Vicino all'Arena e alla Cappella degli Scrovegni, la conca delle Porte Contarine univa il Naviglio interno, che attraversava il centro di Padova, al Piovego, il canale diretto verso il Brenta e Venezia. Dalla conca comincia la via d'acqua che costeggia le mura fino al Portello.
Una città nata sui canali
Padova, fra il Brenta a nord e il Bacchiglione a sud, è stata a lungo una città d'acque. Le acque arrivano da sud, costeggiano le mura cinquecentesche fino al Castello e lì si dividono nel Tronco Maestro e nel Naviglio interno, che insieme chiudono il nucleo antico della città. Il Tronco Maestro corre verso nord lungo le mura, per via Goito, fino alle Porte Contarine, ed era navigabile fino al porto fluviale di San Giovanni delle Navi.
Il Naviglio interno seguiva il vecchio corso del Bacchiglione, a sud e a est del centro: passava sotto ponti di età romana, portava gondole, barche e barconi con merci e passeggeri, e per un tratto faceva anche da fossato alle difese della città. I due rami tornavano a riunirsi proprio alla conca delle Porte Contarine.
Il traffico che scendeva da Vicenza, dai Colli Euganei e dalla Bassa padovana, diretto alla laguna, doveva attraversare il centro. Alle Porte Contarine le barche entravano nel Piovego, un canale artificiale completato nel 1209: circa otto chilometri lungo il lato nord delle mura veneziane fino al Brenta, e di lì fino a Venezia. Per la stessa via, in senso contrario, nobili e patrizi risalivano il Naviglio interno per raggiungere le loro tenute lungo la Riviera Euganea; così faceva anche Francesco Petrarca, che dal 1370 alla morte, nel 1374, visse ad Arquà. L'acqua era preferita alla strada: le vie di terra non erano asfaltate, con la pioggia diventavano impraticabili, e c'era sempre il timore dei briganti.
Nel Novecento la città ha voltato le spalle all'acqua. Le piene del Bacchiglione, il declino dei traffici e poi il bisogno di strade per le automobili hanno portato a interrare molti canali, e negli anni Cinquanta il Naviglio interno è stato coperto a partire dal ponte delle Torricelle: al suo posto corrono le riviere Ponti Romani e Tito Livio. Solo negli anni Novanta le vie d'acqua sono state recuperate, dragate e riaperte alle barche.
La conca delle Porte Contarine
La guida del Comune lega la conca al XIII secolo e al governo di un podestà Contarini, e la considera il più importante monumento idraulico della città. Il nome potrebbe venire da quel podestà o, più probabilmente, dalla contrada detta «Contarinorum». Era un passaggio obbligato: per superare il salto fra i due canali le barche entravano in una vasca chiusa da porte, e l'acqua le alzava o le abbassava fino al livello giusto. Le porte che risolsero il forte dislivello, una interna a due battenti e una esterna a battente unico, risalgono al 1526. Nel Settecento era ancora un passaggio fondamentale per la navigazione che collegava la Bassa padovana alla laguna.
Un'iscrizione sul ponte di via Giotto ricorda il restauro del 1718. Più curiosa è la lapide sulla parete della chiesetta vicina, del 1720-30: elenca quanto ogni imbarcazione doveva pagare per passare la conca, e così racconta da dove venivano le barche, da Este, da Monselice e da Vicenza, probabilmente dirette a Venezia. Accanto se ne vede una seconda, ritrovata in un vano sotto il ponte, con il nome del capitano di Padova Francesco Correr, che aveva fissato quelle tariffe. Alle Porte Contarine sta anche Palazzo Cavalli, sede della scuola di ingegneria e del dipartimento di geoscienze dell'Università.
Il mulino della prima luce
All'inizio del Novecento accanto alla conca lavorava un mulino, e a quel mulino Padova deve la sua prima energia elettrica. Il proprietario, Ignazio Ercego, con il suo consulente, l'ingegner Giuseppe Carazzolo, sostituì le quattro ruote ad acqua con due turbine, che davano una potenza di cento cavalli vapore, circa 74 chilowatt: abbastanza per illuminare il naviglio dalle Porte Contarine fino al Ponte delle Torricelle.
Il mulino fu demolito nel 1962, quando il naviglio venne interrato. Ne resta la gora, il canale sotterraneo che muoveva le turbine: corre accanto alla conca, passa sotto la chiesetta e si può vedere soltanto dalla barca. Accanto alla conca resta un blocco di pietra triangolare, il rostro che divideva l'acqua del naviglio in due, una parte per la conca e l'altra per la gora. E nel selciato una linea di due diverse qualità di trachite, che va dal rostro alla chiesetta, segna il punto dove sorgeva il mulino.
La chiesetta della Beata Vergine
La chiesetta di Santa Maria, del 1723, è costruita proprio sopra la gora, e porta i segni dell'umidità fino a un paio di metri da terra. Ai lati del portale due scanalature verticali, alte una cinquantina di centimetri, servivano a incastrare assi di legno contro le alluvioni. La volle la famiglia Comini, ma ci fu anche una partecipazione popolare: due piccoli fori portano la scritta «elemosina per la frabica della Beata Vergine», e quella parola dialettale fa pensare che a chiedere le offerte fossero i barcaioli.
La facciata è sobria, con lesene in tre risalti per dare profondità, mentre il campanile, rococò, è un esempio raro a Padova di quello stile. Dentro, la chiesetta è piccola ma articolata in quattro corpi: navata, presbiterio, sacrestia e campanile. Al centro della navata c'è una sepoltura profanata, con un'iscrizione illeggibile, e sul soffitto si intravede un dipinto ormai quasi cancellato, forse un'immagine della Vergine. Il nome dell'architetto non si conosce.
Portello, il porto verso Venezia
All'altro capo del giro si arriva al Portello, il più importante porto fluviale della città in età veneziana, sul Piovego. La porta, che si chiama Porta Ognissanti, fu costruita nel 1518 su disegno di Guglielmo Grizi, detto il Bergamasco, e completata nel 1519; è decorata con colonne e leoni scolpiti, e davanti all'acqua scende la scalinata cinquecentesca, recuperata e restaurata, che il Canaletto dipinse. Il Portello era una zona popolare e povera, e i suoi abitanti avevano un nome tutto loro, i porteàti. Con gli istituti dell'università, all'incontro fra via Belzoni e via Ognissanti, il borgo è diventato una cittadella universitaria.
La porta fa parte delle mura veneziane, che con circa undici chilometri di perimetro formano un vero «parco delle mura e delle acque».
Padova vista dalla barca
Dalla conca la barca passa sotto il ponte di corso del Popolo, scorre lungo i giardini dell'Arena romana, costeggia le mura cinquecentesche e la cittadella universitaria e arriva al Portello. Lungo un altro percorso si naviga ai piedi delle torri della città, fino alla Specola; c'è anche la Padovanella, tradizionale barca veneta, più piccola, che s'infila nei canali stretti e sotto i ponticelli. Il Piovego è navigabile dalla conca fino all'altezza del casello di Padova Est, e dai canali della città le vie d'acqua proseguono sul Bacchiglione, sul canale Battaglia, sul canale Bisato e sul Brenta, fino alle ville della Riviera e a Venezia.
Chi preferisce la bicicletta trova l'Anello fluviale, che segue gli argini intorno alla città: 14 chilometri il giro interno, quasi 46 quello esterno. Per una sola fotografia basta salire sul ponte San Gregorio Barbarigo, da cui si vede un canale che passa fra i palazzi come in un angolo di Venezia. A un centinaio di metri dalla conca si vede infine Memoria e Luce, la struttura di vetro e acciaio di Daniel Libeskind che ricorda le vittime dell'11 settembre e custodisce una trave del World Trade Center.
