Il Castello Porto Colleoni è il simbolo di Thiene, nella pedemontana vicentina. Costruito dalla metà del Quattrocento, ha due torri coi merli ghibellini e una pentafora gotica, e combina elementi gotici e rinascimentali: più che un castello è una villa veneta pre-palladiana, nel pieno centro della città.
Castello, palazzo o villa
Chiamarlo castello non è del tutto corretto, anche se le due torri laterali e la cinta di mura merlata lo ricordano. Nei primi documenti è indicato come palazzo; il nome di castello viene forse dalle merlature ghibelline, o dal fatto che sorge sul luogo di un castello medievale, e nella memoria della gente di Thiene è sempre stato chiamato così. Il termine più adatto è villa, perché era il cuore di un'azienda agricola e anticipa la villa come la intenderà Palladio: sta a metà fra il castello medievale e la villa palladiana, un caso unico nel suo genere.
Di difesa non c'è più traccia, ma si vede bene l'idea di uno spazio riservato. La città gli è cresciuta tutto intorno, e la cinta di mura merlate, con i grandi portoni sagomati a torre, separa dalle strade 12.000 metri quadrati di verde.
Davanti alla villa si apre la grande corte, che aveva due compiti. Era un'aia per gli animali da cortile, con un tratto lastricato dove si batteva il grano, si insaccavano i raccolti e si sgranavano i legumi; ed era la «corte nobile» di rappresentanza, da cui partivano i passaggi per il parco sul retro e per i giardini «segreti» accanto alle torri. Sulla corte si affacciano gli edifici di servizio: la fattoria, dove abitava il gastaldo, la colombara per i piccioni, le serre e le barchesse col portico, che ospitavano carri e attrezzi e facevano da magazzino, da stalla, da bottega e da laboratorio artigiano. La corte è segnata da due file di grandi magnolie piantate nella seconda metà dell'Ottocento.
Francesco Porto e la casa-fondaco
I Porto avevano comprato molte terre fra Thiene, Marano e Malo già nel Trecento. Nel 1441 Francesco Porto senior ereditò dal padre e dallo zio quel grande patrimonio, e verso il 1450 commissionò l'edificio. Non ci sono documenti sull'autore, ma i camini, i capitelli, le finestre trilobate e gli ornati in pietra, di gusto veneziano, suggeriscono il nome di Domenico da Venezia, che lavorava come ingegnere per la Repubblica e fra il 1448 e il 1453 lavorava a Vicenza al Duomo e al palazzo della Ragione. Il modello è il palazzo gotico veneziano, e il corpo a T con le ali più alte ricorda il Fondaco dei Turchi: nato come casa-fondaco, era abitazione e magazzino per i prodotti dei campi, ed è il più importante edificio gotico civile del Quattrocento nel Vicentino.
Al pianterreno l'atrio a T è una loggia ampia e profonda, aperta da cinque grandi arcate appena ogivali fra le due torri, che collega la corte al parco; al primo piano si apre una pentafora gotica, senza eguali fra le ville venete del Quattrocento in terraferma, che dava luce e aria alle merci.
Davanti al torrione d'ingresso c'è la Chiesetta Rossa della Natività di Maria Vergine, del 1476, cappella del castello, con l'oratorio, la sagrestia e la casa del cappellano. Trasformata nell'Ottocento, resta in buona parte fedele al progetto originario: sull'altare c'è un'ancona attribuita a Pietro Lombardo, con la Madonna col Bambino fra San Bartolomeo e San Francesco, e dentro il monumento funebre di Teresa Colleoni, scolpito nel 1844 da Gaetano Matteo Monti e premiato all'esposizione di Brera.
Cinquecento dei Porto: affreschi, grotta e cedraia
Francesco Porto junior (1472-1554), nipote del fondatore, sopraelevò l'ultimo piano per farne il granaio, costruì gli scaloni in pietra e la cinta merlata, e fece decorare le facciate con grandi cavalli e medaglioni di imperatori romani; del giardino con labirinto, fontana e statue resta il ricordo solo nei documenti. La sopraelevazione si legge nelle ali: le finestre del primo piano sono gotiche, quelle del secondo rinascimentali. Non avendo figli, nel 1541 stese un fidecommesso: il palazzo e i beni di Thiene sarebbero andati, senza poter essere venduti, al primo figlio maschio delle linee dei suoi fratelli.
Il nipote Giovanni aggiunse nel 1554 il pozzo attribuito a Palladio e, verso il 1570, gli affreschi del Camerone del Camino, opera di Giovanni Battista Zelotti e Giovanni Antonio Fasolo, allievi del Veronese. La stanza è dominata da un'altissima cappa del camino tutta dipinta; un fregio di ghirlande, putti, frutta e grappoli corre sulle pareti, e dentro un loggiato di colonne corinzie si vedono quattro storie romane di Tito Livio: il convito di Cleopatra, la clemenza di Scipione, l'incontro di Massinissa e Sofonisba, Muzio Scevola e il re Porsenna.
Il significato non è del tutto chiaro, ma si può presumere che Giovanni, generale della Repubblica, volesse opporre fedeltà e tradimento per celebrare la lealtà dei Porto a Venezia, mentre Vicenza era tradizionalmente legata al partito imperiale.
Nel 1580 l'ingegnere e cartografo Cristoforo Sorte costruì nel parco una grotta circondata da una peschiera. L'acqua la portava la roggia, un canale scavato dalla comunità di Thiene nel 1281, che attraversa tutto il complesso e bagnava anche la cedraia del Cinquecento, appoggiata al muro nord. Ai campi oltre le mura, come il brolo e l'orto, si arrivava con sottopassaggi del Cinquecento; dentro quello che porta alla cappella si trova una ghiacciaia. Il parco ha l'aspetto di giardino romantico che gli diede una trasformazione di fine Ottocento, forse su progetto di Antonio Caregaro Negrin.
Galleria dei Cavalli e Sala di Fetonte
Il grande salone del piano nobile ripete la forma a T dell'atrio ed è dominato dalla pentafora. È la Galleria dei Cavalli: il pavimento a quadroni di cotto è tornato fuori nel Novecento sotto uno strato di bitume ottocentesco, i mobili del Seicento sono di noce, e alle pareti ci sono quattro ritratti di cavalli di razze diverse con il cavaliere e otto con il palafreniere, dipinti nel Seicento e attribuiti a Francesco Balante, pittore di Thiene allievo di Pietro Liberi.
Nella sala del biliardo, con il tavolo e il lampadario di fine Ottocento, comincia la raccolta di ritratti delle famiglie Porto, Colleoni e Thiene, dalla metà del Cinquecento ai primi del Novecento; il salotto azzurro e il salon rosso li volle così Guardino Colleoni, alla moda di fine Ottocento, e nella sala da pranzo ci sono i mobili con lo stemma dei Colleoni e dodici vedute vicentine di Cristoforo Dell'Acqua. La Sala di Fetonte la affrescarono nel periodo 1790-95 Davide Rossi e Gaetano Costalonga: le pareti hanno semicolonne corinzie e nicchie con statue di divinità, e sul soffitto c'è la caduta di Fetonte, il figlio del Sole che perse il controllo del carro del padre e fu fulminato da Giove.
Scuderie del Muttoni
Fra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, per Scipione Porto, furono costruite le scuderie, su disegno di Francesco Muttoni: sono l'ambiente più fastoso di tutto il complesso, e fra le scuderie più sontuose del Veneto. Hanno 32 stalli, 16 per lato, colonne di marmo rosso di Asiago e putti in pietra di Vicenza della bottega di Orazio Marinali; le mangiatoie di legno intagliato erano un tempo riccamente decorate, e il pavimento ha un disegno a catena in pietra bianca e rosa. Canalette di pietra appena inclinate portavano i liquami nella roggia, che scorre sotto le scuderie e si raggiunge da botole.
Qui si vendevano i cavalli addestrati nella vicina cavallerizza, allestita forse dove crescono le grandi magnolie: ne resta solo la colonna di pietra intorno alla quale l'istruttore faceva fare gli esercizi ai cavalli.
Colleoni, Thiene e l'archivio di famiglia
Orazio Porto (1729-1816) lasciò il castello al pronipote Orazio Guardino Colleoni, a patto che aggiungesse al suo il cognome Porto; i Colleoni lo tennero per tre generazioni, finché Guardino, morto nel 1918 senza figli, lo lasciò al cugino Antonio Thiene. Il castello custodisce un archivio di famiglia con documenti dall'XI al XX secolo delle famiglie Porto, Colleoni, Capra e Thiene, più di 545 disegni e oltre 450 carte geografiche anteriori al 1866; è vincolato dal 1972 e dal 2006 è dichiarato d'interesse regionale. Nel castello sono state girate anche scene di film, come «Il mercante di Venezia» con Al Pacino e Jeremy Irons e «La notte che Evelyn uscì dalla tomba».
