Borghi & Città · 11 min di lettura

Forni di Sopra, il borgo dei Savorgnan nell'alta valle del Tagliamento

Forni di Sopra, comune della Carnia a 907 metri sul primo tratto del Tagliamento, con il castrum tardo romano di Cuol di Ciastiel e le case in pietra e legno.

Forni di Sopra: case di pietra e legno con ballatoi, fontana, campanile e Dolomiti chiare sullo sfondo
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

Forni di Sopra è il comune più occidentale della provincia di Udine e sorge a 907 metri nell'alta valle del Tagliamento, in Carnia, appena a est del passo della Mauria. Abitato già in epoca romana, appartenne per quasi cinque secoli ai Savorgnan e da quella famiglia, insieme alla vicina Forni di Sotto, prese il nome di Forni Savorgnani.

Montagne e borgate dell'alta valle

Il paese occupa la parte più alta e occidentale della valle, sulla riva sinistra del fiume, al confine con il Veneto. A ovest lo chiudono il Cridola, alto 2.581 metri, e i Monfalconi; a sud-ovest il Pramaggiore (2.478 metri) lo divide dalla Val Settimana e dalla Val Cimoliana, mentre a nord-est il Bivera, il Clap Savon e il Clap Varmost fanno da spartiacque con la valle di Sauris. Il Tagliamento nasce poco oltre il confine, nel comune di Lorenzago di Cadore, e qui corre nel suo primo tratto, con l'andamento di un torrente. Gran parte del territorio meridionale appartiene al Parco naturale delle Dolomiti Friulane, iscritto nel 2009 nel Patrimonio dell'Umanità UNESCO.

L'abitato principale riunisce due frazioni, saldate dalle costruzioni sorte nello spazio che le separava: Vico, sede del municipio, e Cella, Cele in friulano, dove sta la parrocchiale. La terza borgata, Andrazza (Dondrasse), si trova circa un chilometro più a est, a 885 metri. Accanto all'italiano, gli abitanti parlano una variante locale del friulano carnico, nella quale il paese si chiama For Disôra o semplicemente For.

Il castrum di Cuol di Ciastiel e i Longobardi

Delle origini più lontane si sa poco: la conca fu forse frequentata in epoca preistorica da popolazioni nomadi, i Carno-Celti. Certa è invece la presenza romana. Il nome di Vico deriva dal latino vicus, «villaggio», e dal terreno sono affiorate numerose monete, fra cui una dell'imperatore Gordiano, del III secolo, trovata vicino ad Andrazza.

Sulla cima di un colle in località Clevas, sulla sinistra del fiume e al confine fra Andrazza e Cella, gli archeologi dell'Università Ca' Foscari di Venezia hanno scavato il castrum di Cuol di Ciastiel, un piccolo forte d'altura. Un fossato ne difende la base orientale, e una cinta di arenarie e calcari locali, legati da abbondante malta di calce, racchiude la sommità; sul lato ovest si entrava da uno stretto corridoio fra due muri. Delle torrette inserite nella cinta ne sono state indagate due: la prima, divisa in due piccoli vani, faceva da granaio e ha restituito semi carbonizzati di miglio, segale, piselli e favino; la seconda, quadrangolare, era probabilmente un'abitazione, come suggeriscono le molte stoviglie da mensa.

Ceramiche e monete collocano la vita del forte in un'unica fase fra il IV e il V secolo. Dai livelli di scavo sono usciti piatti e ciotole fabbricati nella Tunisia settentrionale, anfore giunte dall'Italia meridionale e dall'Oriente, frammenti di una rara ceramica egiziana, punte di freccia e orecchini. Secondo gli studiosi vi abitava una piccola comunità di uomini e donne, forse attorno a un funzionario incaricato di sorvegliare una via di transito. Un incendio distrusse il castrum, e nessuno tornò più ad abitarlo.

Caduto l'Impero romano, la valle subì le incursioni dei popoli barbari. I Longobardi lasciarono ad Andrazza una necropoli con tombe del VII-VIII secolo: già a fine Ottocento l'erudito Alexander Wolf recuperò il corredo di una sepoltura multipla trovata per caso, e dai sarcofaghi riemersero fibule, spilli e ornamenti.

Forni di Sopra fra patriarchi e Savorgnan

Il primo documento che nomina un villaggio «fra i monti che si chiama Forni» è un atto del 778, con il quale un duca cedette all'abbazia di Sesto al Reghena terre, prati, boschi e case, compresi «il ferro ed il rame». Il nome del donatore, scritto Masselione, è stato letto come Massello, duca del Friuli per conto di Carlo Magno, oppure come Tassilone, duca di Baviera. Anche il villaggio è discusso: la storia locale lo identifica con Forni di Sopra, dove esistono le località Badia e Cella, mentre secondo altri l'atto riguarda Forni Avoltri, dove si estraevano metalli sul monte Avanza.

Nel 967 l'imperatore Ottone I concesse al patriarca di Aquileia Rodoaldo, fra altri beni, un «castello di Forno», che i documenti ricordano fino al Trecento senza che si sappia quale fra i fortilizi della valle fosse. Nel 1224, quando si fissò il confine fra Forni di Sotto e Claut, fra i testimoni compariva già un gastaldo del patriarca Bertoldo. I patriarchi affidavano la giurisdizione a feudatari tenuti a un tributo annuo: nel 1300 la signoria passò a Francesco di Socchieve. Il suo successore, Gualtiero di Nonta, fu accusato dagli abitanti di vendere le sentenze, e l'abate Giovanni di Rosazzo, incaricato dal patriarca, lo obbligò a rispettare gli statuti locali con un giudizio pronunciato a Gemona nel 1320.

Nel 1326 Gualtiero vendette i castelli e la giurisdizione di Forni a Ettore Savorgnan per 150 marchi doppi di moneta aquileiese, e la sua famiglia conservò il dominio fino alla caduta di Venezia. I signori non risiedevano in paese. Li rappresentava il gastaldo, eletto dalla vicinia, cioè l'assemblea di tutti i capifamiglia, e confermato dal feudatario; insieme al meriga, che guidava anche l'amministrazione del comune, e ai giurati, decideva le liti in primo grado. A Forni di Sopra la vicinia si radunava sulla piazza della fontana e deliberava su boschi, pascoli, malghe, strade e sgombero della neve.

Con il Cadore la comunità si contese a lungo il monte Mauria. Il 6 giugno 1353, sulle sorgenti del Tagliamento, il capitano del Cadore Alessandro Brugno, con dieci uomini scelti per parte, fissò il confine sul rio Stabio e sul torrente Torre. La disputa si riaccese più volte, fino all'aprile del 1609, quando una folla di cadorini armati abbatté il bosco conteso sul monte.

Altrettanto lunga fu la contesa religiosa con Forni di Sotto. Nel 1205 il vescovo di Belluno e Feltre, delegato da papa Innocenzo III, riconobbe come chiesa madre quella di Santa Maria e Martino di Forni di Sotto. Nel 1445 il patriarca Lodovico Mezzarotta elevò a pieve la chiesa di Santa Maria di Forni di Sopra, che allora contava più abitanti; seguirono decenni di ricorsi, finché nel 1478 il paese ebbe il primo parroco, un certo Bernardo, e nel 1494 il vicario capitolare chiuse la vertenza sotto minaccia di pene ecclesiastiche.

Guerre, pesti e alluvioni sotto Venezia

Nel 1508 l'imperatore Massimiliano scese contro la Repubblica di Venezia, padrona ormai di quasi tutto il Friuli. Fra i condottieri che gli si opposero c'era Girolamo Savorgnan, signore di Forni: in pieno inverno valicò la Mauria fino a Lorenzago per unirsi al generale Alviano, e insieme sconfissero gli imperiali nella battaglia di Rusecco, fra Tai e Valle di Cadore. Alcuni uomini di Forni combatterono in quelle campagne e furono lodati dal luogotenente veneto; il paese richiamò quel merito nelle suppliche del 1520 e del 1522 per ottenere esenzioni.

Nel 1511 tornò la peste. Secondo la memoria locale, la notizia arrivò con un pellegrino diretto alla chiesa di San Floriano, e i fornesi promisero una cappella alla Madonna se fossero stati risparmiati. Nel 1515, fra il torrente Tollina e il luogo dove sorge il santuario, costruirono un oratorio campestre, il «Capitèl dala Madona dala Salût», con la Madonna della Salute fra i santi Rocco e Sebastiano, che divenne presto meta di pellegrini dal Cadore, dalla Carnia e dalla Val Tramontina.

Gli ultimi anni del Cinquecento portarono carestie così dure che nel 1596 il comune prese in prestito 500 ducati dalla monaca Cristina Zorzi. Nel 1630 i due Forni ottennero l'esonero dai lavori per la fortezza di Osoppo, e nel 1640 i notai del paese cominciarono a scrivere gli statuti, il codice delle regole interne. Il Seicento fu segnato dalle inondazioni del 1632 e dell'agosto 1692.

Ancora più grave fu il nubifragio del 1748: il Tollina in piena distrusse dalle fondamenta la canonica, con tutti i registri di battesimi, matrimoni e morti, e trascinò via le 14 case del borgo Cià di Pavon. In ricordo della sciagura il paese prese l'uso di suonare tutte le campane ogni 18 agosto. Nel resto del Settecento il granoturco e le patate allontanarono le carestie, e nel 1799 i due comuni si affrancarono dalle decime dovute ai Savorgnan.

Tessitori, latterie e turismo a Forni di Sopra

Caduta la Serenissima nel 1797, i francesi unirono i due Forni al Cadore e li gravarono di requisizioni: prima carri, buoi e fieno, poi camicie, coperte e l'argenteria delle chiese. Una delibera comunale del 15 settembre 1802 attribuisce a quegli anni la rovina dei boschi, l'unico patrimonio della comunità. Nel 1815, quando fu costituito il Regno Lombardo-Veneto, Forni vi fu compreso, ma la miseria toccò il fondo fra il 1816 e il 1818; nel 1848 i fornesi presero parte all'insurrezione resistendo al passo della Morte.

Per secoli, ogni inverno, gli uomini dei Forni Savorgnani valicavano la Mauria e giravano l'Europa come tessitori, per rientrare d'estate a raccogliere il lino e la canapa, cui si aggiunse poi la lana. Tramontato nell'Ottocento quel mestiere, crebbero i lavori della cava e del bosco, sempre svolti in emigrazione. Dalla vita accanto alla mucca, l'animale su cui si reggeva ogni famiglia, nacquero le malghe e le latterie sociali, che arrivarono a essere quattro, mentre dal maggio 1881 la nuova strada nazionale portò i primi villeggianti estivi.

Nel Novecento la cooperazione divenne la base dell'economia: accanto alla Cassa Rurale nacquero cooperative per i consumi, per il lavoro, che furono due, e per la produzione di energia idroelettrica. Dopo la disfatta di Caporetto le truppe austriache invasero la valle, che visse quasi un anno di miseria; i fornesi caduti nella Grande Guerra furono 70. La seconda guerra mondiale toccò appena il territorio comunale, ma costò molti caduti e dispersi fra gli uomini al fronte: li ricorda il Parco delle Rimembranze, con 48 cippi davanti al cimitero.

Nel 1954 nacque qui la prima Azienda di Soggiorno regionale della montagna, e nel 1956 fu asfaltata la statale 52 «Carnica». L'alluvione del novembre 1966 portò morti e distruzioni; il terremoto del 1976 risparmiò invece le case, ma tolse al paese l'alpino Tullio D'Andrea, in servizio di leva a Gemona. Alla fine degli anni Settanta il turismo era diventato la prima risorsa: alle sciovie si aggiunsero le seggiovie, crebbe il comprensorio del Varmost e sorsero la pista di pattinaggio e lo stadio dello sci di fondo.

Vico, Cella e Andrazza: chiese e case

Nel centro storico le vecchie case, un tempo abitazione e fienile insieme, hanno il piano inferiore in pietra e quello superiore in legno, con scale e ballatoi esterni. Furono costruite con pietra squadrata, che resiste ai terremoti, e travi di conifera capaci di reggere metri di neve, e molti portali neri e rosati sono opera degli scalpellini fornesi. A Vico il cuore del paese è piazza del Comune, con una fontana di pietra fra antichi edifici. Nella stessa frazione, la chiesa di San Giacomo, di origine molto antica, fu restaurata nel 1461, come ricorda l'iscrizione gotica sopra la porta maggiore, e la grande ex latteria ospita il Museo Rurale Fornese.

A Cella si trova la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta, edificata fra il 1835 e il 1841; il campanile del paese era stato innalzato già nel 1776. Nella frazione sorge anche la quattrocentesca chiesa di San Floriano, monumento nazionale, che custodisce un polittico del 1480 di Andrea di Bortolotto detto il Bellunello e un ciclo di affreschi di Gianfrancesco da Tolmezzo. Fra il 1849 e il 1852 la comunità costruì inoltre la chiesa della Beata Vergine della Salute, vicino al luogo dell'oratorio votivo del 1515. Sempre a Cella, la sala congressi detta «Ciasa dai Forness» accoglie il museo etnografico «Il filo dei ricordi»: i volontari che hanno allestito i due musei hanno riportato in luce anche la figura di Giovanni Maria Anciuti, costruttore di oboi, flauti e fagotti.

La borgata rurale di Andrazza conserva case di pietra e legno con fienili e stalle annessi. La chiesa dei Santi Vito, Modesto e Crescenzia, costruita nel 1626, fu restaurata nel 1742, dopo che un incendio l'aveva in parte distrutta insieme a cinque case vicine. A sud-est della borgata, su uno sperone roccioso a 865 metri, restano le mura del castello di Sacuidic: gli scavi condotti dal 2004 ne datano le strutture fra l'XI e l'inizio del XV secolo, e le fonti locali lo indicano come probabile sede di una zecca clandestina.

Domande frequenti

Da dove viene il nome di Forni di Sopra?

Nel Medioevo i due villaggi della valle si chiamavano «Forno», di Sotto e di Sopra. La storia locale lega il nome alle miniere di ferro e di rame citate nell'atto del 778, forse esaurite da tempo, tanto che se ne è perso il luogo.

Si può sciare a Forni di Sopra?

Sì: l'area sciistica del Varmost sale fino ai 2.100 metri della cima Crusicalas, con una pista lunga 7 chilometri e 1.100 metri di dislivello. Per il fondo c'è l'anello «Tagliamento», di 13 chilometri, che segue i primi chilometri del fiume.

Come arrivare

La stazione ferroviaria più vicina è Calalzo - Pieve di Cadore - Cortina, a 30,3 km di strada (29 minuti in auto).

In auto, l'uscita più vicina è Lozzo di Cadore: poi 24,5 km, 23 minuti di guida.

I tempi in auto sono calcolati senza traffico, fino al centro del comune.

Info utili

Dove si trova
Forni di Sopra (UD)
Coordinate
46,42023 N, 12,58560 E (centro di Forni di Sopra) · Apri su Google Maps

Strade © OpenStreetMap (ODbL) · Fonti e licenze

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