La Risiera di San Sabba è l'ex pileria di riso del rione di San Sabba, a Trieste, che i nazisti trasformarono fra il 1943 e il 1945 in un campo di detenzione di polizia. Monumento nazionale dal 1965 e museo civico dal 1975, fu l'unico lager in Italia dotato di un forno crematorio.
La pileria del rione di San Sabba
Il grande complesso industriale sorse alla periferia della città, in un rione il cui nome, secondo alcune fonti, andrebbe scritto più correttamente San Saba. Per il museo l'edificazione occupò gli anni fra il 1898 e il 1913: molte schede indicano la prima data, mentre il catalogo dei beni culturali del Comune riporta la seconda e registra anche il vecchio nome di «Ex Ratto della Pileria». Qui si eseguiva la pilatura, cioè la lavorazione industriale del riso.
La produzione si fermò fra il 1927 e il 1934. Dal 1930 una parte dei locali servì da magazzino al Regio esercito, e dopo il 1940 l'intero comprensorio divenne una caserma militare.
Un Polizeihaftlager nel Litorale adriatico
Il 10 settembre 1943 un'ordinanza di Adolf Hitler creò la Zona d'operazioni del Litorale adriatico, che riprendeva un nome geografico dell'epoca austriaca e comprendeva Udine e Pordenone, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Lubiana. Formalmente parte della Repubblica sociale italiana, il territorio passò sotto il controllo del supremo commissario Friedrich Rainer, già Gauleiter della Carinzia.
Dopo l'8 settembre la Risiera accolse dapprima i militari italiani catturati, come campo di prigionia provvisorio chiamato Stalag 339. Dall'ottobre 1943 divenne un Polizeihaftlager, un campo di detenzione di polizia. A dirigere le SS della zona era Odilo Globočnik, nato a Trieste e già responsabile dell'Aktion Reinhardt, lo sterminio degli ebrei polacchi. Con lui giunse un reparto chiamato Abteilung R, guidato prima da Christian Wirth e poi da August Dietrich Allers; Joseph Oberhauser comandava il campo.
La Risiera ebbe una natura di campo misto. Gli ebrei della regione vi transitavano verso i campi di sterminio, soprattutto Auschwitz, mentre partigiani, oppositori politici, ostaggi e Testimoni di Geova vi erano detenuti, torturati e uccisi; vi finivano anche civili presi nei rastrellamenti o destinati al lavoro forzato, e i beni razziati ai deportati vi erano ammassati. Lo storico Raoul Pupo non la ritiene un campo di sterminio, ma «una struttura tipica dell'universo concentrazionario nazista».
Per molti prigionieri intercedette presso i tedeschi il vescovo di Trieste, monsignor Santin, che ottenne fra l'altro la liberazione di Giani Stuparich e della sua famiglia. Fra i delatori italiani il più noto fu Mauro Grini, che secondo lo storico Simon Levis Sullam consegnò ai nazisti circa 300 ebrei.
Il forno crematorio e le vittime
Le uccisioni avvenivano col gas di scarico di automezzi attrezzati allo scopo, con un colpo di mazza alla nuca o con la fucilazione. All'inizio del 1944 i nazisti usarono per i cadaveri l'essiccatoio della vecchia pileria, poi lo trasformarono in un vero forno crematorio, progettato da Erwin Lambert. Per il museo l'impianto entrò in funzione il 4 aprile 1944; il 6 aprile vi furono bruciati una settantina di ostaggi fucilati il giorno prima a Villa Opicina. Alcuni prigionieri, come le partigiane Cecilia Deganutti e Virginia Tonelli, finirono vivi nel forno.
Il numero delle vittime resta discusso. La stima minima, 2000 persone, si basa sulle testimonianze degli ex SS raccolte per il processo del 1976, mentre la cifra di 5000 è giudicata improbabile. Molti dei circa 1450 ebrei deportati dalla regione, dal Veneto e dalla Croazia passarono di qui; dei circa 700 triestini tornò soltanto una ventina, e almeno 28 furono uccisi dentro il campo perché vecchi o malati.
Nel cortile si alzava una ciminiera di 40 metri, accanto a due grandi edifici industriali che servivano in parte alle uccisioni e in parte a nascondere il forno. Nella notte fra il 29 e il 30 aprile 1945 i nazisti in fuga li fecero saltare con l'esplosivo per cancellare le prove; fra le macerie si trovarono ossa e ceneri umane.
Dai profughi alla Corte d'Assise di Trieste
Dopo la Liberazione il Governo Militare Alleato vi raccolse le displaced persons, e dopo il Trattato di pace del 1947 il complesso ospitò gli italiani in esodo dall'Istria e dalla Jugoslavia; fino ai primi anni Sessanta vi trovarono riparo anche i profughi giunti da oltre la «cortina di ferro». Poi venne l'abbandono, e un incendio ne distrusse una parte. Intanto i triestini salivano in pellegrinaggio alle celle e al cortile, dove al posto della ciminiera era sorta un'area recintata con una croce e alcune lapidi.
Il 15 aprile 1965 un decreto firmato da Giuseppe Saragat, il n. 510, fece della Risiera un monumento nazionale, come «unico esempio di Lager nazista in Italia», ponendo il vincolo sul cortile, sulle micro-celle e sull'area del forno.
Il processo si aprì il 16 febbraio 1976 davanti alla Corte d'Assise di Trieste, dopo trent'anni di istruttoria. Sfilarono più di 174 testimoni, e fra le 60 parti civili c'era Pietro Caleffi, presidente dell'Associazione nazionale ex deportati. Gli imputati erano Allers, morto nel marzo 1975, e Oberhauser; dalle accuse furono esclusi gli omicidi di partigiani e politici, ritenuti coperti dalle leggi di guerra. Il 29 aprile 1976 Oberhauser fu condannato all'ergastolo in contumacia, cioè in sua assenza, sentenza confermata in appello il 28 febbraio 1978. La Germania non lo consegnò mai: lavorò in una birreria di Monaco di Baviera fino alla morte, il 22 novembre 1979.
Romano Boico e il memoriale
Nella seconda metà degli anni Sessanta il Comune di Trieste bandì un concorso, nel 1966 e nel 1968, vinto dall'architetto triestino Romano Boico (1910-1985). Il cantiere durò dal 1972 al 1975, e il memoriale fu inaugurato il 24 aprile 1975. Boico conservò solo una piccola parte degli edifici originari e chiuse il complesso con alte mura perimetrali in calcestruzzo armato, di gusto brutalista, pensando a un monumento silenzioso, «stringato ma vivo».
Si entra da un corridoio profondo e stretto fra due altissime pareti di cemento, che porta a un sottoportico e poi al cortile interno. Qui l'architetto fissò due punti focali: una piastra d'acciaio sul luogo del crematorio e l'alta stele, detta Pietà P.N.30, che svetta dove stava il camino.
Di fronte si alza l'edificio centrale a sei piani, preceduto da un corpo sporgente a forma di torre, sui cui muri restano i segni di un fabbricato abbattuto nel 1945. Dentro una nicchia, una lapide reca in quattro lingue la scritta «Ceneri delle vittime». Dove abitava il comandante del lager sorge la casa del custode, e una cappella ha preso il posto dell'officina dei mezzi nazisti.
Celle e sale della Risiera
Nel sottoportico, a sinistra, si apre la Cella della morte, lo stanzone dove i prigionieri attendevano l'esecuzione, spesso nel giro di poche ore, o lo smistamento. Oltre l'arco del cortile, al pianterreno di un edificio a tre piani, la Sala delle celle custodisce quasi intatte le 17 celle costruite nella primavera del 1944. In ognuna si stipavano fino a sei persone, soprattutto sloveni, croati, partigiani e oppositori politici; le prime due servivano per le torture e per raccogliere ciò che si toglieva ai detenuti, e vi si sono trovati migliaia di documenti d'identità.
Più avanti sorge la Sala delle Croci, un edificio di quattro piani dove erano rinchiusi soprattutto gli ebrei e i civili destinati alla deportazione. Il nome viene dai pilastri e dalle travi di legno che reggevano i solai dei tre piani superiori, eliminati da Boico. Le pareti erano coperte dai graffiti dei prigionieri, scomparsi: li trascrisse nei suoi diari lo studioso triestino Diego de Henriquez, e qualche iscrizione resta nelle celle vicine. Nella sala sono esposti beni che i nazisti tolsero agli ebrei della città, poi affidati al museo dalla loro Comunità Ebraica.
Il pianterreno dell'edificio centrale è occupato dalla Sala del Museo, nei locali dove stavano la mensa e la cucina delle SS. Rinnovata nel 2016 dall'architetto Corrado Pagliaro col grafico Roberto Duse, nel 2018 ottenne una menzione d'onore al XXV Compasso d'Oro. Lungo le pareti corre una fodera di lastre in ferro ossidato; al centro i cubi di cemento disegnati da Boico. Fra i pezzi ci sono il plastico originale del memoriale, un'urna con le ceneri dei forni di Auschwitz, divise di Auschwitz e Buchenwald donate dagli ex deportati dell'ANED e una striscia di carta con i nomi delle compagne di una deportata a Ravensbrück.
Oltre il cortile si raggiunge la Sala delle Commemorazioni, un'ex sala macchine che Boico trasformò in una sorta di cappella laica. Dal 22 giugno 1975 vi si trova il gruppo in bronzo «I Martiri» di Marcello Mascherini (1906-1983), ideato nel 1957 con l'ingegnere Roberto Costa per il concorso internazionale di un monumento ad Auschwitz.
Domande frequenti
Dove si trova la Risiera di San Sabba?
L'ingresso è in via Giovanni Palatucci 5, a qualche chilometro dal centro di Trieste.
La Risiera di San Sabba è a pagamento?
No, la visita al museo e al memoriale è gratuita.
