Padova è chiamata la città dei tre senza: del Santo senza nome, del prato senza erba e del caffè senza porte. Il detto popolare racconta tre simboli della città, e col tempo se ne sono aggiunti altri, dal capitello senza colonna al Bo senza corna.
I tre senza
Il primo senza è sant'Antonio, il frate francescano patrono della città. Nato a Lisbona nel 1195, trascorse a Padova alcuni anni, fino alla morte, il 13 giugno 1231; era molto amato dai poveri, e si batté contro la corruzione e l'usura. Per i padovani è il Santo per antonomasia: si dice «andiamo al Santo» e non «andiamo alla basilica di Sant'Antonio», tanto si sa qual è. Anche la chiesa si chiama Basilica del Santo, e Padova stessa è detta la città del Santo, anche se i patroni della città sono quattro, con Giustina, Prosdocimo e Daniele.
La basilica, una delle chiese più grandi del mondo, con otto cupole, conserva le reliquie del Santo. La sua festa, il 13 giugno, è la festa della città.
Il caffè senza porte è il Pedrocchi, aperto il 9 giugno 1831: Antonio Pedrocchi, figlio di un caffettiere bergamasco, aveva chiesto all'architetto Giuseppe Jappelli di ingrandire il piccolo caffè del padre e farne il «più bello della terra». Fino al 1916 non chiuse mai, né di giorno né di notte, e chiunque poteva sedersi ai tavoli senza ordinare; alle signore si regalavano fiori e a chi era sorpreso dalla pioggia si prestava un ombrello.
Nella Sala Verde si fermavano gli studenti squattrinati, per un bicchiere d'acqua e un giornale, e da lì, si dice, viene il modo di dire «restare al verde». Nel 1916, durante la Prima guerra mondiale, il caffè cominciò a chiudere la sera: si temeva che le sue luci facessero da riferimento agli austriaci che bombardavano la città.
Il prato senza erba è Prato della Valle, una piazza di circa novantamila metri quadrati, la seconda d'Europa dopo la Piazza Rossa di Mosca. Il nome viene dal latino: pratum era uno spazio aperto usato per il commercio, come il mercato del bestiame grosso, vallis una zona paludosa che si allagava. Fino alla fine del Settecento lì c'era davvero una palude, dove si teneva la Fiera del Santo, diventata nel 1919 la Fiera Campionaria; poi Andrea Memmo la bonificò e la ridisegnò, nel 1775, con l'isola Memmia al centro e il canale Alicorno intorno. Il prato, quello di erba, è venuto dopo.
Un capitello appeso alla volta
Chi passa sotto il Palazzo della Ragione dalla parte di piazza della Frutta può accorgersi di un'assenza: un capitello attaccato alla volta, senza la colonna che dovrebbe reggerlo. Le dicerie danno la colpa ai vicentini, che l'avrebbero rubata di notte. Con ogni probabilità, invece, la colonna non c'è mai stata: mancava apposta, per lasciare un passaggio più largo ai carretti che portavano le merci sotto il portico.
Gli altri senza
L'elenco è cresciuto con gli anni, forse anche per gioco degli studenti: prima Padova divenne la città dei quattro senza, poi dei sette, aggiungendo il cavallo, il capitello e il campanile. Il quarto fu il Bo senza corna, o senza stalla: il simbolo dell'università è un bucranio, il teschio di un bue, che era l'insegna dell'antica locanda Hospitium Bovis, che sorgeva dove si trova il palazzo, vicino alla strada dei macellai, l'attuale via Cesare Battisti. La frequentavano i mercanti di bestiame, e poi i primi studenti e professori dell'università.
C'è il cavallo senza cavaliere, il grande cavallo di legno che sta nel Salone del Palazzo della Ragione, modellato su quello del Gattamelata; e c'è la gatta senza coda, che è proprio il Gattamelata, il condottiero Erasmo da Narni a cavallo nel monumento di Donatello davanti al Santo.
In piazza dei Signori c'è l'orologio senza Bilancia, l'orologio astronomico che gli orologiai Matteo Novello, Giovanni e Giampietro Dalle Caldiere montarono sulla torre nel 1437, rifacendo fedelmente quello costruito nel 1344 da Jacopo Dondi: fra i segni dello zodiaco del quadrante manca proprio quello della giustizia, mentre lo Scorpione occupa due spazi.
Una leggenda parla della ripicca del costruttore contro un committente che voleva pagarlo meno del pattuito; la spiegazione più probabile è che a quel tempo la Bilancia non fosse un segno a sé, perché Dondi prese a modello le fonti romane, nelle quali lo Scorpione copriva due mesi, uno col corpo e l'altro con la coda, e solo più tardi un tratto della coda fu legato alla Bilancia. Il segno mancante si trova sulla colonna davanti alla torre, alla base.
Il Duomo è la chiesa senza facciata: i lavori finirono nel 1754 con l'architetto Girolamo Frigimelica, ma la grande facciata che aveva previsto rimase incompiuta, e le bombe della Prima guerra mondiale la danneggiarono pure. Il Cavour di bronzo, nella piazza che porta il suo nome, è senza occhiali, al contrario di tutti i suoi ritratti, perché il volto fu ricavato dal calco della maschera funebre e lo scultore corresse solo gli occhi: lo raccontò lo scultore padovano Luigi Strazzabosco, che quel calco lo possedeva.
In piazza Antenore, poi, c'è la tomba del fondatore senza il fondatore: l'arca che la tradizione voleva di Antenore, il principe troiano che secondo la leggenda fondò la città, custodisce in realtà i resti di un razziatore di origine ungherese. In via San Fermo, all'incrocio con via Cittadella, un campanile è rimasto senza la sua chiesa, che nel dopoguerra divenne autorimessa, poi negozio e infine banca. E alla stazione manca il binario 4: le rotaie ci sono, fra il 3 e il 5, ma senza banchina, perché a quanto pare servono solo ai treni merci.
Due gatte, un gallo e una stanga
Davanti alla chiesa di Sant'Andrea c'è la gatta di Sant'Andrea, che in realtà è un leone di pietra su una colonna romana. È stata distrutta, rifatta e sostituita da copie più volte; l'ultima l'ha abbattuta un mezzo in manovra il 23 settembre 2013.
L'altra gatta è quella del bastione della Gatta, ai Giardini della Rotonda, all'incrocio fra via Paolo Sarpi e via Codalunga. Durante l'assedio del 1509 gli imperiali di Massimiliano I d'Asburgo, aiutati da una macchina d'assedio chiamata gatto, stavano per sfondare lì la seconda cinta di mura, ma il capitano di ventura Citolo da Perugia fece saltare con una mina la breccia all'ultimo momento. Gli assediati, per farsi beffe degli imperiali, misero una gatta in cima a una lancia e li invitarono a venire a prenderla; ne nacque una canzone di scherno lunga una dozzina di strofe: «Su, su, su, chi vol la gatta, venga innanti del bastione». A pochi metri c'è un'altra statuetta che quasi nessuno nota, una gatta seduta come una persona, con un topo fra le zampe.
Il Canton del Gallo è l'incrocio obliquo fra via Roma, via San Francesco, via Otto Febbraio e via San Canziano, accanto al Bo. È considerato il punto più centrale della città, prende il nome da una locanda che sorgeva lì, e fu il primo posto di Padova dove si mise la pedana per il vigile che dirigeva il traffico.
Il quartiere della Stanga, infine, deve il nome forse ai duelli dell'Alto Medioevo fra campioni e bravi, spadaccini pagati per combattere al posto di chi aveva una lite, in una specie di giudizio di Dio: la folla seguiva lo scontro dietro i pali, le stanghe. Una legge cittadina li regolò dal 1236 al 1275, fissando i compensi e riservando il mestiere ai padovani o a chi viveva vicino alla città. Ma la Stanga c'è anche in altre città venete, come Vicenza, sempre fuori dalla porta orientale, e il nome potrebbe voler dire soltanto «la parte a est»: in laguna stangare vuol dire girare a sinistra con la barca.
La città dei con, e delle stelle
C'è anche chi, per gioco, ha rovesciato il detto e racconta Padova come la città dei «con». Con un frammento del World Trade Center, nel monumento di vetro e acciaio «Memoria e Luce» dell'architetto Libeskind: una trave esposta alla Biennale di Venezia del 2002 e donata poi dalla città di New York alla Regione Veneto. Con Giovanni Belzoni, l'esploratore padovano alto più di due metri a cui si dice si sia ispirato Indiana Jones, ricordato nella sala egizia del Pedrocchi.
Con la prima donna laureata al mondo, Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, che il 25 giugno 1678 ottenne il titolo di dottore in filosofia. E con la Pietra del Vituperio, nel Palazzo della Ragione, dove i debitori, in mutande, battevano tre volte le natiche gridando la loro colpa: da qui il detto «restare in braghe di tela».
Padova è anche la città delle stelle, perché ci passò i suoi anni più fecondi Galileo Galilei, che li ricordò come «li diciotto anni migliori di tutta la mia età», e per il cielo stellato di Giotto nella Cappella degli Scrovegni. E nelle giornate di pioggia la salvano i suoi portici.
