Il Castello Papadopoli Giol è un palazzo neogotico inglese nel centro di San Polo di Piave, in provincia di Treviso. I conti Papadopoli lo vollero con un parco romantico attorno a un lago; dopo la Grande Guerra passò, con le cantine, a Giovanni Giol, arricchito in Argentina col vino.
Il forte del Patriarca e i Papadopoli
Il nome di castello viene da quello che c'era prima. Nel 1192 il Patriarca di Aquileia vi fece costruire un forte per difendere il territorio, e i patriarchi tennero San Polo fino alla metà del Quattrocento. Il castello passò poi ai Da Tolentino e ai Gabrieli, conti di San Polo dal 1506; nel 1680 fu quasi tutto demolito, e attorno all'unica torre rimasta sorse un grande palazzo, residenza del feudatario.
I Papadopoli arrivarono a Venezia nel Settecento come famiglia agiata di commercianti, ottennero la cittadinanza veneziana e poi il titolo nobiliare. Angelo Papadopoli, il capofamiglia, comprò molti possedimenti sulla Sinistra Piave, la riva sinistra del fiume, e ne fece un'azienda agricola moderna, con cantine, scuderie e più tardi una filanda. Il loro palazzo era sul Canal Grande, vicino al ponte di Rialto, e San Polo era la residenza di campagna. Fu il conte Spiridione Papadopoli, nel 1850, a far costruire la villa di gusto romantico.
Torri, pinnacoli e bow-window
La prima villa fu poi ampliata secondo i dettami dello stile Tudor, e la struttura che si vede risale al 1865. Alte torri merlate, pinnacoli che nascondono i camini, bow-window e bifore a sesto acuto danno al castello l'aria di un maniero medievale inglese: i bow-window sono finestre sporgenti dalla facciata, le bifore finestre gotiche a due luci. In realtà riprende lo schema delle ville venete, col corpo centrale più alto delle ali, ma lo rilegge in stile neogotico, tutto spinto verso l'alto.
Il frontone si fa triangolare, con una bifora gotica e sopra una fitta selva di pinnacoli, la trifora del salone, una finestra a tre luci, diventa una trifora gotica su un poggiolo, cioè un balcone, retto da colonne sottili, e le ali si trasformano in torrette, un po' più basse del corpo principale. Il suo aspetto si attribuisce, senza certezza, all'ingegner Ferrante di Torino.
Il parco di Francesco Bagnara e il lago
Nel 1850 il conte Spiridione Papadopoli chiamò Francesco Bagnara, scenografo vicentino del Teatro La Fenice e professore all'Accademia, a disegnare il parco. Bagnara creò terrapieni percorsi da sentieri tortuosi, ampie spianate e il lago dove il castello si specchia, scegliendo piante rare ed esotiche e disponendo le grandi masse d'alberi secondo una logica di prospettiva. Come nei parchi romantici, al posto della simmetria e delle linee rette ci sono curve, collinette e avvallamenti, e le peschiere squadrate lasciano il posto a laghetti dalle rive morbide.
Più tardi il parco fu riordinato dal francese Durand. Sono 12 ettari, con piante secolari, boschetti, prati e due isole nel lago, raggiungibili in barca o anche a piedi; il parco è popolato di pesci e uccelli.
Il ponticello sul fossato e gli interni
Si entra da un ponticello su un fossato ricco di piante acquatiche, pieno d'acqua di risorgiva, quella che affiora da sola dal sottosuolo. Dalla strada si vede il retro, perché la facciata principale guarda il lago, e la villa sta rialzata su una collina artificiale da cui domina il parco.
Alla fine della Grande Guerra il castello bruciò, e gli interni furono ricostruiti da Giovanni Giol, che comprò il castello nel 1921. Dentro ci sono il foyer con l'ampia porta in ferro e vetro cattedrale, un vetro stampato e traslucido, le decorazioni a finta tappezzeria e il finto cassettonato a effetto tridimensionale, lo scalone col parapetto in ghisa, il salone con le sopraporte allegoriche e le tele sul soffitto, e una stanza neorococò con la specchiera, il lampadario di fine Ottocento e dipinti sottovetro in cornici dorate.
Giovanni Giol e le cantine del 1427
Giovanni Giol era un contadino di origini friulane, e col castello, il parco e le cantine comprò circa 1000 ettari di campagna.
Le cantine sono documentate dal 1427, e la tenuta le presenta come le più antiche cantine documentate d'Italia; il vino vi invecchia in botti di rovere, nella Fustaia Grande, coi fusti segnati dalla guerra, nella Cantina Vecchia e nelle cripte. Lungo le vie di campagna di San Polo si incontrano le case coloniche della tenuta, ognuna col suo nome e con lo stemma dei Papadopoli, la fenice risorta. La piazza su cui si affaccia il castello porta dal 1° maggio 1922 il nome di Nicolò Papadopoli, senatore del Regno e benefattore del paese.
