San Giovanni in Loffa è una chiesetta romanica sulla cima del Monte Loffa, sopra Sant'Anna d'Alfaedo, in provincia di Verona, nei Lessini. La chiesa è una delle più antiche della montagna veronese, costruita sull'arce di un castelliere preistorico, e dalla sua posizione lo sguardo spazia sul territorio intorno.
Monte Loffa e il castelliere
Dal centro di Sant'Anna d'Alfaedo una salita porta al Monte Loffa. La chiesa, chiamata anche San Giovanni in Monte e dedicata a san Giovanni Battista, sta sopra la località Fosse, sul cucuzzolo più alto: è il monte San Giovanni, che viene dopo il Loffa e le Vezzarde. Lì era stata eretta per vegliare sulle cime dei Lessini, frequentate da pastori e mandriani.
La sommità fu frequentata a più riprese, dal Paleolitico medio all'età del Bronzo medio e recente, ma l'abitato più importante del castelliere preistorico è quello della seconda età del Ferro, dal V secolo a.C. Le sue case erano per lo più seminterrate, su una base di lastre di calcare messe in verticale. Il paletnologo veronese Stefano De Stefani ne scavò ventisette fra il 1883 e il 1885: in una trovò frumento carbonizzato, in un'altra lenticchie e fave, in un'altra ancora almeno dieci pesi da telaio. Dal Monte Loffa vengono anche due pesi da telaio e una fusaiola incisi in alfabeto retico, fra le prime scritture trovate nei Lessini.
Diploma del 1014 e consacrazione del 1524
Le terre su cui sorge la chiesa furono assegnate nel 1014, con un diploma imperiale, all'abbazia di San Zeno di Verona. La chiesa potrebbe risalire al XIII secolo, ma le prime tracce scritte sono di oltre un secolo dopo; una data incisa su una sfera di pietra sopra la porta principale è leggibile solo in tre cifre, e c'è chi la legge 1131 e chi 1411.
Secondo Giovanni Battista Biancolini, che nel 1750 scrisse delle chiese di Verona, prima che nascesse la chiesa di Breonio, il paese sotto il monte a nord-ovest, San Giovanni era il riferimento per il culto delle comunità fino a Erbezzo, secondo un modello di pieve diffuso nella montagna veronese. Lo storico Pierpaolo Brugnoli giudica però quasi infondata questa notizia, perché San Marziale di Breonio compare nei documenti già nel Duecento. A metà del Quattrocento San Giovanni era già una cappella legata a San Marziale di Breonio, e dal 1600 ne divenne una dipendenza, anche se per la gente del posto restò sempre un punto di riferimento.
Sopra la porta laterale un'iscrizione senza data ricorda un certo Cristoforo, promotore di qualche lavoro. Il 28 luglio 1524 la chiesa, non si sa se rifatta o eretta allora da zero, ricevette insieme al suo altare maggiore la consacrazione da Bartolomeo Averoldi, bresciano, vescovo calamonense e suffraganeo del vescovo di Verona, con le reliquie dei santi Felice e Paolo: lo dice una lapide all'interno. La struttura mostra due fasi di costruzione, una fra la seconda metà del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento, l'altra nei primi decenni del Seicento.
Peste del 1630 e lazzaretto
Durante la peste del 1630 la chiesa fece da lazzaretto, e gli appestati morti furono sepolti poco più sopra, su un rialzo a nord. Nel 1633, con le elemosine dei fedeli, fu restaurata e allungata verso ovest, fin dove sta la facciata, quando era arciprete di Breonio Giovan Battista Fraccaroli. Quella facciata, squadrata e spoglia, è forse volutamente arcaica: una facciata del Seicento avrebbe avuto più decori, e chi la rifece potrebbe aver voluto ricordare quella più antica, distrutta dall'ampliamento, così come conservò le capriate a vista, ormai fuori moda nelle chiese nuove.
Eremiti e custodi, fino a el Frate
San Giovanni in Loffa ha avuto per secoli i suoi eremiti, quasi sempre povera gente che vi trovava rifugio badando alla pulizia e alla manutenzione. La regola voleva che il custode abitasse tutto l'anno nella casa accanto alla chiesa, tranne dicembre, gennaio e febbraio, suonasse l'Avemaria mattina e sera e si cercasse da sé il cibo. Prima del 1630 fra Valentino Spiasso la custodì per 36 anni; i romiti che si alternarono fra il 1631 e il 1641 fecero invece più danno che utilità. L'ultimo fu Angelo Zivelonghi, detto el Frate: si racconta che, appena suonava la campana, la grandine smettesse, e per questo andava alla questua con l'asino e il carretto fin sul Lago di Garda. Quando la sorella Teresa morì colpita da un fulmine, fu sepolta, dice il racconto, col capo fuori terra.
Campanile, campane e altari
La chiesa ha una sola navata, un'abside quadrata e il tetto a capriate di legno, ed è costruita in lastrame calcareo. Il presbiterio è voltato a crociera. I tre altari di marmo, in stili diversi, sono dedicati a san Giovanni Battista, alla Santa Croce e alla Madonna del Carmine, che prima era di san Rocco; i due minori, ai lati dell'abside, sono di marmi colorati e sembrano barocchi per la quantità di decori. C'è anche una pala con tre santi. Dentro c'è la tomba in rosso ammonitico del nobile Guido Antonio Maffei, del 1523 e di belle forme rinascimentali, e vi riposa anche don Giò Batta Simeon.
Il campanile ha forme romaniche, ma secondo Brugnoli risale, come la chiesa nuova, a dopo la metà del Quattrocento, e nel 1532 era in buona parte costruito. In conci di calcare, è basso rispetto alla base larga e ha la cella aperta da quattro bifore, semplici e funzionali, che riprendono quelle del campanile della pieve di San Floriano in Valpolicella, la chiesa che un tempo governava anche San Giovanni e Breonio. Non ha cuspide: forse c'era e non fu più rifatta, come capita spesso ai campanili colpiti dai fulmini, tanto più vicino alla cima di un monte.
Le due campane vengono da San Marziale a Breonio: dopo il crollo di una parte di quel campanile furono rifuse nel 1821-1822, e verso il 1850 un paio fu portato qui. La più grande, di 255 chili, fu rifusa nel maggio 1822 dall'erede di Pietro Partilora e porta una frase latina in lode di san Giovanni Battista; la più piccola, di 105 chili, la fece Partilora a Breonio il 17 ottobre 1821 con le elemosine dei fedeli. Nel 1950 fu rifatto il tetto, che era in pessime condizioni, e nel 1994 furono consolidate le fondazioni e le mura, perché alcuni cedimenti del terreno minacciavano crolli.
