Gradisca d'Isonzo è una cittadina fortificata in provincia di Gorizia, sulla riva destra del fiume Isonzo, che la Repubblica di Venezia racchiuse nel Quattrocento entro una cinta di mura contro le incursioni turche. Passata agli Asburgo nel 1511, si riempì di palazzi nobiliari fra Seicento e Settecento, quando la governavano i principi di Eggenberg.
Origini del villaggio sull'Isonzo
Il paese, in friulano Gardiscje e in sloveno Gradišče ob Soči, sta a poca distanza dal confine con la Slovenia. Fin dall'antichità il fiume faceva da barriera difensiva, e la zona fu probabilmente abitata in età romana e poi longobarda. Nel X secolo le violente scorrerie degli Ungari la lasciarono quasi spopolata: per ridarle abitanti vi si stabilirono alcuni gruppi di coloni slavi.
Una località con questo nome compare già in un documento del 1150. Quello del 1176, conservato fino a noi, parla di un villaggio agricolo di sette famiglie, alcune slave e altre latine, soggette al patriarca di Aquileia. Per circa trecento anni Gradisca rimase un piccolo centro rurale, compreso nel feudo di Farra d'Isonzo. La svolta arrivò dopo il 1420: annesso il Patriarcato, Venezia si ritrovò il paese sul confine orientale del proprio Stato di terraferma.
La fortezza veneziana di Gradisca
Contro i Turchi la Serenissima sfruttò l'ostacolo naturale del fiume e tracciò una linea fortificata da Mainizza a Fogliano, con Gradisca come caposaldo. Una lapide della loggia dei Mercanti fissa la fondazione della rocca al 1479: sotto il doge Giovanni Mocenigo, il luogotenente del Friuli Giovanni Emo la fece innalzare sul colle, difesa da muro e fossa, e l'architetto Enrico Gallo la chiamò «Emopoli» dal nome del suo ideatore. Il nuovo nome però non attecchì. Il cantiere dell'intera fortezza è datato fra il 1476 e il 1498.
La cinta, alta quasi 20 metri sul fossato in cui erano state deviate le acque dell'Isonzo, aveva sette torri rotonde e due porte. Dentro le mura le strade, larghe e parallele, sono tagliate da vicoli stretti, con un impianto da accampamento militare pensato per far muovere le truppe con facilità. Nel 1500 il Senato veneto mandò a Gradisca Leonardo da Vinci, perché mettesse a punto nuove armi e nuovi sistemi di difesa.
Durante la guerra della Lega di Cambrai, nel 1511, le truppe dell'imperatore Massimiliano I d'Asburgo assediarono e bombardarono la fortezza. Isolata dal resto dell'esercito veneziano e decimata dalla peste, la città resistette a lungo, poi si arrese e divenne un capitanato imperiale. Sotto il capitano Nicolò II della Torre gli Austriaci rinforzarono le difese.
Dagli Eggenberg all'Italia
Fra il 1615 e il 1617 Venezia cercò invano di riprendersi la piazzaforte: è la cosiddetta guerra di Gradisca. Finito il conflitto, la città divenne capoluogo di una contea che l'imperatore Ferdinando III, per pagare le spese della guerra dei Trent'anni, vendette nel 1647 al principe Giovanni Antonio di Eggenberg. Fino al 1717 le 52 località della contea formarono un piccolo Stato autonomo, con leggi, moneta e misure proprie. Fra i suoi amministratori si distinse Francesco Ulderico della Torre. La zona era un vero granaio, nota per i vini rossi, la lavorazione della seta, i commerci e il contrabbando, e la fortezza si trasformò in una città residenziale nobiliare.
Quando nel 1717 i principi di Eggenberg rimasero senza eredi maschi, la contea ricadde sotto la casa d'Asburgo. In seguito, nel 1754, Maria Teresa d'Austria ne unì il territorio a quello di Gorizia nella Contea principesca di Gorizia e Gradisca, e nel 1788 la città divenne sede vescovile. Napoleone la conquistò nel 1797 e di nuovo nel 1805, facendone il capoluogo di una viceprefettura del dipartimento di Passariano; nel 1815 tornarono gli Austriaci. Persa ogni funzione militare, nella seconda metà dell'Ottocento Gradisca diventò luogo di villeggiatura, mentre il castello serviva da penitenziario e vi fu rinchiuso, fra gli altri, il patriota Federico Confalonieri.
Nel 1855 il feldmaresciallo Radetzky, governatore del Lombardo-Veneto, accolse la richiesta dei cittadini e permise di abbattere una parte delle mura. Durante la ritirata di Caporetto, nella prima guerra mondiale, l'esercito italiano diede alle fiamme la città, che fu annessa all'Italia il 6 gennaio 1921 e il 14 luglio 1936 ottenne il titolo di città.
Mura, torrioni e piazza Unità d'Italia
Lo spazio guadagnato con la demolizione divenne nel 1863 la Spianata, un parco che dal primo Novecento si circondò di caffè. Accanto si apre piazza Unità d'Italia, dominata dal teatro comunale. L'edificio nacque come granaio pubblico all'epoca di Francesco Ulderico della Torre e nel 1792 fu concesso ai patrizi perché lo trasformassero in teatro. Nel 1925 ricevette la facciata porticata verso la piazza, secondo il piano dell'ufficio provinciale ricostruzioni diretto da Max Fabiani. Al centro della piazza si alza il monumento alla Redenzione, una colonna con bassorilievi sulla storia della città, sormontata da un leone di San Marco in bronzo. Giovanni Battista Novelli lo progettò per un concorso del 1922, e l'opera fu inaugurata il 21 aprile 1924.
Dei torrioni originari ne restano sei. Partendo dalla Spianata si incontrano quelli della Calcina, della Marcella e della Spiritata; lungo le mura del castello si apre il torrione del Portello, l'unica uscita verso il fiume. Attraversando il centro per via Battisti si arriva a Porta Nuova, fiancheggiata a sinistra dal torrione di San Giorgio e a destra da quello della Campana, con un busto di Leonardo da Vinci all'ingresso. Il castello di Gradisca, entro la cinta, ha come nucleo principale il Palazzo del Capitano.
Palazzi e logge del centro storico
In via Battisti la casa dei Provveditori veneti, dimora dei rappresentanti di Venezia, ha la struttura massiccia di fine Quattrocento, con un barbacane che rinforza l'angolo; finestre e balcone in ferro battuto risalgono al Settecento. Di fronte sta la loggia dei Mercanti, snella, con tre arcate bugnate del Seicento. Al pianterreno raccoglie il lapidario civico, con la lapide della fondazione e molti stemmi delle famiglie nobili arrivate dal Cinquecento. Del palazzo del Fisco, poi palazzo Coassini, restano quattrocenteschi le volte del pianterreno e due bifore sul lato nord.
Il palazzo del Monte di Pietà, in via Alighieri, è anch'esso del Seicento: ha cornici marcapiano in pietra bianca del Carso e un portale sormontato da un grande baldacchino barocco con una Pietà scolpita. Vi si trova la statua di Francesco Ulderico della Torre. La famiglia Della Torre abitava il palazzo Torriani, formato fra il primo Seicento e il 1725 con un corpo centrale e due ali simmetriche di gusto palladiano. Ospita il municipio e la Galleria regionale d'arte contemporanea Luigi Spazzapan, aperta nel 1977 e dedicata al pittore nato a Gradisca.
Entro la fine del Seicento erano sorte le dimore nobili più rappresentative. Il palazzo de Comelli-Stuckenfeld, in via Bergamas, ha un portale squadrato chiuso da una balaustra sopra la porta finestra ad arco. Casa Toscani, della metà del secolo, nasconde nel cortile una doppia loggia con le arcate superiori ribassate, come in Stiria e in Carinzia, mentre il palazzo de Fin-Patuna passa già dal barocco al rococò. Dal Cinquecento la città ebbe anche una piccola comunità ebraica: ne restano alcuni edifici del ghetto settecentesco in via Petrarca, il cimitero ottocentesco di via dei Campi e il nome del borgo Gerusalemme.
Chiese di Gradisca d'Isonzo
Il duomo dei Santi Pietro e Paolo, in via Bergamas, è la chiesa più grande della città. Documentato con certezza dal 1342 e dedicato a San Salvatore fino al 1789, prese forma monumentale con gli Eggenberg, che lo ampliarono inglobando la vicina cappella Torriana. Paolo Zuliani ne disegnò a metà Settecento la facciata in pietra, divisa in tre parti: al centro semicolonne giganti su alti plinti e un frontone spezzato, ai lati volute con festoni di fiori e frutti e le statue della Fertilità e della Speranza. Allo stesso periodo risale il nuovo campanile.
All'interno, colonne sottili e archi a tutto sesto dividono tre navate. Leonardo Pacassi realizzò l'altare maggiore nel 1690, con le statue dei santi Pietro e Paolo ai lati di una pala cinquecentesca della Resurrezione. Gli affreschi di Giulio Quaglio, eseguiti nel presbiterio a inizio Settecento, sopravvivono solo a frammenti nel museo civico. La cappella Torriana, dal soffitto a stucchi, custodisce la tomba di Nicolò II della Torre.
La chiesa della Beata Vergine Addolorata, costruita fra il 1481 e il 1498 e consacrata nel 1505, fu ridotta a magazzino da un decreto napoleonico del 1810: i Francesi vendettero gli altari, ma la statua della Madonna si salvò. Francesco Giovanni e Anna Coassini la ricomprarono e la donarono alla città, che la riconsacrò nel 1850. Bruciata durante la ritirata di Caporetto, fu ricostruita fra il 1921 e il 1923. Nella chiesa di Santo Spirito, in piazza Marconi, spicca la pala della Vergine di Pompeo Randi.
Domande frequenti
Da dove viene il nome Gradisca d'Isonzo?
Viene dallo slavo gradišče, insediamento fortificato su un'altura, passato al friulano e poi all'italiano. La precisazione «d'Isonzo» fu aggiunta nel 1923.
Come si arriva a Gradisca d'Isonzo?
In auto si esce dall'autostrada A34 allo svincolo di via Udine, sulla SR 305, a nord della città. Non ci sono stazioni sul territorio comunale: la più vicina è quella di Sagrado, sulla linea Udine–Trieste.
