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Dal 1915 il fronte della Grande Guerra corse sulle montagne del Friuli Venezia Giulia e del Veneto: lo dicono le caverne e le trincee del monte Chiadenis fra Sappada e Forni Avoltri, le mine e la galleria del Piccolo Lagazuoi sopra il Passo Falzarego e, appena oltre il confine, la vetta del Monte Santo sopra l'Isonzo, oggi in Slovenia. Le stesse montagne oggi si salgono per i sentieri e le ferrate, dalle Alpi Giulie del Canin alla Schiara sopra Belluno, e lo Zoncolan è entrato nella storia del Giro d'Italia. Qui monti e valli delle due regioni, divisi per regione.
In Friuli Venezia Giulia le montagne stanno sui confini: il Monte Canin sopra la Val Resia, al confine con la Slovenia, con più di mille grotte; la Cima del Cacciatore sopra il Monte Lussari; il monte Chiadenis fra Sappada e Forni Avoltri, linea del fronte dal 1915 al 1917. E c'è lo Zoncolan, con le salite del Giro d'Italia.
Da non perdere: la ferrata Brigata Alpina Julia con 737 metri di dislivello, su un massiccio di confine con la Slovenia dalla cresta di oltre 17 chilometri
Sotto la cresta del Monte Canin si contano più di mille grotte: nel 1969 gli speleologi toccarono il fondo dell'abisso Gortani, a 920 metri. In un secolo i suoi ghiacciai hanno perso il 96% del volume, e nel 1903 Julius Kugy salì per primo lo sperone nord.
Da non perdere: a 681 metri di quota a nord-est di Gorizia, in una dorsale con Kuk e Vodice, e lungo la strada della Skalnica i ricoveri dei soldati austro-ungarici
Sulla Skalnica la chiesa a tre navate fu consacrata il 12 ottobre 1544. Nel 1717 la sua immagine della Madonna fu incoronata a Gorizia, e il 22 agosto 1917 la fanteria italiana prese la vetta, che perse dopo Caporetto.
Da non perdere: il rifugio Calvi a 2.164 metri, il più alto della regione, e il sentiero attrezzato dei Fortini fra i resti della Grande Guerra
Fra il 1915 e il 1917 il gruppo del Chiadenis fu un caposaldo della linea italiana, dove la IV Armata toccava il Gruppo Zona Carnia. La via ferrata riattrezzata dal CAI di Portogruaro segue i sentieri degli alpini fino alla vetta, a 2.459 metri, accanto a trincee e fortificazioni.
Da non perdere: tre salite da Ovaro, Sutrio e Priola, quella di Ovaro all'11,9 per cento di media, e in inverno impianti fino a 1970 metri
Nel 2007 Gilberto Simoni salì il monte Zoncolan da Ovaro in 39 minuti e 3 secondi. La strada misura circa 10 chilometri con punte del 22 per cento, e dalla cima i sentieri portano al monte Tamai, a 1970 metri.
Nel Veneto le montagne sono le Dolomiti e le Prealpi: il Piccolo Lagazuoi sopra il Passo Falzarego, la Forcella Ambrizzola fra Cadore e Ampezzano, la Gusela del Vescovà sulla Schiara sopra Belluno; e più a sud l'Alpe del Nevegal, l'anello di Cima Grappa e la Conca di Smeraldo, dove sgorga l'acqua di Recoaro.
Da non perdere: la galleria italiana di 1100 metri, ripristinata con scalette di legno e corda d'acciaio, si risale a piedi con casco e torcia
Sulla Cengia Martini gli Alpini vivevano in baracche per 140 uomini. Il 22 maggio 1917 una mina austriaca di 24.000 kg, portata in 1003 casse, aprì nella parete uno squarcio alto 199 metri; il 20 giugno gli italiani fecero saltare l'anticima con 32.664 kg di esplosivo.
Da non perdere: la sorgente dell'acqua Recoaro a 880 metri, raggiunta per tunnel scavati a mano, nella Conca di Smeraldo fra le Piccole Dolomiti
Alla fonte dell'Acqua Oligominerale Recoaro si arriva per tunnel scavati a mano. La fonte Lelia fu scoperta nel 1689 dal conte Lelio Piovene; nel 1873 Caregaro Negrin riunì le sorgenti in un parco termale, e dagli anni Venti si imbottigliarono l'acqua oligominerale Lora e il chinotto.
Da non perdere: il sentiero delle creste, circa 6 chilometri facili dalla Casera, e la Panchina Gigante numero 46, rossa, rivolta alla Valbelluna
La salita in bici da Piazza dei Martiri è di 12,7 chilometri con pendenze fino al 14%, lo stesso tracciato della cronoscalata del Giro del 2011. Sulle creste si cammina fino al Col Visentin, a 1.763 metri, e il Giardino Botanico di Monte Faverghera, nato nel 1957, mostra la flora delle Alpi Orientali.
Da non perdere: guglia di purissima dolomia alta 40 metri che sembra in bilico sopra più di 600 metri di vuoto; la base si raggiunge dal rifugio Settimo Alpini
Fino al tardo Ottocento si chiamava Pònta de Priéta; per la leggenda vi ormeggiò l'Arca e vi ballavano le streghe. Arturo Andreoletti, Francesco Jori e Giuseppe Pasquali la salirono dalla parete nord nel 1913, e la ferrata Zacchi porta alla sua forcella.