I Blumari di Montefosca sono le maschere protagoniste del carnevale arcaico di Montefosca (Čarni Varh), la frazione più remota del comune di Pulfero, nell'alta val Natisone. Vestiti di bianco, coi campanacci e un alto cappello a forma di albero, corrono attorno al paese tante volte quanti sono, per risvegliare la terra dopo l'inverno.
Il costume bianco dei Blumari
Alla corsa prendevano parte soltanto giovani maschi non sposati, in età di coscrizione, e sempre in numero dispari. Ognuno indossa abiti bianchi, calzettoni di lana dello stesso colore e scarpette nere di velluto, gli zeki. Sulla schiena porta tre campanacci, fissati con un intricato nodo di corde.
Il pezzo più vistoso è il cappello di paglia. Dalla calotta si alza un lungo stelo, da cui altri steli ricadono a cascata; strisce di carta di molti colori lo rivestono, finché l'insieme somiglia a un albero in fiore.
La vestizione e la corsa attorno al paese
I Blumari si preparano in un luogo appartato. La vestizione si tramanda di generazione in generazione: padri e nonni legano con mani esperte i campanacci e i copricapi, perché restino al loro posto durante la corsa e i salti.
Il rito cade l'ultimo giorno di carnevale e dura dal pomeriggio fino al tramonto. Il tracciato è fisso, sempre lo stesso: un anello di 4 chilometri che racchiude Montefosca e la vicina borgata di Paceida (Pačejda). Il gruppo lo ripete tante volte quanti sono i suoi componenti, di solito da 5 a 11. Secondo la tradizione del paese il numero giusto sarebbe sette, e a memoria d'uomo non si sono mai contati meno di tre né più di undici corridori.
A ogni giro spettano due sole soste, nelle osterie o nelle case: si mangia e si beve, ma senza smettere di saltare, perché i campanacci continuino a suonare. La fatica è grande, dato che di norma si corre su neve e ghiaccio, e un tempo lungo il percorso comparivano anche ostacoli improvvisi. Supera la prova chi arriva in fondo senza essere mai caduto, con la veste rimasta candida.
Il significato del rito di Montefosca
Col suono dei campanacci la corsa caccia la stagione fredda e chiama la primavera, segnando il passaggio fra le due. Le regole rigide e i racconti raccolti in paese vi fanno riconoscere, più che un gesto propiziatorio, un vero rito di iniziazione.
I giovani non sposati sono gli iniziandi, i chilometri di corsa sono la prova, il bianco intatto del vestito all'arrivo è il segno di averla superata. Nel rito si compie così il passaggio all'età adulta, insieme a un passaggio di testimone fra una generazione e l'altra.
Dal carnevale antico alla corsa di tutti
Un tempo i Blumari erano solo un episodio del carnevale del paese, il pust. Nei giorni precedenti, e mentre loro correvano, una compagnia mascherata sfilava e coinvolgeva gli abitanti; alla fine si faceva festa con banchetti, musica e balli. Il calo della popolazione ha spento tutto il resto, e la corsa è rimasta l'unica traccia, forse la più arcaica, dell'antico carnevale.
Lo spopolamento ha cambiato anche le regole: a correre sono i maschi di ogni età, bambini compresi, e pure gli uomini già sposati, tanto che il rito è diventato intergenerazionale. I Blumari compaiono anche al Pust v Benečiji di San Pietro al Natisone, il carnevale delle Valli del Natisone, dove si limitano a sfilare accanto ad altre maschere, come il gallo e la gallina di Mersino e i Pustje di Rodda.
Montefosca ospita il Museo dei Blumari. Nel paese, un'ampia esposizione di attrezzi agricoli mostra che l'allevamento era la principale fonte di sostentamento.
Domande frequenti
Come si arriva a Montefosca per vedere i Blumari?
Da Cividale si segue la SS54 in direzione della Slovenia fino a Stupizza, frazione di Pulfero. Di lì un'antica mulattiera, fino agli anni Cinquanta unico collegamento del paese col fondovalle, sale ai 702 metri di Montefosca con circa 500 metri di dislivello e un'ora e mezza di cammino.
Da dove viene il nome dei Blumari di Montefosca?
Sembra derivi dal tedesco «Blume», che significa fiore: un richiamo ai cappelli fioriti dei corridori.