Gorizia è una città del Friuli Venezia Giulia sulla riva sinistra dell'Isonzo, al confine con la Slovenia, e il suo nome compare in un diploma dell'imperatore Ottone III del 1001. Capitale della contea dei conti di Gorizia e poi città asburgica fino al 1918, nel 1947 fu tagliata in due dal confine con la Jugoslavia.
Gorizia fra Isonzo, Romani e conti
Una corona di alture racchiude la conca in cui sorge la città e le assicura un clima mite. A nord svettano il Monte Santo e il monte Sabotino, a ovest le colline del Collio fanno da sponda, mentre verso sud-est il terreno sale all'altipiano carsico. Già dal I secolo a.C. si trovavano nei dintorni due villaggi romani, Castrum Silicanum, corrispondente a Solkan, e Pons Aesontii, presso Mainizza; lungo la via Gemina, dove la strada attraversava l'Isonzo, una mansio, cioè una stazione di posta con foresteria, ospitava i funzionari in viaggio.
Il 28 aprile 1001 Ottone III cedette al patriarca di Aquileia metà del castello di Salcano e metà del villaggio «che nella lingua degli Slavi viene chiamato Goriza»; il 27 ottobre dello stesso anno, a Pavia, assegnò l'altra metà a Werihen, conte del Friuli. Il centro crebbe con i Mainardi, una casata arrivata dal Lurngau che nel 1125 divenne avvocata del patriarca, cioè suo difensore armato, e dagli anni 1146-1147 si fregiò del titolo di conti di Gorizia.
Fra la seconda metà del Duecento e la prima del Trecento la contea si spinse fino all'Istria interna, alle terre occidentali della Slovenia, a parti del Tirolo e della Carinzia e, per breve tempo, a Treviso e Padova. Il borgo ricevette il diritto di mercato nel 1210 e le prerogative comunali nel 1307, allargate nel 1445 al villaggio della pianura. Durante il governo di Enrico II, fra il 1304 e il 1323, Gorizia ottenne il rango di città.
Dopo la conquista veneziana del Friuli, nel 1420, il territorio goriziano scivolò ai margini, e nel 1424 i conti si dichiararono vassalli della Serenissima chiedendo l'investitura al doge. Offeso perché Venezia aveva eretto fortificazioni nella contea senza il suo consenso, il conte Leonardo di Gorizia, privo di figli, dispose nel 1493 che i suoi domini andassero agli Asburgo. Morì a Lienz nel 1500 e la contea toccò a Massimiliano I. Le truppe veneziane di Bartolomeo d'Aviano presero la città il 22 aprile 1508, ma nel giugno 1509 dovettero riconsegnarla agli imperiali.
Sotto gli Asburgo, dalla seta alla ferrovia
Verso la metà del Cinquecento la città superò la «Grapa», il fossato che chiudeva le case ai piedi del colle, e si allungò sulla strada per la Carinzia, la via dei traffici verso l'Austria, fino al Travnik, nome sloveno che significa «mercato», un vasto prato divenuto poi piazza della Vittoria. Dopo la predicazione protestante di Pier Paolo Vergerio nel 1558 e di Primož Trubar nel 1563, la Casa d'Austria colpì i nobili luterani dalla fine degli anni Settanta del secolo, e i numerosi ordini religiosi giunti in città, fra cui i gesuiti, ne segnarono il volto.
Nel Settecento gli Asburgo puntarono sulla seta, dal gelso alla tessitura, e nel 1722 finanziarono a Farra d'Isonzo un grande filatoio. Nel 1751 fu istituita l'arcidiocesi, col primo arcivescovo Carlo Michele d'Attems, e dal 1754 Gorizia e Gradisca formarono le «Unite principesche contee». Le occupazioni francesi cominciarono nel 1797; fra il 1809 e il 1813 il Goriziano entrò nelle Province illiriche, finché il trattato di Parigi del 30 maggio 1814 lo restituì all'impero d'Austria.
Nel 1858 fu approvata la deviazione della ferrovia Meridionale verso la città: la stazione sorse a sud-ovest del centro e la nuova strada che la raggiungeva, intitolata nel 1873 all'imperatore Francesco Giuseppe, divenne corso Italia. Nel 1906 l'arciduca Francesco Ferdinando inaugurò a nord-est una seconda stazione, sulla linea Transalpina che scendeva da Villaco lungo le valli della Bača e dell'Isonzo per unire Trieste all'Europa centrale. Fino agli anni Venti del Novecento in quasi ogni famiglia si parlavano l'italiano, il friulano e lo sloveno, oltre al tedesco per trattare coi funzionari asburgici.
Le guerre di Gorizia e il confine del 1947
Nella Prima guerra mondiale la città stava sul fronte principale fra Austria e Italia e fu teatro delle dodici battaglie dell'Isonzo. Gli italiani vi entrarono nell'agosto 1916, dopo i combattimenti sul monte Podgora in cui si distinsero i «Gialli del Calvario», chiamati così per il colore delle mostrine; perduta con la rotta di Caporetto nell'ottobre 1917, Gorizia fu ripresa il 7 novembre 1918 e annessa al Regno d'Italia nel 1921. I bombardamenti avevano devastato quasi tutto l'abitato, e la lunga ricostruzione dotò il centro di molti edifici moderni.
Dopo la Seconda guerra mondiale il trattato di Parigi assegnò alla Jugoslavia i sobborghi nord-orientali: Salcano, San Pietro, Vertoiba, la stazione di Montesanto sulla Transalpina, il monastero della Castagnevizza e il santuario di Montesanto. Nel 1947 i soldati inglesi tracciarono con secchi di calce la linea che staccava il centro dalla periferia orientale. In via del Rafut una famiglia si ritrovò con la casa in Italia e la stalla in Jugoslavia, e per decenni i valichi minori, aperti dalle 8 alle 18, si passavano solo con un lasciapassare riservato a chi abitava entro 10 km dal confine.
Al di là della linea nacque nel 1948 Nova Gorica, costruita negli anni Cinquanta per dare un centro ai territori passati alla Jugoslavia. Quando la Slovenia entrò nell'Unione Europea, il 1° maggio 2004, cadde il muretto sormontato da una recinzione davanti alla stazione Transalpina, e dal 21 dicembre 2007, con l'applicazione degli accordi di Schengen, le due città non ebbero più controlli fra loro. Insieme furono designate Capitale europea della cultura per il 2025.
Borgo Castello e la città bassa
In cima al colle, a circa 155 metri, il castello di Gorizia fu per secoli la sede del potere amministrativo e giudiziario della contea; semidistrutto nella Grande Guerra, fu ricostruito fra il 1934 e il 1937 nelle forme medievali e cinquecentesche e ospita il Museo del Medioevo goriziano. Attorno al castello si raccolse dal Duecento un borgo murato, in cui si entra dalla Porta Leopoldina, eretta nel 1660 per la visita dell'imperatore Leopoldo I d'Asburgo e risparmiata dalle bombe.
Le casette medievali che riempivano il borgo furono in gran parte abbattute durante la ricostruzione. Rimase la chiesetta di Santo Spirito, gotica, col campanile a vela, fatta costruire nel 1298 dalla famiglia Rabatta: sopra l'altare c'è un'«Assunzione» attribuita a Domenico Tintoretto, figlio di Jacopo, e nel cortile accanto si insediavano i capitani che reggevano la contea. Di fronte alla casa Rassauer del 1575, decorata in gotico veneziano, le case Dornberg, Tasso e Formentini, costruite fra il Quattrocento e il Seicento, ospitano i Musei Provinciali, con il Museo della Grande Guerra, qui trasferito da Palazzo Attems negli anni Ottanta, e il Museo della Moda e delle Arti Applicate.
Scendendo per la ripida salita Castello si arriva al palazzo cinquecentesco costruito per gli Stati provinciali, quando la vita cittadina lasciò il colle, e alla casa quattrocentesca di Simone Volker, col portico basso su pilastri massicci. Poco oltre si apre piazza Sant'Antonio, l'antica piazza del mercato, dove resta il colonnato del chiostro di un convento francescano del XIII secolo che la leggenda vuole fondato per volere di sant'Antonio da Padova. Vi si affacciano palazzo Strassoldo, che nell'Ottocento accolse i Borboni di Francia in esilio, e palazzo Lantieri, dimora quattrocentesca con un'ala del Settecento dove nel 1782 sostò papa Pio VI diretto a Vienna.
Il vicino duomo di Gorizia è dedicato ai santi Ilario e Taziano, martiri aquileiesi. Ristrutturato alla fine del Seicento e in parte ricostruito dopo la Grande Guerra, ha una facciata a capanna neoclassica e matronei laterali su due ordini; il nucleo più antico è la cappella gotica di Sant'Acazio, con angeli musicanti affrescati sulla volta a costoloni nella seconda metà del Quattrocento. Vi si trovano la pietra tombale del conte Leonardo e l'altare maggiore del 1707, opera di Leonardo e Giovanni Pacassi come il pulpito. Da qui via Rastello, la strada più antica del centro, porta verso nord: il nome viene dal cancello a forma di rastrello che nel Medioevo si chiudeva di notte per separare le case dal grande prato.
Piazza della Vittoria e la strada per la Transalpina
Il prato del Travnik è diventato piazza della Vittoria, dominata dalla chiesa di Sant'Ignazio che i gesuiti cominciarono nel 1654 e che fu consacrata nel 1767 da Carlo Michele d'Attems. Due campanili con cupole a cipolla affiancano la facciata disegnata da Christoph Tausch, pittore e architetto di Innsbruck che dipinse anche la «Gloria di Sant'Ignazio» dietro l'altare maggiore. Al centro della piazza la fontana del Nettuno, del 1756, porta tre tritoni che simboleggiano l'Isonzo, il Corno e il Vipacco; di fronte alla cinquecentesca Casa Torriana, dove nel 1773 alloggiò Giacomo Casanova, la colonna di Sant'Ignazio fu innalzata nel 1687 per dono del conte Andrea di Porcia, cavaliere di Malta.
Verso nord si imbocca via Carducci, l'antica strada di Carinzia, che passa accanto al cinquecentesco palazzo Cobenzl, sede arcivescovile, e sbocca in piazza De Amicis, un tempo piazza Corno. Qui sorge Palazzo Attems Petzenstein, costruito nella prima metà del Settecento per la famiglia Attems su progetto attribuito a Nicolò Pacassi, con sette statue di divinità dell'Olimpo scolpite da Giovanni Battista Mazzoleni sulla balaustra; è sede della pinacoteca dei Musei Provinciali.
Poco distante, la stretta via Ascoli corrisponde all'antico ghetto, istituito alla fine del Seicento e scomparso a poco a poco quando la Shoah deportò gran parte degli ebrei goriziani. La sinagoga, con un altare barocco chiuso da una cancellata in ferro battuto, ospita il Museo della Gerusalemme sull'Isonzo dedicato alla comunità ebraica goriziana; accanto si vede un cancello settecentesco ritenuto l'antico portone del ghetto. Più avanti si trovano la cinquecentesca chiesa di San Giovanni, su una piazzetta minuscola, e la casa natale del glottologo Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907). Proseguendo si raggiunge Palazzo Werdenberg, che fu seminario dei gesuiti fino alla soppressione dell'ordine nel 1773 e accoglie la Biblioteca Statale Isontina, con uno scalone barocco ornato di stucchi.
Meno di due chilometri separano piazza della Vittoria dalla piazza della Transalpina, davanti alla stazione inaugurata nel 1906. Al centro un mosaico circolare e una piastra metallica ricordano la linea di confine, mentre ai margini è stato conservato un tratto del vecchio muro, una base di calcestruzzo con sopra una ringhiera. Dentro la stazione il Museo del confine espone la stella rossa che per decenni svettò sul tetto, fotografie dei soldati inglesi con la calce e le divise dei «graniciari», le guardie armate jugoslave di frontiera.
Corso Verdi, giardini e parchi
Nella seconda metà dell'Ottocento lungo corso Verdi, l'arteria che collegava il centro alla stazione, si alzarono palazzi in stile eclettico, mentre il tratto alberato di corso Italia si riempì di ville signorili con giardino. All'innesto fra i due tratti si trova il teatro comunale Giuseppe Verdi, fondato nel Settecento e molto rimaneggiato. Via Garibaldi, con la seicentesca chiesa dell'Immacolata, conduce a piazza Municipio, dove il palazzo comunale settecentesco, anch'esso disegnato da Nicolò Pacassi, ha nel giardino un tempietto neoclassico; in via Diaz sorge il vecchio ospedale del Settecento.
A metà di corso Verdi il Giardino Pubblico ottocentesco ombreggia i vialetti con platani, ginkgo, magnolie, lecci e pini marittimi. Al centro c'è la fontana bronzea neorinascimentale donata dal generale Gyulai, che scelse la città per la pensione, e poco lontano una centralina meteorologica in funzione dal 1895. Lungo corso Italia il Parco della Rimembranza è dedicato alla memoria delle guerre che colpirono la città. In viale XX Settembre il parco Coronini circonda la villa sede della fondazione intitolata alla famiglia, mentre sull'Isonzo il Parco Piuma si stende per 32 ettari fra il Monte Calvario e la sponda destra del fiume, fra pioppi, roveri e frassini.
Domande frequenti
Da dove viene il nome di Gorizia?
Deriva dallo slavo «gorica», diminutivo di «gora», monte: significa quindi piccolo monte, collina.
Perché Gorizia era chiamata «Nizza austriaca»?
Dagli anni Settanta dell'Ottocento, persa la funzione industriale, la città fu indirizzata a diventare una stazione di cura climatica dell'impero. Il clima mite, gli alberghi di lusso e i palazzi con giardino attirarono nobili e borghesi austroungarici.
