Il Picolit è un vitigno autoctono friulano e il vino dolce che se ne ricava sui Colli Orientali del Friuli, in diciannove comuni della provincia di Udine a ridosso della Slovenia. Citato per nome in un documento del 1682, dà grappoli radi e quasi vuoti, e quindi pochissimo vino per ettaro.
Il grappolo spargolo del Picolit
La causa della scarsità sta nel fiore. Il suo polline è sterile, mentre la parte femminile resta fertile e potrebbe essere fecondata dal polline di altre viti, un'ipotesi che il disciplinare di produzione giudica però quasi solo teorica; altre fonti indicano nelle varietà vicine, come il Verduzzo, le piante che lo impollinano. Ne deriva l'acinellatura, cioè l'aborto di gran parte dei fiori: su ogni grappolo arrivano a maturare da 15 a 30 acini invece di 150-200, e la pigna resta spargola, ossia rada.
Gli acini sono piccoli e ovali, con una lieve punta, e a maturazione diventano traslucidi sotto un'abbondante pruina, il velo che copre la buccia, di un grigio giallo scuro. La buccia è spessa e resistente, la polpa molto concentrata. La foglia ha forma pentagonale, con tre o quattro lobi e venature rossastre. Il germogliamento è precoce e la maturazione piuttosto tardiva, e la pianta, per natura vigorosa, va tenuta a freno.
Le colline di ponca dei Colli Orientali
La zona di produzione segue una fascia di colline e piane orientata da nord-ovest a sud-est: dalle alture di Tarcento e Nimis scende per Cividale del Friuli, Premariacco e Prepotto fino a Manzano e San Giovanni al Natisone. Il suolo appartiene al «Flysch di Cormòns», un'alternanza di strati di marne, cioè argille calcaree, e di arenarie, sabbie cementate. In friulano questo terreno si chiama ponca: esposto alle intemperie si sbriciola in scaglie e dal grigio azzurro vira al giallastro, fino a ridursi in argilla. Nelle marne di Rosazzo e della Rocca Bernarda si trovano fossili, soprattutto nummuliti, ma anche coralli e gasteropodi.
Le marne franano facilmente, e per salvare viti e pendii i vignaioli hanno disposto i filari su colline terrazzate, fra 100 e 400 metri di quota, preferendo i punti più alti. I venti freddi del settentrione trovano una barriera nelle Prealpi Giulie, mentre il mare, a non più di 40 chilometri in linea d'aria, mitiga gli sbalzi di temperatura. La pioggia cala da nord a sud: nella stagione vegetativa cadono in media 1157 millimetri fra Tarcento e Nimis, circa 976 a Cividale e meno di 900 a San Giovanni al Natisone.
Più ristretta e più fresca è la sottozona Cialla, nella parte settentrionale del comune di Prepotto, al confine con Cividale del Friuli.
Dalla vendemmia all'appassimento
La raccolta è tardiva, con una leggera surmaturazione in pianta, cioè una maturazione spinta oltre il consueto, quando l'annata lo permette. L'uva va poi in cassette, sistemate in locali ben aerati o sui graticci, dove perde acqua lentamente e concentra gli zuccheri. Il disciplinare ammette l'appassimento sulla vite, sui graticci, in cassette all'aperto o in ambienti che regolano temperatura, umidità e ventilazione, e vieta ogni arricchimento. La fermentazione e l'affinamento possono avvenire in botti di legno.
Le regole tengono basse le quantità: al massimo 4 tonnellate d'uva per ettaro e una resa in vino del 55%, pari a 22 ettolitri, contro i circa 70 di un vigneto qualsiasi. Alla vendemmia l'uva deve garantire almeno il 13% di alcol naturale, e il vino finito almeno il 15%. Esce dopo il 1° settembre dell'anno seguente la raccolta, con l'annata indicata in etichetta, in bottiglie fino a 5 litri chiuse con il sughero.
Nei primi anni della denominazione molti produttori preferivano versioni secche, affinate in acciaio e vendute giovani. L'appassimento si è poi diffuso, anche perché la muffa nobile, la Botrytis cinerea, si presenta da sola solo una volta ogni quattro o cinque anni. Gli stili restano molto vari: in un assaggio di una trentina di vini del 2006 l'appassimento andava da 10 a 90 giorni, e lo zucchero residuo da 13,6 a 321 grammi per litro.
Nel bicchiere e a tavola
Il colore è giallo dorato, più o meno carico, e con qualche anno di invecchiamento passa all'oro vecchio o quasi all'ambra. Il profumo richiama il favo d'api e il miele di fiori di campo, il sapore va dall'amabile al dolce, caldo e armonico, con un eventuale sentore di legno; il disciplinare lo riassume in una formula: «dolce-non-dolce». A differenza di molti passiti non ha uno stile ossidativo, e rimane equilibrato e teso.
Lo si sorseggia senza nulla accanto, quale vino da meditazione, oppure insieme ai dolci: la pasticceria secca, i lievitati, la gubana friulana, il presnitz triestino e le preparazioni al cioccolato. Accompagna anche i formaggi erborinati come lo Stilton e il Roquefort, il foie gras e perfino le ostriche.
Il conte Asquini e le corti d'Europa
Il disciplinare lo ritiene già coltivato in epoca romana, ma ammette che il vitigno non ha mai lasciato una data sicura né un luogo certo d'origine. Il primo documento ufficiale col suo nome risale al 1682, e nel Seicento la sua fama lo portò fino a Conegliano, Treviso, Vicenza, Bassano, in Emilia-Romagna e in Toscana.
La fortuna europea si deve al conte Fabio Asquini (1726-1818) di Fagagna, a nord-ovest di Udine, agronomo che promosse anche la coltura della seta. Benché astemio, si affidava a un gruppo di assaggiatori e scrisse un trattato sul commercio del vino. Nel 1756 monsignor Giuseppe de Rinaldis gli raccontò che a Castel Gandolfo il suo «Piccolitto» aveva superato gli altri vini davanti ai cardinali Torregiani, Peroni e Gian Francesco Albani.
Dal 1762 Asquini ne fece un commercio su larga scala, con diverse migliaia di bottiglie in vetro di Murano e il marchio impresso sul tappo. Vendeva il vino al secondo anno e, per provarne la tenuta, una volta ne spedì una cassetta a Cadice facendosela rimandare indietro, con ottimi risultati. Sfruttando le rotte commerciali di Venezia lo portò a Londra, Parigi, Amsterdam, in Russia e in Germania, oltre che a Genova, Milano, Napoli e Ancona, rivale del celebre Tokay ungherese. Lo ebbero la corte di Francia, il re di Sardegna e l'imperatore d'Austria, che a Trieste lo giudicò «migliore di chiunque altro vino». Nel 1767 l'agronomo friulano Antonio Zanon scriveva che rallegrava le mense di Germania, Inghilterra e Francia.
Secondo diversi documenti, ai primi dell'Ottocento una spedizione partì perfino per gli Stati Uniti. Con la morte del conte cominciò però un lungo declino: la produzione scarsa e le malattie della vite, dall'oidio alla peronospora fino alla fillossera, fecero quasi sparire il Picolit.
La Rocca Bernarda e la rinascita del Picolit
La ripresa partì da Ipplis di Premariacco, vicino a Rosazzo. Nel 1905 i coniugi Perusini Antonini comprarono la Rocca Bernarda, la villa-castello innalzata nel 1567 da Jacopo e Bernardo di Valvason Maniago, e Giacomo Perusini ritrovò il Picolit fra i vigneti rovinati di Ipplis. Nel 1906 l'Associazione Agraria Friulana pubblicò il suo studio «Il Piccolit», che il figlio Gaetano aggiornò in seguito portando a termine il lavoro del padre.
Fu per assaggiare il Picolit della contessa Giuseppina Perusini che nel 1959 lo scrittore di vini Luigi Veronelli venne per la prima volta in Friuli. Scrisse di non credere che in Italia esistesse un vino «più nobile di questo» e che potesse diventare per l'Italia ciò che lo Château d'Yquem è per la Francia. Sulle pagine del suo «Il Vino», Isi Benini ne sostenne il rilancio chiamandolo «l'araba fenice del Friuli».
Dal 1970 il Picolit entrò come tipologia nella denominazione di origine controllata «Colli Orientali del Friuli», con le sottozone Rosazzo e Cialla, ma negli anni Settanta i suoi vigneti scesero fino a 20 ettari. Nel 1977 la Rocca Bernarda passò per lascito al Sovrano Militare Ordine di Malta. Il decreto del 30 marzo 2006 riconobbe infine la denominazione di origine controllata e garantita «Colli Orientali del Friuli Picolit», con la sola sottozona Cialla, e la vendemmia di quell'anno fu la prima a portarla.
Domande frequenti
Da dove viene il nome Picolit?
Nei documenti antichi il vino compare come Piccolit, Piccolitto o Piccolitto friulano, e l'origine del nome non è certa. Nel 1790 il canonico Andrea Zucchini lo legava ai pochi acini e grappoli della vite, mentre il Gallesio parlava della piccolezza dell'uva.
Il Picolit è fatto solo con uve Picolit?
Il disciplinare chiede almeno l'85% di Picolit e ammette fino al 15% di altre uve bianche coltivabili in Friuli Venezia Giulia, escluso il Traminer aromatico. Nella sottozona Cialla il Picolit deve essere al 100%, e con quattro anni di invecchiamento il vino può fregiarsi della menzione «Riserva».
