Mortegliano, in friulano Mortean, è un paese di antica tradizione agricola della pianura friulana, in provincia di Udine, nominato per la prima volta nel 1247 fra le pievi tassate dal patriarca di Aquileia. Accanto al suo duomo si alza un campanile in cemento armato che, con 113,20 metri, è il più alto d'Italia.
La pianura di Mortegliano e il torrente Cormor
Il territorio comunale misura circa 30 km², a 41 metri sul livello del mare, e fa parte del Medio Friuli, l'insieme di undici comuni della pianura centrale. Si trova pochi chilometri a nord della linea delle risorgive, dove argille e sabbie fini spingono l'acqua a risalire in superficie; più a sud, sotto la Stradalta, il nome del paese passa a una vasta zona paludosa ricca di risorgive. Suoli profondi e acqua abbondante hanno reso fertili i campi, divisi in appezzamenti regolari dal riordino fondiario dei primi anni Sessanta e segnati da filari di gelsi, in friulano morâr, che servivano un tempo all'allevamento del baco da seta. Da secoli è il mais a dominare l'agricoltura del paese.
Le fasce di verde più ampie seguono gli argini del torrente Cormor, che attraversa l'abitato. Sembra un corso di risorgiva, ma nasce dalle piogge raccolte ai piedi dell'anfiteatro morenico e nell'alta pianura resta quasi sempre asciutto, salvo dopo piogge intense. In un opuscolo del 1899 il Collini ne spiegava così il nome: la gente lo conosceva col nomignolo scherzoso di «corre e muore». Per irrigare i campi si intervenne più volte sul suo corso, a cominciare dalla canalizzazione della roggia di Pozzuolo nel 1543. Le piene non mancarono: il 20 settembre 1920 il Cormor, superata la stretta di Pozzuolo, si allargò a ventaglio e sommerse Santa Maria di Sclaunicco, Lestizza, Talmassons e Flumignano.
Dalle anfore romane alla pieve
I primi abitanti arrivarono probabilmente nell'età del bronzo; dopo di loro vennero popolazioni celtiche e poi i Romani. All'epoca romana rimanda il nome stesso, che le fonti legano a un probabile colono della zona, chiamato Murtelius o Mortilio. Nel secondo dopoguerra, scavando le fondamenta di nuovi edifici in piazza San Paolo, tornarono alla luce anfore e altri manufatti: due anfore del I o II secolo d.C. sono custodite negli uffici del Comune. I reperti trovati a Lavariano e attorno alla chiesetta di San Nicolò provano che anche i Longobardi vi si stabilirono in modo stabile.
Nel XII secolo il paese entrò con il resto del Friuli nello Stato patriarcale di Aquileia, il principato feudale nel quale il patriarca teneva insieme il potere spirituale e quello temporale. Dopo le incursioni degli Ungari e le epidemie, i patriarchi ripopolarono le campagne con immigrazioni forzate di genti slave: a Mortegliano ne resta memoria nel Borc Sclavs, lungo via Marconi, dove queste famiglie si raccolsero fra il 1100 e il 1200. Il nucleo più antico occupava probabilmente il lieve rialzo di piazza San Paolo, attorno a una chiesa dedicata al santo, abbattuta nel 1490 per far posto a un edificio più ampio, consacrato nel 1496. I pievani sono documentati dal 1267, e nel Quattrocento la pieve aveva sotto di sé le chiese di Sclaunicco, Galleriano, Santa Maria di Sclaunicco e Lestizza.
La cortina e le vicinie di Mortegliano
Il nucleo attorno alla chiesa si chiuse presto in una cortina, il recinto fortificato tipico di molti villaggi friulani: mura, torre di avvistamento e fossati si devono con ogni probabilità ai primi del XII secolo, mentre fuori si stendevano le case e i campi dei contadini. Nel 1309, nella guerra fra il conte di Gorizia e il patriarca, le bande del conte slavo Giovanni Babanic, cognato del conte goriziano, presero il paese, lo saccheggiarono e lo diedero alle fiamme. Fu l'unico fatto di rilievo di quell'invasione, che aveva spinto il patriarca Ottobono a fuggire da Udine a Bologna; la ferocia dell'attacco lo convinse a trattare in fretta, nel 1310, un accordo con il conte, nominato in cambio comandante delle forze patriarcali.
Nel 1321 i patriarchi affidarono la giurisdizione ai conti di Strassoldo, famiglia di origine tedesca che risiedeva nel suo complesso fortificato vicino ad Aquileia, ma più volte il paese tornò in feudo ai conti di Gorizia, schierati con l'impero. La comunità si reggeva comunque con larga autonomia attraverso le vicinie, assemblee dei capifamiglia residenti da un certo numero di anni, convocate con regolarità per decidere dei beni comuni e dei lavori: la cura delle mura, degli argini e delle strade, l'uso delle acque, i disboscamenti.
Pesavano soprattutto le terre lasciate a bosco o a pascolo. Nel 1332 Mortegliano si scontrò duramente per terreni e pascoli contesi con le ville di Castions e Carlino, che dipendevano dai signori di Castello e dal Capitolo di Aquileia; a sud della Napoleonica sopravvisse a lungo il Paludo di Mortegliano, una vasta area incolta riservata ai morteglianesi per la legna e la caccia. Nel 1411 gli Udinesi, in guerra contro Cividale, demolirono la cinta muraria trecentesca, che forse non fu più ricostruita a dovere.
L'assedio turco e i secoli di Venezia
Nel 1420 l'esercito veneziano sconfisse le forze imperiali che difendevano Ludovico di Teck, l'ultimo patriarca, e il Friuli passò alla Serenissima. Mortegliano restò feudo dei conti di Gorizia, mentre gli Strassoldo continuarono a governare parte della vita politica; già verso la metà del Quattrocento il malcontento dei morteglianesi contro di loro sfociò in una lite per ottenere le leggi delle terre amministrate direttamente dai Goriziani. Privo di difese adeguate, nel 1477 il villaggio subì un primo assedio dei Turchi, che lo danneggiò gravemente, e gli abitanti rinforzarono le mura della cortina.
Nel 1499 i Turchi tornarono. Al suono delle campane i morteglianesi si chiusero nel recinto fortificato e, narrano le cronache, chi non poteva combattere pregava nella vecchia chiesa di San Paolo, promettendo un voto alla Vergine se il paese si fosse salvato. A differenza di molti centri della bassa friulana, Mortegliano resistette, al prezzo di trenta morti, ventinove uomini e una donna, dei quali si conoscono i nomi. L'assalto alla cortina è annotato anche nel catapano, l'obituario della pieve compilato verso l'inizio del Cinquecento.
Per sciogliere il voto e onorare i caduti, i superstiti fecero realizzare una grande pala d'altare in legno dall'intagliatore e pittore udinese Giovanni Martini. Le famiglie del paese ne coprirono la spesa con offerte volontarie, non senza ritardi e dispute, e l'opera, terminata nel 1526, andò sull'altare maggiore della chiesa di San Paolo. Nel Seicento i conti di Varmo costruirono una villa di campagna che spinse le case verso nord, lungo via Cavour.
Dal Seicento sono documentate tre vicinie, ognuna legata ai suoi borghi: quella del Borg di Sore, la più recente, lungo via Cavour; quella del Borg Suvie, fra piazza Verdi e via Udine; quella dei Borg Sapôc e Sclavs, cioè i borghi Sottopozzo e degli Slavi, riuniti insieme per le vie Roma e Marconi. Per le decisioni più gravi si radunavano tutte in assemblea generale sotto il decano, eletto per l'intera comunità, e lo fecero fino all'Ottocento. Il dominio veneziano finì nel 1797: con il trattato di Campoformido il paese passò all'Austria, poi al Regno d'Italia napoleonico, nel mandamento di Passariano, e di nuovo agli Austriaci fino all'annessione al Regno d'Italia nel 1866.
Mortegliano nelle due guerre mondiali
Nella prima guerra mondiale il paese stava nelle retrovie del fronte: nel 1915 vi si insediò il primo comando della III Armata, e il re Vittorio Emanuele III e i duchi d'Aosta vi sostarono più volte, ospiti dei Brunich, la famiglia di industriali che possedeva la filanda principale di via Roma. La guerra entrò fra le case il 30 ottobre 1917, durante la ritirata di Caporetto, nei combattimenti della battaglia di Pozzuolo, che dovevano frenare gli Austriaci e lasciare alla III Armata il tempo di passare il Tagliamento. Molte donne e molti bambini fuggirono prima che i ponti sul Cormor venissero fatti saltare.
Lungo via Udine, l'ingresso al paese da est, soldati e civili rimasti spararono per ore dalle case e dai magazzini sulle avanguardie austriache; i colpi di mortaio distrussero del tutto alcune abitazioni, fra cui le case Gattesco e Garzitto. Gli Austriaci aggirarono infine le difese attraverso gli orti e sbucarono nella piazza principale, piazza Verdi; i caduti dei due schieramenti furono fra 300 e 400. Nel 1919 il duca d'Aosta Emanuele Filiberto di Savoia inaugurò presso il cimitero il monumento ai soldati morteglianesi morti al fronte, e una lapide in bronzo, posta più tardi, ricorda anche i caduti austriaci.
Negli anni del fascismo il paese cominciò a passare dai campi al lavoro operaio, e vennero aperti il nuovo municipio, l'asilo infantile, una scuola professionale di disegno e un cinema della parrocchia. Molti emigrarono in Sudamerica o nelle città nate dalle bonifiche, e un folto gruppo si stabilì ad Arborea, in Sardegna, poi gemellata con Mortegliano. Nella seconda guerra mondiale il campo di volo di Lavariano attirò numerosi bombardamenti; i partigiani Gino e Mario Lizzero, fratelli, ebbero la medaglia d'argento al valor militare, come l'aviatore Lionello Barbina. Nel 1976 il cappellano don Adriano Piticco fondò Radio Mortegliano, emittente cattolica che arrivò a coprire gran parte del Friuli, e la sera del 24 luglio 2023 una grandinata causò danni per circa 80 milioni di euro.
Dal duomo di Mortegliano al Tôr di Lavariano
Il duomo neogotico a pianta ottagonale, progettato dall'architetto Andrea Scala, prese il posto della chiesa di San Paolo: per costruirlo, dal 1864, furono abbattuti la vecchia chiesa, la torre difensiva, sette case e la cortina, e i conti di Strassoldo fecero causa alla commissione dei lavori per avere un indennizzo per la torre. Consacrato nel 1920, accoglie dal 1935 la pala del Martini, il più grande altare ligneo del Friuli, con oltre 60 statue sulla vita di Maria, rimasta fino ad allora nella chiesa della Santissima Trinità.
Il campanile di Mortegliano, alto 113,20 metri, sorse sull'area del vecchio cimitero dopo la demolizione, fra il 1913 e il 1914, della torre campanaria pericolante. L'architetto udinese Pietro Zanini lo progettò interamente in cemento armato; il cantiere partì nel 1955 e il patriarca di Venezia Giovanni Urbani lo inaugurò il 20 settembre 1959.
In piazza Verdi la chiesa della Santissima Trinità, costruita fra il 1602 e il 1652, fu la parrocchiale fino al 1920; chiusa e usata a lungo come deposito, tornò al culto nel 1971 dopo i restauri avviati nel 1969. Lungo via Cavour, la villa dei conti di Varmo fu la casa dei Varmo-San Daniele Pers, un ramo del casato, finché vi abitarono nei primi decenni del Novecento: i soffitti delle sale di rappresentanza hanno affreschi del Settecento, e alle pareti stanno i ritratti di molti membri del casato. Dal 1988 appartiene al Comune e ospita la biblioteca comunale, mentre nel suo vasto parco sorsero negli anni Sessanta e Settanta edifici pubblici e sportivi.
Fra i campi sta la chiesetta di San Nicolò di Arnaces, il cui nome richiama le urne funerarie romane trovate nella zona: nata probabilmente in età longobarda, distrutta dagli Ungari e rifatta dopo il Mille, fu restaurata negli anni Novanta del Novecento.
Il comune comprende due frazioni, Chiasiellis e Lavariano, nella pianura circa quindici chilometri a sud di Udine. Secondo il FAI il nome di Lavariano viene probabilmente dal praedium Laberianum, il podere del cavaliere romano Laberius, nato con la centuriazione seguita alla fondazione di Aquileia nel 181 a.C. Nel 776 Carlo Magno donò queste terre a Paolino, suo maestro di grammatica, che nel 787 divenne patriarca di Aquileia. Dopo le incursioni ungare del X secolo i patriarchi permisero di costruire un castellum con una torre, il Tôr, citata come Turris Laberiani in un documento del 1039 e giunta fino a noi. Nel borgo restano case con muri di sasso a vista, portali ad arco ribassato e la chiesetta campestre di San Giovanni Battista, nell'area del cimitero.
Domande frequenti
Perché Mortegliano è legato alla «blave»?
Il motto friulano «blave di Mortean», granturco di Mortegliano, nacque nell'Ottocento con valore spregiativo: i proprietari del paese, arricchiti dal mais, prestavano denaro a usura ai contadini della Bassa, e il giallo della pannocchia finì per indicare quei soldi. Perso il senso negativo, il nome indica una farina di mais prodotta sul territorio secondo il disciplinare di un consorzio di produttori.
Quando si festeggia il patrono di Mortegliano?
San Paolo, patrono del paese, si festeggia il 25 gennaio. A settembre si tengono invece i festeggiamenti che chiudono la lunga stagione delle sagre estive del Medio Friuli.
