Le grotte del Friuli Venezia Giulia sono le cavità naturali aperte nelle aree carsiche della regione: il Catasto speleologico regionale ne contava 8747 al 2 marzo 2026, dal Carso triestino e goriziano alle Prealpi Carniche. Abitate fin dalla preistoria e usate come rifugio nelle guerre, sono legate a leggende e usanze raccolte dagli speleologi.
Aree carsiche del Friuli Venezia Giulia
Con la legge regionale 15 del 2016 la Regione ha riconosciuto nel patrimonio speleologico un bene di pubblico interesse, da conoscere, tutelare e promuovere. Al Catasto speleologico regionale lavorano il Servizio geologico e i gruppi di speleologi: gli ingressi registrati erano 9608 al 2 marzo 2026, e le nuove grotte inserite furono 221 nel 2023, 257 nel 2024 e 172 nel 2025.
Le 81 aree carsiche censite coprono il 69 per cento del territorio montano e collinare, cioè il 28 per cento dell'intera regione. Al loro interno sono state delimitate oltre 28.000 forme carsiche di superficie: soprattutto doline, cioè depressioni del terreno, ma anche polje, uvala e valli cieche. Le sorgenti superano le 1.250, con portate che vanno da pochi litri al minuto a più di cento metri cubi al secondo.
Le rocce cambiano da zona a zona, e la Regione divide le aree in cinque classi. Le prime due riuniscono calcari e dolomie, distinti secondo quanto sono evidenti le forme carsiche. Nelle Prealpi Giulie le cavità si aprono invece nel flysch, una successione di strati marnosi e arenacei con grossi banchi calcarei intercalati, così carsificati da contenere grotte lunghe chilometri. Chiudono l'elenco i conglomerati a ciottoli calcarei e le rocce evaporitiche, dove la dissoluzione sotterranea può provocare dissesti in superficie.
Catasto delle grotte della Venezia Giulia
Alla fine del XIX secolo la Società Alpina delle Giulie istituì il Catasto delle grotte della Venezia Giulia, un archivio cartaceo che raccoglie ogni notizia sulle cavità del Carso. Il suo ambito comprende la provincia di Trieste e la parte di quella di Gorizia a est dell'Isonzo, fra il fiume, il confine con la Slovenia e il mare fino alle foci del Timavo: circa 200 chilometri quadrati di roccia carsificabile. Nel 2001 vi erano registrate circa 3000 cavità, oltre 2000 delle quali scoperte ed esplorate dopo il 1945.
Nell'Ottocento diverse esplorazioni nacquero dalla ricerca di acqua per Trieste. Nel 1841, dopo mesi di lavori, la Grotta di Trebiciano fu resa percorribile fino al fiume sotterraneo Recca-Timavo, che si sperava di portare in un acquedotto; in fondo ai suoi pozzi, a 270 metri di profondità, una grande caverna ospita una collina di sabbia e il corso d'acqua. Con lo stesso scopo il Comune di Trieste fece scavare fra il 1862 e il 1866 la Grotta dei Morti, profonda 257 metri, sopra il rione di San Giovanni. I lavori finirono con la morte di quattro operai, uccisi dai gas di una mina fatta brillare sul fondo, e una piccola targa li ricorda all'ingresso del pozzo.
Il fiume, che nasce dal Recca, riemerge presso San Giovanni di Duino nelle risorgive del Timavo: tre bocche principali alimentano il suo tratto finale, e gli speleosubacquei vi hanno esplorato quasi due chilometri di cavità, a oltre 80 metri di profondità.
Al catasto lavorarono grottisti attenti anche ai racconti degli abitanti, da G. A. Perko a Eugenio Boegan, Rodolfo Battelini e C. Prez. D. Marini ne fu curatore per quarant'anni e lo arricchì con i rilievi di centinaia di cavità e con le storie ascoltate dai vecchi contadini del Carso.
Cinque grotte turistiche del Friuli Venezia Giulia
Un decreto regionale del 6 luglio 2026 ha iscritto cinque cavità nell'elenco delle grotte turistiche del Catasto speleologico: la Grotta Gigante a Sgonico, la Grotta di San Giovanni d'Antro a Pulfero, le Grotte Verdi di Pradis a Clauzetto, la Grotta delle Torri di Slivia a Duino Aurisina e la Grotta Nuova di Villanova a Lusevera.
La Grotta Gigante si apre nei calcari cretacei del Carso triestino ed è attrezzata per i visitatori dal 1908; la sua grande sala, lunga 130 metri, alta 110 e larga 65, ha un volume di 600.000 metri cubi ed è registrata nel Guinness dei primati come la caverna turistica più grande del mondo. Antonio Federico Lindner la esplorò in parte nel 1840, mentre cercava l'acqua del Timavo per l'acquedotto di Trieste.
La Grotta Nuova di Villanova, sull'altipiano del monte Bernadia, 25 chilometri a nord di Udine, fu scoperta nel 1925 da Pietro Negro, un abitante del paese; formata al contatto fra un banco di breccia calcarea e il flysch sottostante, è percorsa da un torrente interno e supera i 7 chilometri di sviluppo e i 281 metri di profondità. Le Grotte Verdi di Pradis sono invece un insieme di cavità disposte a più livelli lungo la forra che il torrente Cosa ha scavato nel calcare tenero del Cretacico superiore.
Preistoria nelle grotte del Carso e di Pradis
Sul Carso triestino le ricerche archeologiche contano oltre 300 cavità, e più della metà conserva tracce di frequentazione umana dal Paleolitico al Medioevo. Gli scavi cominciarono negli ultimi decenni dell'Ottocento: fra i protagonisti fu Carlo Marchesetti, il maggiore studioso della preistoria e della protostoria dell'alto Adriatico, il Caput Adriae, fra XIX e XX secolo.
La Grotta dell'Orso di Gabrovizza, a Sgonico, deve il nome alle ossa di orso delle caverne trovate negli scavi dell'Ottocento. È una galleria quasi orizzontale di circa 200 metri, con un grande ingresso sul fondo di una dolina alberata. L'archeologo L. K. Moser vi entrò per la prima volta nel 1879 e Marchesetti ne indagò la parte interna nel 1890. Ne sono emersi muri preistorici, ceramiche, selci, una lama di ossidiana e oggetti di provenienza non locale, lasciati da gruppi forse di pastori che la frequentarono dal Neolitico all'età del Bronzo antico; i reperti sono custoditi dal Civico Museo d'Antichità J.J. Winckelmann.
Nella Grotta Cotariova, presso Sgonico, gli studiosi hanno riconosciuto un antico ricovero per greggi di capre e pecore. La Grotta del Mitreo di Duino, frequentata dal Neolitico almeno fino all'età del Ferro, accolse in età imperiale romana un piccolo tempio dedicato al dio Mithra.
Sull'altopiano di Pradis, nelle Prealpi Carniche, gli scavi cominciarono negli anni Settanta, si fermarono dopo il terremoto del 1976 e ripresero nel 2005 nella grotta del Clusantin, usata come riparo da cacciatori di marmotte e ungulati. Dal 2010 gli scavi dell'Università di Ferrara hanno interessato la Grotta del Rio Secco, dove gli ultimi neanderthaliani lasciarono ossa di orso delle caverne e di marmotta e selci lavorate con i metodi di 50-40.000 anni fa; uomini anatomicamente moderni raggiunsero la cavità verso 30.000 anni fa.
Nelle due grandi cavità all'ingresso dell'orrido delle Grotte Verdi, la fase più recente appartiene a cacciatori-raccoglitori epigravettiani di 14.000 anni fa. Nel 2020 uno studio del Museo delle Scienze di Trento ha riconosciuto su ossa di marmotta alpina di Pradis i segni dell'impatto di frecce di circa 13.000 anni fa. Alcune di queste ossa e punte di freccia sono esposte nel Museo della Grotta, nato come raccolta nel 1969 e aperto al pubblico nel 2001 accanto alle Grotte Verdi.
Rifugi di guerra e foibe
Nello studio di Pino Guidi le leggende a sfondo storico formano il gruppo più numeroso, con 44 grotte: quattordici accolsero gli abitanti dei paesi nei momenti di pericolo e dieci sono ricordate come rifugi dei partigiani. Molte segnalazioni, come quelle delle grotte usate contro i bombardamenti, vennero raccolte sul terreno dagli speleologi che redigevano le schede del catasto.
La Grotta Clementina, detta Kalic, si apre sul fondo di una dolina al centro di Opicina, frazione di Trieste, e alla fine dell'Ottocento la Società Alpina delle Giulie la attrezzò per i turisti. Nella prima guerra mondiale servì da deposito di munizioni e poi da riparo a prigionieri russi e disertori austriaci. Nella seconda gli abitanti ne trasformarono l'ingresso in rifugio antiaereo, e durante la battaglia per Opicina, fra aprile e maggio 1945, vi rimasero chiusi cinque giorni e cinque notti.
L'Antro di Casali Neri, due caverne lunghe in tutto una sessantina di metri, servì nella prima guerra mondiale da dormitorio per 1200 soldati. Nella seconda, i partigiani sfuggivano ai rastrellamenti calandosi con scale di legno in cavità dall'imbocco stretto, coperto da un cespuglio di ginepro.
Il termine foiba, dal latino fovea, è di origine istriana e indica in genere una cavità naturale a pozzo. Quando in una ventina di grotte dell'Istria si ritrovarono alcune centinaia di istriani gettati dai partigiani dopo l'8 settembre 1943, la parola divenne sinonimo di pozzo usato per eliminare gli italiani, fascisti e non solo. Sul Carso, secondo gli studi citati da Guidi, le cavità usate così durante e subito dopo la seconda guerra mondiale furono una quarantina. Nel 2001 Guidi scelse di lasciarle fuori dal folklore, per rispetto di morti che qualcuno piangeva ancora.
Leggende e usanze delle grotte carsiche
Gli studi sul folklore delle grotte si moltiplicarono dagli anni Sessanta: E. Faraone pubblicò le sintesi sulle leggende delle cavità del Friuli nel 1982 e della Venezia Giulia nel 1986. Nel 2001 Pino Guidi riunì sulla rivista Mondo Sotterraneo una novantina di racconti del Carso, il più antico dei quali risale a Ireneo della Croce, nel 1698.
Si chiamano jame i burroni del Carso dove abiterebbe lo Skrat, un nano con giacca verde e berretto rosso dalla lunga nappa, che mangerebbe polenta di grano saraceno da una scodella di coccio: chi gettasse un sasso nella voragine e colpisse la scodella verrebbe portato via. La tradizione collocava coboldi e ondine nelle grotte più belle, come quella di Trebiciano e la Grotta Gigante. La bora sarebbe invece una vecchissima strega che vive con il figlio Borino in una caverna chiusa da un grosso masso, da cui ogni tanto sguscia fuori.
Presso Monfalcone, la Grotta del Diavolo Zoppo, distrutta dall'industria Solvay qualche anno dopo la prima guerra mondiale, doveva il nome a un diavolo che, conteso a un angelo un cassone d'oro, sarebbe caduto nella grotta rompendosi una gamba sotto il peso del tesoro. Si racconta anche che alla Grotta presso Zolla un aratro e i suoi buoi precipitassero in una voragine apertasi nel campo, e che mesi dopo il solo aratro riapparisse alle risorgive del Timavo.
Alcune usanze hanno date precise. Nella Grotta di Prosecco, ogni 2 febbraio, festa della Candelora, i ragazzi entravano con piccoli ceri accesi e percorrevano in tondo tutta la cavità: l'uso cessò negli anni Quaranta, riprese dopo il 1988 e finì nel 2000. Le grotte ospitarono anche matrimoni, come quello del 22 settembre 1963 nella Grotta Gigante e quello del 9 giugno 1968 nella Grotta delle Torri di Slivia.
Domande frequenti
Che cosa indica la sigla VG nei nomi delle grotte del Friuli Venezia Giulia?
Segna le cavità registrate entro i confini del Catasto delle grotte della Venezia Giulia e accompagna il loro numero d'ordine: la Grotta Gigante, per esempio, è la 2 VG.
L'ingresso alle grotte turistiche del Friuli Venezia Giulia è a pagamento?
Sì: la visita alle grotte turistiche si fa con un biglietto, emesso dal gestore di ciascuna grotta.
