Borghi & Città · 8 min di lettura

Gemona del Friuli, la città medievale ricostruita dopo il terremoto del 1976

Gemona del Friuli, cittadina della provincia di Udine ai piedi delle Prealpi Giulie, con Porta Udine, il duomo, la loggia del municipio e il castello sul colle.

Gemona del Friuli sul colle: duomo con la statua del santo, campanile, torre dell'orologio e castello
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

Gemona del Friuli, in friulano Glemone, è una cittadina della provincia di Udine distesa ai piedi delle Prealpi Giulie, là dove la valle del Tagliamento sbocca nella pianura. Secondo Paolo Diacono, nel 611 era già un castello che nessuno poteva espugnare; nel 1976 fu fra i centri più colpiti dal terremoto del Friuli.

Gemona del Friuli fra le Prealpi e il Tagliamento

Il centro storico sta a 272 metri di quota, su un conoide alluvionale, cioè un ventaglio di detriti scesi dalla montagna, nato dal crollo parziale del monte Chiampon in età preistorica. Alle spalle dell'abitato si alzano il Cuarnan, di 1376 metri, il Glemine e il Cumieli. Il territorio comunale scende dalle cime alle colline di Ospedaletto e Stalis, fino alle borgate di pianura come Campolessi, Taboga e Campagnola. Il torrente Vegliato, raggiunta la parte bassa della città, viene incanalato e diventa la «roggia dei molini», che ha dato il nome a Borgo Molino. A Ospedaletto, invece, il canale Ledra-Tagliamento si stacca dalla sponda sinistra del fiume.

La pianura era un tempo occupata dalle paludi del Tagliamento, e la strada più sicura fra l'Adriatico e i valichi alpini di nord-est passava proprio per il colle. Sul monte Cumieli è stato individuato un castelliere, cioè un villaggio d'altura fortificato, del 1300-1100 a.C.; a Godo sono emerse tracce di un insediamento celtico del VI-V secolo a.C., accanto alla fontana Silans. I Romani vi fecero correre la via Iulia Augusta verso il Norico, e nel II secolo il villaggio divenne municipio.

Dai Longobardi al dominio di Venezia

I Longobardi tennero Gemona come piazzaforte a partire dal 558 circa, e la Historia Langobardorum di Paolo Diacono parla di un Castrum Glemonae, probabilmente il fortilizio che essi eressero nel VII secolo. Dopo il dominio carolingio, nella seconda metà del XII secolo la città si resse come libero comune con statuti propri, e nel 1184 l'imperatore Federico Barbarossa vi autorizzò un mercato.

Fra Duecento e Trecento, sotto il Patriarcato di Aquileia, il commercio fece la fortuna del paese grazie al Niederlech, parola che significa «scarico»: i mercanti di passaggio dovevano depositare le merci, pagare un dazio e dormire in città. Con quella ricchezza sorsero chiese e case signorili, e le mura si allargarono due volte: verso il 1260 una seconda cerchia, poi fra il 1370 e il 1396 una terza, lunga quasi due chilometri e aperta da sette porte con altrettante torri.

La conquista veneziana del 1420 ridusse i traffici e aprì un lungo declino. Nel 1797 le truppe di Napoleone abbatterono la Repubblica di Venezia, e dal 1798 Gemona passò all'Austria; con il plebiscito del 1866 entrò nel Regno d'Italia. L'arrivo della ferrovia portò una ripresa, che la Grande Guerra spezzò.

Il terremoto del 1976 e il modello Friuli

La scossa arrivò alle 21 del 6 maggio 1976, con magnitudo 6.5 ed epicentro nei pressi della città; i friulani la chiamarono «Orcolat», l'Orcaccio. In tutto il Friuli morirono 989 persone e oltre 45.000 rimasero senza casa, in 77 comuni delle province di Udine e Pordenone. Gemona, con Artegna e Venzone, si trovò al centro di ogni scossa, comprese quelle di settembre, che aggiunsero nuovi danni.

La ricostruzione, guidata dal commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, seguì il principio «dov'erano, com'erano» e durò circa 15 anni. Il cosiddetto modello Friuli rimise in piedi case e monumenti con i materiali, i volumi e gli allineamenti antichi, aggiungendo tecniche antisismiche; alcuni edifici furono però rifatti da capo. Da quell'esperienza nacque la moderna Protezione Civile italiana, e il 12 dicembre 2002 il presidente Ciampi conferì al Comune la medaglia d'oro al merito civile.

Porta Udine, via Bini e il duomo

Le passeggiate nel centro cominciano da Porta Udine, l'unica sopravvissuta delle porte della prima cerchia, chiamata «Porta delle Porte». Il suo paramento di arenaria grigia in blocchi squadrati sta fra la chiesa di San Michele e il vecchio ospedale; sopra l'arco si susseguono, dall'alto, il bassorilievo di San Marco, lo stemma della Magnifica Comunità di Gemona e un monogramma con la croce.

Da qui sale via Bini, l'antica strada dei mercanti diretti verso il nord Europa, con palazzi rinascimentali restaurati e affreschi riportati alla luce. Fra questi, Palazzo Elti accoglie il Museo Civico di Palazzo Elti, con opere dal Medioevo all'età contemporanea e i pezzi recuperati dalle chiese danneggiate.

Chi risale la via si trova davanti al duomo di Santa Maria Assunta, romanico-gotico, innalzato a cavallo fra XIII e XIV secolo e riconsacrato nel 1337: la facciata con la grande statua di San Cristoforo resse al sisma, e il resto fu ricomposto con i pezzi originali. Il campanile, che Nicolò e Domenico, figli di Giovanni Griglio, innalzarono fra il 1341 e il 1369, crollò quasi per intero e fu rialzato sullo stesso sito.

La vecchia canonica di via Bini, del 1360, ospita il Museo della Pieve e Tesoro del Duomo. Il progetto risaliva al 1974, e alle 16 del 6 maggio 1976 il cappellano stava pagando l'imbianchino per gli ultimi lavori: poche ore più tardi il terremoto lesionò l'edificio e seppellì molte opere. Il museo aprì il 28 ottobre 2006 su tre piani e dieci sale. Vi si vedono l'ostensorio dell'orafo Nicolò Lionello del 1434, cinque antifonari e due graduali miniati comprati a Padova nella prima metà del Trecento, e il registro battesimale più antico del mondo, aperto il 3 marzo 1379.

La loggia del municipio e i caduti di Gemona

Palazzo Boton, edificio rinascimentale ricostruito dopo il terremoto, è la sede del Consiglio comunale. Alla sua loggia si sale per una breve scala a rampe contrapposte. Sulla parete sud è murata un'epigrafe romana, forse del II secolo, dedicata a Caio Mazio, che era stato «curatore e patrono» del municipio; accanto c'è un bassorilievo di Mercurio in marmo bianco. Le metope del soffitto a travi mostrano figure, stemmi e armi delle famiglie gemonesi, e il portale della parete nord è affiancato da due lapidi disegnate dal giovane Raimondo D'Aronco, l'architetto nato a Gemona.

Nella stessa loggia sta la Porta della Memoria, che l'artista gemonese Ercole Emidio Casolo realizzò nel 2006, a trent'anni dal sisma. In quattro formelle, otto iscrizioni e otto paraste racconta i dieci anni passati dalla distruzione alla ricostruzione, e immette nella sala consiliare, da cui il Comune diresse i lavori.

Di fronte al municipio, su una piccola piazza, si alza il monumento ai più di trecento gemonesi caduti nella Prima guerra mondiale. Il concorso regionale fu vinto da Aurelio Mistruzzi (1880-1960); i marmisti locali Giuseppe Elia e Albino Tuti scolpirono l'ara in pietra d'Istria, sormontata da un gruppo in bronzo con una madre che accompagna la mano del figlio verso l'altare. Fu inaugurato il 18 giugno 1922.

Il castello e il santuario di Sant'Antonio

Il castello di Gemona domina la città dalla cima del colle e si raggiunge con i 150 gradini della Salita dei Longobardi. Fu con ogni probabilità un luogo fortificato già in età romana e divenne poi un recinto chiuso da un forte muro e da tre torri merlate. Il terremoto del 1511 lo danneggiò, ma nel 1571 era ancora in buone condizioni; sotto Venezia, che dismetteva le fortezze non indispensabili, andò in rovina.

Prima del 1976 restavano in piedi la torre centrale dell'orologio, con la «campana della Comunità» del 1784, la torre occidentale detta «torate» e una terza torre, restaurata all'inizio dell'Ottocento e usata come carcere fino al 1967. I giardini pubblici sono stati riaperti nel dicembre del 2008; la torre dell'orologio e le ex carceri, ricostruite, sono dal 2019 una sede espositiva.

Fuori dal nucleo murato sorge il santuario di Sant'Antonio: nessun altro edificio sacro intitolato al santo di Padova è più vecchio di questo. Custodisce i resti del sacello duecentesco della Beata Vergine delle Grazie; si racconta che sia stato Antonio in persona a volerlo, dopo aver soggiornato a Gemona. La chiesa ha una sola navata e un altare del Seicento, con gli affreschi di Melchiorre Widmar, pittore di origine svizzera morto in città nel 1706, che dipinse anche le due grandi tele dell'Adorazione dei Magi e della Presentazione di Gesù al Tempio, ai lati dell'ingresso.

Domande frequenti

Come si arriva a Gemona del Friuli?

La città si trova circa 25 chilometri a nord di Udine, lungo la strada statale 13 Pontebbana; dall'autostrada A23 Alpe-Adria si esce allo svincolo Gemona-Osoppo. In treno ci si arriva con la ferrovia Pontebbana fra Udine e Tarvisio, e da Gemona parte anche la linea per Sacile.

Da dove viene il nome Gemona del Friuli?

Deriva dalla forma tardolatina Glemona, che si legge già in Paolo Diacono e risalirebbe al celtico glem, «altura», riferito al monte Glemina alle spalle della rocca. La variante veneta Gemona compare per la prima volta nel 1401, mentre l'aggiunta «del Friuli» fu stabilita da un regio decreto nel 1935.

Quali sono i prodotti tipici di Gemona del Friuli?

Il più noto è il pan di sorc, un dolce di farina di mais cinquantino con fichi secchi e semi di finocchio. Insieme al formaggio di latteria turnaria, fatto con latte crudo, è un Presidio Slow Food.

Come arrivare

Chi arriva in treno ha la stazione di Gemona del Friuli a 900 metri, una distanza da fare a piedi.

Dall'autostrada conviene uscire a Osoppo-Gemona, poi 3,8 km di strada e 5 minuti.

I tempi in auto sono calcolati senza traffico, fino al centro del comune.

Info utili

Dove si trova
Gemona del Friuli (UD)
Coordinate
46,27405 N, 13,12237 E (centro di Gemona del Friuli) · Apri su Google Maps

Strade © OpenStreetMap (ODbL) · Fonti e licenze

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