Palazzo Loredan è il lungo palazzo che chiude Campo Santo Stefano, a Venezia, verso San Vidal. Lo costruirono nel XVI secolo i nipoti del doge Leonardo Loredan, rifacendo case più antiche, e dal 1891 è la sede dell'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti.
Nipoti del doge Leonardo e lo Scarpagnino
I Loredan si vantavano di discendere dall'eroe romano Muzio Scevola. Il ramo di San Vidal entrò nella grande storia con Leonardo, doge dal 1501, quello del celebre ritratto di Giovanni Bellini alla National Gallery di Londra, ricordato fra chi salvò Venezia dopo la sconfitta di Agnadello del 1509. I figli di suo figlio Girolamo, dal 1536, cominciarono a comprare le case di San Vidal, a partire da quelle di Domenico Mocenigo, permutate con una loro casa a San Canciano; li aiutavano le rendite della ricca abbazia della Vangadizza, che tennero in commenda fino al 1608.
Il palazzo è insolito per Venezia. È allungato di traverso, contro lo schema consueto, ed è un'«isola»: molti acquisti servirono proprio a tenerlo staccato dalle altre case, per evitare liti coi vicini e dominare il campo. La ristrutturazione fu affidata ad Antonio Abbondi detto lo Scarpagnino, che inglobò i resti dell'edificio gotico: si vedono nei capitelli dell'androne, nel pilastro d'angolo della facciata sud, nelle travi e nel pozzo di marmo rosso di Verona al piano terra.
Fuori, un'ottafora al piano nobile, un portale severo e finestre austere all'ammezzato; dentro, una scala che ricorda la Scala dei Giganti del Palazzo Ducale, dove l'architetto rovesciò l'orientamento del portico e fece confluire due scaloni in una sola rampa. La facciata era dipinta ad affresco, a quanto pare con esempi di virtù femminili e storie romane fra cui quella di Muzio Scevola.
Ala del Grapiglia e la sala del doge Francesco
Il piano nobile non aveva il portego, il salone passante tipico delle case veneziane: per questo i Loredan aggiunsero l'ala nord, con la facciata di marmo di Giovanni Girolamo Grapiglia. Dentro c'è la sala delle adunanze, con un portale a colonne libere del Grapiglia e una testa di Mercurio in chiave d'arco di Girolamo Campagna, e pannelli di legno neri e oro in stile Luigi XVI. Verso il 1600 furono dipinte le quattro tele romboidali di Palma il Giovane e dell'Aliense, con storie dell'Antico Testamento, che stanno sul soffitto di una stanza dell'ammezzato.
Nel 1752 un altro Loredan, Francesco, fu eletto doge, e per festeggiare furono rifatte alcune sale: sul soffitto del piano nobile il sorgere di un nuovo giorno, allegoria del suo dogado, dipinto da Giuseppe Angeli con le quadrature di Francesco Zanchi e gli stucchi del ticinese Giuseppe Ferrari, che decorò anche il boudoir con specchi, vasi, putti e un «Trionfo di Venere». Fu l'inizio della fine: Francesco, «figura scialba», regnò fino al 1762, seguirono anni di difficoltà e la linea maschile si estinse. L'ultima, Caterina, sposata nel 1752 ad Alvise II Mocenigo, dovette vendere il palazzo fra il 1802 e il 1805 a Giacomo Berti, che lo cedette al governo austriaco.
Generale francese, Napoleone e i comandi austriaci
Dopo l'arrivo delle truppe napoleoniche nel 1806 vi si stabilì il generale Louis Baraguay d'Illiers, primo governatore francese di Venezia, che verso il 1809 fece dipingere a Giovanni Carlo Bevilacqua due affreschi per Napoleone. Il pittore lo racconta nella sua autobiografia: il generale, gentile e sempre alle sue spalle, gli indicava i lineamenti del volto di Napoleone, che lui non aveva mai visto. Uno dei due riquadri è riemerso col restauro del 2007: «Napoleone fra la Vittoria e la Pace», con la Francia e l'Italia che gli porgono le corone e la Fama che gli posa l'alloro sul capo; l'ufficiale che tiene il cavallo è con ogni probabilità lo stesso generale.
Tornati gli austriaci, il palazzo divenne il comando della città e della fortezza, come dice la scritta sopra il portone: «K.K. STADTUNDFESTUNGS. COMMANDO». Il tribunale militare austriaco che vi aveva sede condannò a morte il 5 settembre 1851 il mazziniano Luigi Dottesio di Como, ricordato da una lapide ai piedi delle scale. Fra il 1855 e il 1862 ci furono l'ufficio delle pubbliche costruzioni e poi la delegazione imperiale, e dal 1878 il comando dei Carabinieri.
Istituto Veneto, librerie e Panteon
Nel 1888 lo Stato lo concesse per sempre all'Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, nato dal Reale Istituto voluto da Napoleone e rifondato nel 1838 da Ferdinando I d'Austria, che vi si trasferì nel 1891 dal Palazzo Ducale. L'ingegnere Federico Berchet adattò le sale, rivestite di librerie col lascito di Angelo Minich; nella sala delle adunanze fu messa la «Madonna col Bambino e quattro senatori» assegnata a Jacopo Tintoretto, che veniva dal Palazzo dei Camerlenghi.
Il patrimonio librario dell'Istituto supera i 300.000 volumi, l'archivio misura 147 metri di carte, e fra i fondi ci sono quelli di Luigi Luzzatti, di Pietro Saccardo, proto di San Marco, e di Augusto Ghetti con gli atti del processo per il Vajont, oltre ai materiali della spedizione a Creta del 1899-1902.
Nell'atrio sta il Panteon Veneto, busti e medaglioni di marmo di uomini illustri nati o vissuti nelle province venete. Nacque nel 1847, quando il Palazzo Ducale ospitò il IX Congresso degli scienziati italiani: i ritratti sono di 26 artisti, su richiesta di 43 donatori, e l'epigrafe d'apertura dice «A mostrare / non dimentica delle glorie passate / l'età nostra / e a promuovere le future». Fu portato qui nel 1995 e risistemato nel 2008.
