Il Pedocin è il nome con cui i triestini chiamano il Bagno marino comunale «La Lanterna», una stretta spiaggia di ciottoli accanto al porto di Trieste. Nato all'epoca dell'Impero austro-ungarico e inaugurato ufficialmente nel 1903, è diviso da un muro che tiene gli uomini da una parte e le donne con i bambini sotto i 12 anni dall'altra.
Il molo Fratelli Bandiera e la sua lanterna
Lo stabilimento sta sulle Rive, in pieno centro, lungo il molo che un tempo si chiamava Santa Teresa e che porta il nome dei Fratelli Bandiera. Poco distante sorge il faro da cui viene il nome ufficiale del bagno: una lanterna collocata sul molo nel 1832, spenta da tempo ma ancora in funzione quando la spiaggia aprì.
Il confine fra i due settori è un muro bianco lungo 74 metri e alto circa tre, che attraversa i ciottoli bianchi della battigia e prosegue in acqua fino alle boe. Ciascun settore ha il proprio ingresso, e la divisione riguarda anche i servizi igienici, gli spogliatoi e le docce. Il settore femminile è il più ampio dei due, e l'unico spazio in comune resta il mare aperto: secondo il racconto di un cassiere, agli uomini basta allontanarsi a nuoto per vedere l'altra metà della spiaggia.
Le origini asburgiche del bagno
Verso la fine dell'Ottocento, quando Trieste era sotto il dominio austriaco, il Comune scelse di costruire bagni popolari in città, perché le famiglie potessero raggiungere il mare senza allontanarsi troppo. Le prime strutture del Pedocin sono probabilmente più antiche della data ufficiale: il FAI e il portale italia.it indicano il 1890, mentre la nascita dello stabilimento si colloca per convenzione fra il 1903 e il 1908. Erano anni di grandi cantieri, e allora fu inaugurato anche il Bagno Militare, conosciuto più tardi come Bagno Savoia.
Alla Lanterna andavano al mare i poveri della città. L'ingresso era libero e mancava qualsiasi servizio: chi andava al mare si portava da casa un chiodo, lo piantava nel legno della struttura e vi appendeva i vestiti. La borghesia la guardava dall'alto in basso e frequentava i bagni galleggianti, mentre lì si ritrovavano i ceti popolari.
La separazione fra uomini e donne nasceva dalle leggi asburgiche, che punivano duramente gli atti «contrari alla pubblica decenza»; spiagge divise per sesso erano comuni anche altrove in Europa, soprattutto in Germania e nei paesi del Nord. All'inizio bastava una staccionata di legno. Al tempo dell'imperatore Francesco Giuseppe la spiaggia chiudeva fra le due e le quattro del pomeriggio per lasciare che i soldati si lavassero, e nei primi decenni del Novecento l'esercito la occupava ogni giorno, sistemando cavalli e muli negli spogliatoi.
Dal muro degli anni Trenta al restauro del 2009
Negli anni Trenta la staccionata fu sostituita da un muro. Durante la Seconda guerra mondiale i militari requisirono il bagno e una parte della ghiaia servì per le opere di difesa; nel dopoguerra lo stabilimento fu restaurato e riprese a funzionare.
La proposta di unire le due metà tornò più volte. Nel 1943 il quotidiano triestino Il Piccolo la presentò come una questione di costi, sostenendo che una spiaggia sola avrebbe abbassato la spesa per le famiglie meno agiate; la consultazione che seguì diede un verdetto unanime a favore della divisione.
Il muro venne abbattuto una sola volta, nel 1959, e rifatto subito qualche metro più in là. Fino ad allora la spiaggia era tagliata esattamente a metà; da quel momento le donne, che erano le frequentatrici più numerose e portavano con sé i bambini, ebbero più spazio. Negli anni Ottanta un sondaggio del Piccolo sull'abbattimento sollevò una reazione così decisa che il bagno rimase com'era. Nel 2009 lo stabilimento fu ristrutturato da cima a fondo e riportato all'aspetto originario, nei colori bianco e azzurro.
Pedocin, pidocchi e cozze: l'origine del nome
Il primo soprannome della spiaggia fu Ciodìn, «chiodino» in dialetto, per i chiodi che i bagnanti portavano con sé. Già nei primi anni si affermò però Pedocìn, diminutivo di pedocio, cioè «pidocchio», un nomignolo ruvido in linea con l'abitudine triestina ai toponimi dissacranti.
Le spiegazioni sono diverse. La più accreditata riguarda i soldati, che sulla spiaggia andavano a «spidocchiarsi». In triestino pedocio indica anche la cozza, che si attacca agli scogli come il pidocchio ai capelli, e davanti al bagno esisteva un tempo un allevamento di mitili. Altri pensano alla folla che riempiva quel piccolo tratto di costa, dove si stava stretti come pidocchi, e c'è chi vede in Pedocìn una storpiatura di Ciodìn. Il nome ufficiale, «La Lanterna», si deve invece al faro del molo.
Una spiaggia di libertà fra cinema e polemiche
Nato per imporre il decoro, il muro è diventato per molte frequentatrici una garanzia di riservatezza: nel settore femminile si prende il sole senza sentirsi osservate. Nell'estate del 2016 il bagno finì sui giornali per la presenza di donne musulmane in burkini, che dissero di cercarvi la stessa tranquillità delle triestine. Katia Pizzi, docente di Italian Studies all'Università di Londra, ha legato questa storia all'emancipazione femminile a Trieste, una delle prime città italiane ad aprire l'istruzione secondaria alle ragazze grazie all'influenza asburgica.
Sempre nel 2016 il documentario «L'ultima spiaggia» di Thanos Anastopoulos e Davide Del Degan, girato al Pedocin, fu scelto per le proiezioni speciali della 69ª edizione del Festival di Cannes. Alla spiaggia la triestina Micol Brusaferro ha dedicato il libro «El Pedocin».
Nel giugno 2026 due turisti milanesi, dopo aver pagato l'ingresso, chiesero il rimborso definendo la separazione «assurda e medievale». La notizia fece il giro dei giornali, fino alla CNN, e gli ingressi di luglio salirono dai 34.885 del 2025 ai 53.610 del 2026.
Domande frequenti
Il Pedocin di Trieste è a pagamento?
Sì: si entra con un biglietto dal prezzo simbolico, rimasto sempre molto basso.
Si può passare nell'altro settore del Pedocin?
Per entrare nella metà riservata all'altro sesso serve un permesso speciale.
