Sui terrazzi alla base del colle crebbero nel Trecento piccole borgate, e le prime carte che citano Borgo Paludo e Borc di Piç risalgono al 1364. Verso la fine del secolo villaggi e castello si unirono nella Comunità di Fagagna, retta da un Consiglio dei Dodici, quattro nobili e otto popolani, che fino al 1797 esercitò la giurisdizione civile e penale su 19 villaggi del circondario. Gli statuti del 1434 obbligavano ad accogliere dentro le difese, senza chiedere affitto, chiunque vi cercasse riparo in tempo di guerra.
Nel 1420, mentre l'esercito veneziano assaliva Udine, una delegazione del Consiglio si presentò di propria iniziativa al comandante e giurò fedeltà alla Serenissima, evitando al paese ogni combattimento. Il borgo comprendeva allora cinque villaggi, Paludo, Sacavan, Sospia, Portafrea e Riolo, più i casali sparsi attorno al mulino Lini e le case della cortina di San Giacomo, subito sotto il castello. La fortezza, ormai inutile, fu lasciata a poco a poco: nel 1511 la incendiarono i rivoltosi del Giovedì Grasso, pochi giorni prima che un terremoto la danneggiasse, e nel Seicento se ne andarono gli ultimi abitanti. Dopo il 1797, tramontata la Serenissima, il Friuli rimase austriaco fino all'annessione all'Italia nel 1866.
Sul colle del castello, la porta di Sinagoga
Dal municipio di piazza Unità d'Italia si sale al colle per la vecchia strada selciata di vicolo Morcjùte e via Cecconaia. In cima, del castello di Fagagna restano tratti di mura, i ruderi di una torre, il torrione principale trasformato in campanile e la piccola chiesa di San Michele Arcangelo, oratorio del castello documentato nel 1251, la cui dedica fa pensare a un'origine longobarda.
Subito sotto il pianoro, fra i 210 e i 217 metri, un largo terrazzo semicircolare esposto a mezzogiorno accoglieva il borgo del castello, con case, magazzini, botteghe, orti e vigne. Le carte lo nominano dal 1301, e le investiture del Trecento vi assegnano agli abitatori case con orto e canipe, le cantine dove si conservavano i raccolti.
Una seconda cinta, collegata alle mura superiori, chiudeva il borgo con tre porte. La porta di Riu o di Portafrea, a levante, e quella di Carnia, aperta a nord verso Paludo, sono scomparse; si è conservata soltanto la porta meridionale, detta di Borgo o porta di Sinagoga. Il secondo nome ricorda una comunità ebraica che, probabilmente già nel Trecento, prestava denaro e teneva banco nelle vicinanze.
La porta ha due ingressi sfalsati, a quasi 10 metri di distanza. Quello esterno, un arco a tutto sesto in mattoni rossi fiancheggiato da feritoie per armi da fuoco, porta inciso sulla chiave il rifacimento «R[estaurata] 1879»; quello interno, a sesto acuto e in pietra squadrata, viene datato al Trecento. Gli accessi del borgo avevano ponti levatoi: in un processo aperto nel 1588 un certo Zuanmaria detto Moretto fu condannato per averne rubato le catene di ferro.
All'incrocio delle quattro strade interne si apre la cisterna del borgo, una bocca circolare di circa 1,40 metri di diametro. Ogni 23 aprile, festa di San Giorgio, i capi dei sedici masi della gastaldia si radunavano sul suo muro per eleggere i due giudici del tribunale e gli ufficiali della Comunità.
Il palazzo della Comunità e la sua loggia
Il Consiglio si riuniva in origine nella Casa del Comune, detta Loggia dei Signori, presso la porta del pianoro. Nel 1456 il luogotenente veneto Girolamo Barbarigo permise di usare le pietre sparse attorno al vecchio palazzo patriarcale per riparare le mura e innalzare una nuova sede, ma la delibera arrivò solo il 23 febbraio 1490: il palazzo della Comunità sarebbe sorto dove stava la beccheria, il macello pubblico, ricostruita accanto alla porta di Riu.
I lavori, condotti in gran parte con le pietre del maniero, si chiusero nel 1505. Il legname scese dai boschi della Carnia in zattera lungo il Tagliamento fino ai porti fluviali di Cimano e Villanova: un contratto del 1503 ne fissava la fornitura in 40 tronchi, 250 assi di pino e 50 di larice.
A pianta rettangolare, l'edificio affaccia su via Castello. Al pianterreno la loggia si apre in quattro arcate a tutto sesto, sostenute da tre colonne doriche e da due pilastri; sul capitello della prima colonna a destra è scolpito uno degli stemmi della Comunità più antichi che si conoscano. Al piano superiore una trifora e due coppie di monofore con archi baccellati, cioè ornati di scanalature, danno luce al salone del Consiglio; sopra la trifora è murato il leone di San Marco, che gli studiosi Bergamini e Goi datano alla metà del Cinquecento.
Sotto la loggia sedeva il tribunale al banco di giustizia, si mettevano all'asta i dazi, i giurati verificavano pesi e misure e alle colonne si affiggevano i decreti appena letti ad alta voce. Il palazzo fu abbandonato poco dopo la caduta di Venezia. Di fronte si allinea una fila di cinque piccole case su due livelli, con la canipa nel seminterrato; dalla facciata di una di esse furono staccati nel 1981 due affreschi sovrapposti con santi vescovi, uno del Quattrocento e uno del Cinquecento, portati nel municipio.
Dalla pieve di Santa Maria Assunta a Borgo Riolo
Dal colle la selciata via Salizzada scende alla pieve, edificata nel XIII secolo forse su resti paleocristiani. Era una pieve matrice, l'unica del suo territorio con fonte battesimale, cimitero e sacerdote stabile; nel registro del 1247 delle pievi aquileiesi figura al primo posto per l'imposta, prova della sua ricchezza. Nel 1250, dopo il tradimento del pievano Rizzardo, passò al capitolo di Cividale, che la resse tramite due vicari scelti dalla Comunità.
La facciata a capanna fu restaurata nel 1983. All'interno, a tre navate, si trovano l'altare dei primi del Settecento con quattro statue e il fonte battesimale firmato e datato 1504 da Giovanni Antonio Pilacorte, il più noto dei lapicidi lombardi attivi in Friuli, con il Battesimo di Cristo scolpito sul dado. L'organo Comelli del 1788, con la tastiera intarsiata di ebano e avorio, è uno dei cinque organi storici del comune: gli altri sono il Nacchini del 1752 a Madrisio, il Callido del 1792 a Villalta e i due Zanin, del 1827 a Ciconicco e del 1903 nella chiesa di San Giacomo.
Le panoramiche via dei Tigli e via della Pieve costeggiano una casa-forte del Trecento e arrivano a Cjase Cocèl, dimora rurale in parte seicentesca che prende nome dalla famiglia Chiarvesio, detta Cocèl. Vi ha sede il Museo della Vita Contadina, dove sono stati ricostruiti aia, stalla, granaio, mulino, fucina, osteria e latteria.
Poco oltre, in Borgo Riolo, sorge la chiesetta di San Leonardo, costruita fra la fine del Trecento e l'inizio del Quattrocento. Sconsacrata con le soppressioni napoleoniche e usata per decenni come pagliaio, fu restaurata dal Comune. Sulla parete destra quattro riquadri raccontano la vita del santo: i primi tre seguono la maniera tardo-vitalesca, il quarto è stato attribuito a Domenico Lu Domine e Antonio Baietto, pittori presenti a Fagagna verso il 1413. Il vicolo degli Orzinutti riporta poi verso la piazza.
Via Umberto I e il conte Fabio Asquini
Dal municipio, via Umberto I conduce a Borgo Paludo passando davanti al settecentesco palazzo Nigris, al seicentesco palazzo Asquini, residenza della famiglia dei conti, e a palazzo Pico, edificio protoindustriale in cui si lavorava il tabacco. Nel borgo antico si incontrano il settecentesco palazzo Pecile e le case a schiera con bei portoni di via Paludo e via Lucca. Da qui la panoramica strada Daûr Glesie raggiunge un fortino della prima guerra mondiale, da cui la strada campestre Riva di Cjastenêt scende a Borgo Riolo, sorto alla fine del Cinquecento.
Della famiglia di quel palazzo faceva parte Fabio Asquini (1726-1818), agronomo di spirito illuminista. A metà del Settecento avviò la produzione del vino Picolit, che vendette in Italia e in Europa in bottiglie verdi di vetro soffiato e che fu servito a Roma alla tavola del papa. Verso il 1760 prese a estrarre la torba delle sue terre, nel 1779 diede vita alla Nuova Olanda, impresa di laterizi rimasta attiva fino a metà Ottocento, e fu il primo a coltivare la patata in Friuli, promuovendo anche i gelsi e l'allevamento dei bachi da seta.
Alla fine dell'Ottocento la contessa Cora Slocomb di Brazzà aprì una scuola di merletto per dare un guadagno alle figlie di contadini e operai: rimase attiva fino agli anni Sessanta e lavorò perfino per la regina Margherita. Nel 1885 la latteria sociale di Fagagna fu tra le prime cooperative del Friuli, e il formaggio del paese, fatto con latte crudo, ne raccoglie l'eredità.
Nella campagna, l'oasi dei Quadris, creata nel 1989 su antiche cave d'argilla, ha riportato la cicogna bianca, che fa il nido sui pali della luce e sui camini, e ospita anche l'ibis eremita. Sempre nel territorio comunale si alza il castello di Villalta, di proprietà privata, con la sua torre e le mura merlate.
Domande frequenti
Quando si corre la Corsa degli Asini di Fagagna?
La gara si disputa dal 1891 la prima domenica di settembre, nella piazza del capoluogo. La domenica seguente il Palio dei Borghi, dopo una rappresentazione teatrale dei borghi Centro, Paludo, Riolo e Piç, consegna lo stendardo all'asino vincitore.
Come si arriva a Fagagna?
Da Udine si percorrono circa 15 chilometri verso nord-ovest. Il paese è attraversato dalla strada statale 464 di Spilimbergo e dalle provinciali 5, 10 e 51.
Che cos'è il pestàt di Fagagna?
È un condimento di lardo macinato con verdure, erbe e spezie, riconosciuto come Presidio Slow Food. In cucina accompagna il brasato o la minestra di fagioli.
