Il Monte San Michele è un'altura del Carso alta 275 metri, sul confine fra i comuni di Sagrado e Savogna d'Isonzo, dove si combatté duramente nei primi due anni della Grande Guerra. Dal 1922 è una zona monumentale, con trincee, caverne, cippi e un museo sul piazzale delle cime.
Le quattro cime del Monte San Michele
Il monte, chiamato in sloveno Debela griža, sorge sulla riva sinistra dell'Isonzo, otto chilometri a sud-ovest di Gorizia, a nord del paese di San Martino del Carso. Non ha una vetta unica ma quattro alture vicine, numerate da Cima 1 a Cima 4: le due più alte, Cima 2 e Cima 3, toccano i 275 metri, Cima 1 arriva a 271 e Cima 4 si ferma a 264.
La sua importanza veniva dalla posizione, che domina la bassa valle dell'Isonzo e la pianura di Gorizia. Nelle prime battaglie dell'Isonzo fu, insieme al Sabotin e al Podgora, uno dei capisaldi della difesa austro-ungarica di Gorizia, munito di più linee di trincee, reticolati di filo spinato, artiglieria pesante, gallerie e postazioni di mitragliatrici.
Battaglie del 1915 sul San Michele
La Prima battaglia dell'Isonzo, fra il 23 giugno e il 7 luglio 1915, toccò il monte solo ai margini, con i reparti italiani aggrappati sotto la sommità. Fu la Seconda battaglia dell'Isonzo, dal 18 luglio al 3 agosto, detta anche «Battaglia del S. Michele», a farne un calvario per le fanterie dei due eserciti. Dopo ore di fuoco tambureggiante, il primo giorno gli italiani presero la quota 170, cioè il rilievo a 170 metri sotto la cima. Il 20 luglio i fanti della brigata Regina e dell'XI bersaglieri raggiunsero la sella fra Cima 3 e Cima 4, e alle 17.30 la sommità era italiana.
Alle 4 del mattino seguente la 93ª Divisione austro-ungarica, rinforzata dalla 12ª Brigata da montagna, contrattaccò: le dieci compagnie sulla vetta persero quasi metà degli uomini e ripiegarono sulla quota 170. Nei due giorni del 20 e 21 luglio le perdite italiane fra morti, feriti e dispersi furono di 60 ufficiali e 1800 soldati. Il 26, sotto una pioggia torrenziale, la cima fu ripresa e subito lasciata.
Nella Terza battaglia dell'Isonzo, iniziata il 18 ottobre 1915, la brigata Piacenza conquistò Cima 4 in un corpo a corpo, mentre Cima 3, meno colpita dal bombardamento, resistette. La cima fu perduta, ripresa il 22 e di nuovo il 23, e ogni volta abbandonata sotto l'artiglieria e i contrattacchi austro-ungarici.
L'attacco con i gas del 29 giugno 1916
Nel giugno 1916 l'esercito austro-ungarico era in difficoltà: l'offensiva in Trentino era stata fermata e i russi avanzavano in Galizia. Sul Carso la presenza italiana appena sotto le cime preoccupava i comandi, e il generale Lukachich, al comando della 20ª Divisione Honved, studiava già dall'aprile un attacco con i gas. Nella notte due reggimenti ungheresi della divisione disposero nelle trincee più avanzate 6000 bombole di metallo di circa 50 chili, ognuna con un sottile tubo di rame. Previsto per le 4.30 del 29 giugno, il lancio slittò di circa un'ora per un cambio di vento; alle 5.30 una miscela di cloro giallo-verdastro e fosgene quasi incolore uscì da 3000 bombole.
Fu il primo impiego dei gas asfissianti sul fronte italiano. La nube investì le linee tenute dalle brigate Pisa e Regina; nel settore di Cima 3 stava la brigata Ferrara, con il 48° reggimento fanteria a sinistra e il 47° a destra. Cinque ufficiali del 48° furono fatti prigionieri quella mattina, e le loro relazioni sono conservate a Roma nell'archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito. Il sottotenente Giuseppe Patroncini ricordava nuvole giallastre alte 3 o 4 metri che scendevano lente, mentre i superstiti cercavano scampo salendo verso l'alto, dove il gas pesava meno.
Dietro la nube entrarono nelle trincee i reparti ungheresi, con le maschere antigas e armati anche di mazze ferrate. Le brigate Brescia e Ferrara, raccolti i superstiti, arginarono l'avanzata, aiutate da un nuovo giro del vento che rispinse il gas sulle linee austro-ungariche. Secondo la Relazione ufficiale italiana, l'XI corpo d'armata perse circa 200 ufficiali e 6500 soldati, dei quali circa 100 e 2600 morti; l'avversario contò 23 ufficiali e 1549 soldati fuori combattimento, 7 e 215 dei quali per effetto dei gas.
Agosto 1916, la brigata di Ungaretti
La Sesta battaglia dell'Isonzo, dal 4 al 17 agosto 1916, cambiò il modo di attaccare: l'artiglieria fu usata in massa, la ricognizione aerea indicò per la prima volta in quella zona postazioni e obiettivi, e la fanteria avanzò sotto un fuoco di copertura che allungava il tiro man mano, tenendo il nemico chiuso nei ricoveri. Con le linee telefoniche austriache interrotte, la brigata Catanzaro prese di slancio Cima 1 e Cima 2, le brigate Brescia e Ferrara espugnarono Cima 3 e Cima 4. Il monte restò all'XI corpo del generale Giorgio Cigliana, e l'8 agosto le prime pattuglie italiane raggiunsero Gorizia.
Nella brigata Brescia, col 19° reggimento fanteria, combatteva Giuseppe Ungaretti, interventista convinto, che sul San Michele visse la sua esperienza di guerra più tragica. La sua brigata aveva appena ricevuto il cambio in prima linea quando arrivò la nube del 29 giugno, e ne fu risparmiata. Il poeta diede ai versi di quei mesi titoli con il luogo e la data, come «Veglia», segnata Cima 4, 23 dicembre 1915. Nelle retrovie del monte conobbe il tenente Ettore Serra, che pubblicò in piena guerra la sua prima raccolta, «Porto Sepolto».
Dal 1922 una zona monumentale
Con la designazione del 1922 l'altura divenne un museo all'aperto. Il piazzale panoramico, fitto di cippi, guarda sui luoghi della guerra sul fronte del Carso, e il sentiero che tocca le quattro cime passa fra trincee in parte ripristinate e un ricovero austriaco in caverna, lo Schönburgtunnel. Sotto Cima 3 si visita la galleria cannoniera, scavata fra l'ottobre 1916 e il giugno 1917 per la difesa e divenuta poi sede del comando tattico della Terza Armata.
Altre caverne d'artiglieria italiane si aprono nell'«Area del S. Michele», vicino all'abitato di San Michele del Carso e sul Monte Brestovec, e presso San Martino l'Antro Casali Neri è una grande caverna austriaca usata in seguito anche dagli italiani. San Martino, sulla linea del fuoco nei primi due anni di guerra, ne uscì quasi distrutto, con gli abitanti profughi in Austria. Vicino al paese sorge il monumento ai caduti ungheresi del 4° Reggimento Honved; un facile percorso porta al monumento alla brigata Sassari, alla «Trincea delle Frasche» e al cippo di Filippo Corridoni, anarco-sindacalista, interventista e volontario di guerra caduto lì vicino il 23 ottobre 1915. Il cippo, voluto da Mussolini in memoria dell'amico, fu costruito nel 1933 su progetto di Francesco Ellero.
Il Museo del Monte San Michele
Sul piazzale, poco lontano da Cima 3, un piccolo spazio al chiuso chiamato «Museo del S. Michele» ha esposto per quasi un secolo cimeli e fotografie: l'attacco con i gas, il paesaggio del Carso in guerra, la vita in trincea, con proiettili, canne di fucile, maschere antigas ed effetti personali. Dal 29 giugno 2018 è stato rinnovato per intero come museo multimediale, con contenuti in italiano e in inglese.
Nella prima sala due schermi tattili mostrano le carte dell'intero conflitto, con lo spostamento dei fronti lungo una barra del tempo, e la ricostruzione in 3D della galleria cannoniera della Terza Armata e della grotta intitolata al generale Lukachich, che non si può visitare. La seconda sala conserva alcuni pezzi dell'esposizione precedente e un video sul fronte del basso Isonzo. Nella terza, 15 postazioni di realtà virtuale con visori e cuffie portano nelle trincee, fra i soldati dei due eserciti, negli ospedali da campo e fra i racconti dei corrispondenti, fino ai gas del 29 giugno e al volo sull'altopiano di Doberdò a bordo dello Spad XIII pilotato da Francesco Baracca. Dall'edificio con la terrazza panoramica lo sguardo corre sulla valle dell'Isonzo fino a Gorizia.
Domande frequenti
Come si arriva al Monte San Michele?
Dal paese di Sagrado si seguono le indicazioni per il Monte San Michele, che portano fino al piazzale delle cime.
La visita al Museo del Monte San Michele è a pagamento?
Sì: il museo multimediale e la galleria cannoniera di Cima 3 si visitano con un biglietto.