Il Monte Santo di Gorizia è un rilievo sloveno di 681 metri a nord-est di Gorizia, nel territorio di Nova Gorica, all'estremità meridionale dell'altopiano della Bainsizza. Sulla cima sorge un santuario mariano consacrato nel 1544, e nel 1917 la vetta fu duramente contesa fra italiani e austro-ungarici.
Una dorsale sopra l'Isonzo
Gli sloveni chiamano il monte Skalnica o Sveta Gora pri Gorici, i friulani Mont Sante o Monsanta. Insieme al Kuk e al Vodice, le due cime vicine, forma una dorsale orientata da sud-est a nord-ovest che accompagna il corso dell'Isonzo e domina dall'alto la piana di Gorizia.
La vetta è un punto d'incontro di confini: lì si toccano i territori di Salcano (Solkan) e Gargaro (Grgar), località del comune di Nova Gorica, e quello di Plava (Plave), che appartiene a Canale d'Isonzo (Kanal ob Soči). Nel 2006 l'area della cima fu staccata da Salcano e da Gargaro e divenne un insediamento a sé, che porta il nome di Sveta Gora.
Le origini del santuario del Monte Santo
Un luogo di culto esisteva sulla Skalnica già nel Trecento. Un atto del 19 maggio 1368, con cui il conte Mainardo di Gorizia ipotecava alcuni beni, nomina infatti un podere «sotto Sveta Gora». Secondo la tradizione, nel 1539 la pastorella Urška Ferligoj di Gargaro vide la Madonna, che le chiese di far costruire una chiesa. Dell'apparizione del 1539 non restano documenti originali: il guardiano del convento, cioè il suo superiore, dichiarò nel 1716 che erano bruciati verso il 1600 con l'archivio parrocchiale di Salcano, e che la memoria si reggeva sul racconto tramandato a voce.
L'11 dicembre 1540 il conte Hieronymus Attems, luogotenente del capitano di Gorizia, regalò il terreno della cima, e l'anno seguente il cantiere partì. Gli stati provinciali protestanti della Carniola protestarono contro l'opera presso le autorità austriache, senza fermarla. Il 12 ottobre 1544 fu consacrata una grande chiesa a tre navate, e da allora il monte si chiamò Sveta Gora, cioè Monte Santo.
Un anno dopo la consacrazione, il patriarca di Aquileia Marino Grimani (1488-1546) donò al santuario un dipinto su legno di cedro. La tavola è attribuita a Palma il Vecchio, il pittore veneziano Jacopo Negretti (1480-1528). Maria vi tiene in braccio il Bambino fra il profeta Isaia, con il libro delle profezie, e san Giovanni Battista, che indica Gesù; sul suo bastone corre la scritta «Ecco l'Agnello di Dio». Alle spalle della Vergine pendono un tappeto, tipico della pittura rinascimentale veneziana, e il tronco che raffigurerebbe l'albero della stirpe di Davide; sullo sfondo spunta l'alba dietro le montagne.
Dalla stessa epoca proviene una statua tardogotica della Madre di Dio con Gesù. I pellegrini salivano dal Goriziano e dal Friuli, dal Carso, dall'Istria e dalla Dalmazia, e anche dalla Carniola, dalla Stiria e dalla Carinzia: nelle feste maggiori se ne contavano oltre 10.000. Nel 1565 la chiesa passò in custodia ai frati francescani.
Padre Romuald Sitar e l'incoronazione del 1717
Nato nel 1663 a Ročinj, nella bassa valle dell'Isonzo, padre Romuald Sitar fu più volte guardiano del Monte Santo. Nel 1709 avvertì i confratelli che il convento rischiava di crollare e propose di rifarlo per intero. Il contratto col capomastro Torre fu firmato a Gorizia nel gennaio 1711 e l'edificio, eretto a sud della chiesa, fu pronto nel 1714: ospitava 54 frati e costò oltre 20.000 fiorini, raccolti con le offerte dei pellegrini.
Sitar ottenne dal capitolo di San Pietro a Roma il permesso di incoronare l'immagine della Madonna. Le due corone d'oro, dono della nobildonna Ana Katarina Schell von Schellenburg, conosciuta dal frate a Lubiana, pesavano otto once, cioè 227 grammi, ed erano ornate da 30 perle, 23 diamanti e 25 altre pietre. All'alba del 6 giugno 1717 quattro frati portarono il quadro in processione fino a Gorizia; nella piazza grande, chiamata Travnik, il vescovo di Pedena Marotti lo incoronò davanti al palazzo dei conti Della Torre, fra più di 30.000 persone. Fuori dalle terre italiane, solo la Madonna di Trsat, sopra Fiume, aveva ricevuto quell'onore prima di allora, nel 1715.
Nell'ottava che seguì, il santuario distribuì 133.000 comunioni. Il 7 settembre 1748 papa Benedetto XIV istituì una festa annuale nella terza domenica dopo Pentecoste: la gente la chiama kronanca, ed è la ricorrenza maggiore del Monte Santo. Sitar morì sul monte il 31 marzo 1733.
Gli esili dei frati del Monte Santo
Le riforme dell'imperatore Giuseppe II colpirono anche il pellegrinaggio, che fu soppresso il 27 gennaio 1786: i francescani dovettero partire e l'immagine fu trasferita nella chiesa di Salcano. Il santuario riaprì nel 1793, la chiesa fu restaurata e il 29 settembre il dipinto tornò sull'altare. In facciata fu murata una lapide col versetto «Ego autem steti in monte sicut prius», cioè «io stetti sul monte come prima».
I frati, invece, rientrarono sulla Skalnica soltanto nel 1901. Restituirono al santuario la fama di un tempo, finché la guerra non li costrinse di nuovo alla fuga. In tutta la sua storia il quadro della Madonna dovette lasciare la basilica tre volte, ritornandovi sempre.
Il Monte Santo nella Grande Guerra
Per la posizione sulla piana di Gorizia, il monte fu un obiettivo militare fin dall'apertura del fronte dell'Isonzo, e nel giugno 1915 i bombardamenti italiani distrussero il santuario. Il suo peso crebbe dopo la sesta battaglia, quando gli italiani presero Gorizia e il monte Sabotino, sull'altra riva del fiume. Nelle caverne del Sabotino furono ricavate le batterie che tiravano sulle posizioni austro-ungariche del Monte Santo, del Vodice e del San Gabriele.
Gli austro-ungarici fecero della cima, col Vodice, il San Gabriele e il San Daniele, il nuovo sbarramento settentrionale del campo trincerato di Gorizia, a difesa della strada verso il Carso e Lubiana. Per quattro offensive il Regio Esercito non riuscì a prenderla. Nel maggio 1917 la cresta fu teatro di combattimenti accaniti: il 12 maggio i fanti della brigata Campobasso arrivarono in vetta, ma non la tennero, mentre il Kuk e il Vodice passavano agli italiani con la decima battaglia.
L'undicesima battaglia dell'Isonzo portò il 22 agosto 1917 alla conquista del monte e della sottostante sella di Dol. Il successo ebbe un valore limitato, perché gli austro-ungarici restavano saldi sul San Gabriele e sul San Daniele, e dopo la rotta di Caporetto, appena due mesi più tardi, la cima tornò all'Austria-Ungheria fino alla fine della guerra. Col trattato di Rapallo del 1920 il monte divenne italiano; i trattati di Parigi del 1947 lo assegnarono alla Jugoslavia.
Dalle macerie alla basilica neobarocca
Fra il 1924 e il 1928 sulle rovine del santuario fu costruita la basilica neobarocca. Dentro custodisce la tavola di Palma il Vecchio e la statua tardogotica, con il soffitto intagliato, le vetrate e le stazioni della Via Crucis; accanto si alza il campanile con il suo concerto di campane. Sopra la porta d'ingresso si legge la stessa frase latina della lapide del 1793.
Il convento fu ripopolato dopo la guerra da francescani italiani, e nel 1938-1939 il Monte Santo celebrò con molte cerimonie i quattrocento anni dell'apparizione. I frati gestiscono il Museo Mariano, una raccolta di oggetti sacri che ripercorre le vicende del pellegrinaggio.
Domande frequenti
Come si sale in cima al Monte Santo di Gorizia?
Alla basilica e al convento arriva la strada della Skalnica (Skalniška cesta). Lungo il percorso si incontrano diversi ricoveri scavati dai soldati austro-ungarici durante la Grande Guerra.
Dove si trova a Gorizia la piazza dell'incoronazione del Monte Santo?
Il Travnik è piazza della Vittoria, che prima della Grande Guerra si chiamava ufficialmente piazza Grande. Il palazzo dei conti Della Torre, davanti al quale si svolse il rito, è la sede della prefettura di Gorizia.
