La disfatta di Caporetto fu lo sfondamento del fronte italiano compiuto dagli eserciti austro-ungarico e tedesco dal 24 ottobre 1917, fra Tolmino e Caporetto, nell'alta valle dell'Isonzo che appartiene alla Slovenia. Nota anche come dodicesima battaglia dell'Isonzo, spinse le armate italiane fino al Piave e fece del nome Caporetto un sinonimo di sconfitta rovinosa.
Caporetto, crocevia fra Isonzo e Natisone
Il paese, Kobarid in sloveno, Cjaurêt in friulano e Karfreit in tedesco, sorge nel punto in cui il corso dell'Isonzo incrocia la valle del Natisone, la strada naturale verso la pianura friulana. In guerra questa posizione ne fece il nodo di collegamento fra le retrovie e il IV Corpo d'armata, la grande unità del Regio Esercito schierata sul fondovalle e sulle cime attorno. I comandi di divisione stavano a Dresenza, Smasti e Saga, coi servizi di artiglieria, genio e sanità; i villaggi a pochi chilometri dalla prima linea ospitavano invece i comandi di brigata, le riserve e i reparti a riposo.
Le valli del Natisone, all'estremità orientale del Friuli Venezia Giulia, uniscono Cividale del Friuli alla valle dell'Isonzo. Oltre al fiume principale le percorrono i suoi affluenti Alberone, Cosizza ed Erbezzo, e a nord le sovrasta il monte Matajur, detto anche monte Re, alto 1641 metri. Sopra la valle fra Caporetto e Tolmino, Tolmin in sloveno, corre la lunga catena del Colovrat, con il monte Na Gradu-Klabuk (1114 metri), il monte Piatto (1138) e il monte Nagnoj (1192), lungo il confine fra Italia e Slovenia.
Le undici battaglie prima dello sfondamento
L'Italia entrò nel conflitto nel 1915 per strappare Trento e Trieste all'Austria-Ungheria: erano le cosiddette «terre irredente». Il 24 maggio 1915, primo giorno di guerra, le truppe italiane entrarono a Caporetto convinte di liberare dei connazionali, e scoprirono una popolazione slovena che le accoglieva come occupanti. In quello stesso mese il Colovrat fu una delle basi da cui i reparti mossero verso il territorio dell'Impero.
Sotto il comando del generale Luigi Cadorna seguirono undici battaglie dell'Isonzo, tutte per rompere la linea nemica, che però non cedette mai. La decima, nel maggio 1917, portò guadagni minimi a fronte di perdite enormi. A fine luglio una conferenza alleata a Parigi chiese all'Italia due nuove offensive; Cadorna ne promise una, l'undicesima, che non diede risultati.
Gli austro-ungarici, con circa il 40% di soldati in meno, chiesero aiuto alla Germania. La rivoluzione russa permise di spostare truppe dal fronte orientale, e sei divisioni tedesche raggiunsero in segreto l'Isonzo insieme al generale Otto von Below e al suo capo di stato maggiore Konrad Krafft von Dellmensingen, mentre alle spalle del fronte si accumulavano gas e munizioni.
Il 24 ottobre 1917 fra Tolmino e Caporetto
Rinviato di qualche giorno per il maltempo, l'attacco partì alle due di notte del 24 ottobre contro la 2ª Armata. Per quattro ore piovvero gas soffocanti e lacrimogeni, poi per un'ora e mezza granate ordinarie. La natura del gas resta incerta: aveva odore di mandorle e forse era acido cianidrico, mentre il tenente colonnello del genio Attilio Izzo parlò di difosgene e difenilcloroarsina. Le maschere italiane avevano filtri che reggevano un paio d'ore al massimo, e le trincee avanzate furono abbandonate in fretta.
A nord, attorno al monte Rombon, l'87º Reggimento della brigata Friuli si ridusse a 212 uomini. I superstiti ricevettero l'ordine di ritirarsi, e il corpo d'armata del generale Alfred Krauss ebbe via libera verso Saga. A sud, a Tolmino, la sorpresa fu completa: l'ordine di ripiegare sull'altopiano del Colovrat, arrivato il 10 ottobre, era rimasto inascoltato, e il generale Pietro Badoglio aveva cominciato a organizzare il ripiegamento solo il 22.
Risalendo la valle verso nord, i battaglioni tedeschi toccarono Kamno a mezzogiorno e due ore dopo erano alle porte di Caporetto. Alle tre e mezza del pomeriggio il ponte sull'Isonzo saltò, ma prima del tramonto i tedeschi entrarono in paese con duemila prigionieri italiani. Intanto l'Alpenkorps e un battaglione da montagna del Württemberg salivano verso le cime del Colovrat fino alla quota 1114, un caposaldo italiano fortificato, che il giovane ufficiale Erwin Rommel fece aggirare per proseguire verso ovest. I reparti d'assalto, armati di mitragliatrici, bombe a mano e lanciafiamme, aprirono la strada a circa 60.000 fanti.
Dal Tagliamento al Piave, la ritirata
Il comandante della zona chiese di arretrare per non essere preso alle spalle, ma Cadorna glielo negò per diverse ore; in serata dovette ordinare la ritirata generale. Seguirono scene di panico, con soldati che si disfacevano delle armi e si consegnavano agli austriaci, mentre carabinieri e ufficiali ricorrevano spesso alle armi per ristabilire l'ordine; alcuni reparti invece si batterono con accanimento. Una prima linea provvisoria fu tracciata sul Tagliamento.
Entro il 10 novembre l'esercito si riattestò sul Piave e sul Grappa, a 150 chilometri dall'Isonzo, e la ritirata si chiuse il 19 novembre. Nella prima battaglia del Piave i reparti riorganizzati fermarono l'avanzata. I morti e i feriti italiani furono circa 40.000, gli sbandati 350.000; per i prigionieri le stime vanno da 260.000 a 365.000. Lo storico Alessandro Barbero ricorda anche il mezzo milione di profughi civili in fuga. Sul campo restarono 3000 cannoni, metà dell'artiglieria.
Le conseguenze politiche furono immediate: il Governo Boselli si dimise e la guida passò a Vittorio Emanuele Orlando. Cadorna diffuse un bollettino che accusava ingiustamente i soldati di aver rifiutato di combattere; il governo lo fermò, ma all'estero era già circolato. L'8 novembre il generale fu sostituito da Armando Diaz, che avrebbe guidato l'esercito fino alla vittoria del novembre 1918.
Colpe, processi e libri su Caporetto
La ricerca dei colpevoli cominciò subito. Fra l'inizio della battaglia e il 10 novembre 1917 Giuseppe Prezzolini scrisse il pamphlet Dopo Caporetto, stampato nel 1919 dalle Edizioni della Voce, che accusava gli ufficiali di carriera di imboscarsi lasciando morire i colleghi di complemento: «Quello che l'ufficiale ha fatto nell'esercito è quello che la borghesia ha fatto nel Paese». La voce «Caporetto» dell'Enciclopedia Treccani, redatta in epoca fascista dall'ufficiale Amedeo Tosti, attribuiva invece la sconfitta allo stato d'animo della truppa, senza parola sui comandi. Il partito fascista arrivò a indicare Caporetto come il momento della propria nascita.
Ernest Hemingway, testimone della rotta, descrisse in Addio alle armi il tribunale improvvisato accanto a un ponte sul Tagliamento, dove gli ufficiali giunti senza i loro uomini venivano processati e fucilati. Uscito in inglese nel 1929, il romanzo incappò nella censura e arrivò in italiano solo nel 1946, con Mondadori. Alla rotta si legano anche il Giornale di guerra e di prigionia di Carlo Emilio Gadda, che comprende il «Diario di Caporetto», La rivolta dei santi maledetti di Curzio Malaparte, del 1921, e il XIX capitolo de L'Italia e la guerra mondiale, saggio del 1920 di Thomas Nelson Page, scrittore statunitense che rappresentò il suo paese in Italia dal 1913 al 1919.
Sacrario e Museo di Caporetto
Il sacrario militare di Caporetto occupa il colle Gradič sopra il paese. Lo Stato italiano lo avviò nel 1936, quando Caporetto era in territorio italiano: il commissario straordinario per le onoranze ai caduti Ugo Cei affidò i lavori alla ditta Costruzioni Marchioro di Vicenza, la stessa di Redipuglia e del monte Grappa. Finito nel settembre 1938, fu inaugurato da Benito Mussolini il 20 di quel mese; il gruppo antifascista sloveno TIGR progettò di ucciderlo durante la cerimonia, ma il piano fu scoperto.
L'architetto Giovanni Greppi disegnò tre gradoni ottagonali concentrici che si restringono verso la cima, dove sorge la chiesa di Sant'Antonio, consacrata nel 1696; dei suoi affreschi, opera dell'artista locale Luna Šarf, si salvò soltanto il Giudizio universale. Due pilastri con la croce e la stella d'Italia segnano l'inizio della strada tortuosa che sale dalla piazza principale, scandita dalle quattordici stazioni della Passione scolpite da Giannino Castiglioni, ciascuna con una panca.
Vi riposano 7014 soldati italiani caduti fra il Rombon e Tolmino, 1748 dei quali ignoti, in sei tombe ai lati delle scale centrali; i nomi noti stanno su lastre di marmo serpentino sotto la scritta «Presente». È l'unico sacrario mantenuto dallo Stato italiano fuori dai confini nazionali. Lo stesso anno i tedeschi costruirono l'ossario di Tolmino, con circa mille soldati morti fra ottobre e novembre 1917.
Altri cimiteri di guerra, a Prepotto, Grimacco, Stregna, Drenchia, Camina e San Pietro al Natisone, furono chiusi e i resti portati al Sacrario militare di Redipuglia; restano i cimiteri austro-ungarici di Modrejce e Loče e le cappelle italiane di Gabria, Ladra e Planica. Nel centro del paese il Museo di Caporetto, nato nel 1990 da un'iniziativa privata e premiato dal Consiglio d'Europa, racconta la guerra attraverso le storie dei soldati di ogni nazione. Un plastico dell'alta valle dell'Isonzo mostra con proiezioni lo sfondamento, accanto a una trincea ricostruita, a mazze chiodate, a trappole per orsi usate contro gli uomini e alle protesi di cuoio del soldato sloveno Gabrijel Bukovnik.
Domande frequenti
Dove si vedono le trincee della disfatta di Caporetto?
Sul monte Na Gradu-Klabuk, lungo il Colovrat, un museo all'aperto conserva trincee e resti del caposaldo italiano, raggiungibili a piedi dal rifugio Solarie, sul passo omonimo, o salendo da Azzida, nel comune di San Pietro al Natisone, verso Crai, frazione di Drenchia. Altri sentieri partono dal paese di Rucchin, nel comune di Grimacco, fra i capisaldi della 2ª Armata, mentre sul monte Purgessimo, fra le valli del Natisone e la pianura, si ripercorrono i luoghi della battaglia di Cividale.
Perché gli sloveni parlano di «miracolo di Caporetto»?
Visto dalla parte degli austro-ungarici, e in particolare degli sloveni, lo sfondamento fu una vittoria insperata: ciò che per l'Italia resta una disfatta, sull'altro versante del fronte viene ricordato come un «miracolo».
Quali altri musei raccontano la disfatta di Caporetto?
In Italia ne parlano i musei sulla prima guerra mondiale di Gorizia, Ragogna, San Martino del Carso e Asiago; in Slovenia, oltre a quello di Caporetto, i musei di Tolmino e di Nova Gorica.