Nel cortile di Palazzo Crepadona, a Belluno, sta una cassa di calcare del III secolo d.C.: il sarcofago di Flavio Ostilio e della moglie Domizia. Le sue figure riprendono modelli greci e romani, e la scena del retro porta la fantasia dello scalpellino del posto.
Flavio Ostilio e Domizia, una cassa di calcare
Fra i reperti romani bellunesi il sarcofago di Flavio Ostilio e Domizia è dei più rilevanti, e Palazzo Crepadona, che lo custodisce, è la sede del Centro culturale cittadino.
Per capirlo bisogna guardare alle altre casse romane dell'alto Adriatico. Molte arrivavano già scolpite dalle botteghe attiche e da Aquileia proseguivano verso l'entroterra; ad Aquileia, però, nacque presto anche l'imitazione locale dei modelli greci, copiati alla lettera o arricchiti con elementi del posto o di Roma, come nel sarcofago di Torcello riusato per il vescovo Eliodoro. La cassa di Belluno sta a un passo più in là: qui, si legge nel saggio sull'età romana della «Storia di Venezia» della Treccani, emerge invece una molteplicità di suggestioni.
Tre nicchie, e una cornice che si trova in un posto solo
Sulla fronte il lavoro è diviso in tre: tre nicchie, e dentro le immagini dei defunti. Questa fronte tripartita si ricollega alla tradizione locale.
Il secondo elemento della fronte è invece raro. L'iscrizione sta in una cornice ottagonale, e di una cornice così si conosce solo un altro esempio, a Salona.
Un cavaliere a caccia e la Diana fatta di tre modelli
Il cavaliere che va a caccia ha un modello preciso: la stessa figura è documentata anche su un sarcofago di Eleusi.
La Diana, invece, non ha un modello: ne ha tre. La sua iconografia è il frutto della contaminazione di figure diverse, e si riconoscono i pezzi di cui è fatta — Eracle con la cerva cerinitide, l'Artemide cacciatrice del tipo Versailles, l'Artemide che uccide l'animale del tipo Delo.
Retro: il ritorno dalla caccia, e la fantasia dello scalpellino
Girando la cassa si trova il ritorno dalla caccia. Da lontano il tema si ricollega alle iconografie mitiche, a Meleagro, ma l'interpretazione è originale e nuova, e denuncia la fantasia dello scalpellino locale.
E c'è un altro richiamo, che viene da Roma e non dalla Grecia: l'apoteosi della defunta. Nell'ambiente attico questo procedimento non sembra avere paralleli, mentre nei sarcofagi romani è pratica comune dalla tarda età antoniniana.
Dalla fine del II e dagli inizi del III secolo, accanto alla direttrice attica più tradizionale, nell'alto Adriatico emerge appunto questa componente urbana, che a volte dà il tema, a volte il contenuto, a volte le iconografie: e il contenuto, nel caso di Belluno, è proprio quello che il saggio indica con la parola tedesca «Privatapotheose», cioè l'apoteosi della defunta. Una cassa che mette insieme la tradizione del posto, i modelli greci e un'idea venuta dall'Urbe, insomma, scolpita in una pietra delle montagne vicine.
Fra le figure di questo artigianato locale c'è anche il Tritone, usato in accezione funeraria: compare nel rilievo del grande mausoleo di Aquileia, nella stele di Paconia Arisbe, in quella di Acilio Relato — e nel sarcofago di Belluno.
Prandarola, la cava della pietra
Il calcare ha un luogo d'origine noto. In Cansiglio, in località Prandarola, una cava forniva un calcare molto bello, e da questa pietra furono ricavati i sarcofagi e i basamenti di statue romane che si trovano a Palazzo Crepadona e al Museo Civico di Belluno.
Dell'altopiano in epoca romana si sa poco: la frequentazione si basa su labili tracce, e mancano ricerche moderne e ben documentate.
Il lapidario, e il museo di Palazzo dei Giuristi
L'archeologia romana bellunese è distribuita in più posti. Il lapidario romano sta nell'androne dell'Auditorium Comunale, e vi si segnalano due pezzi: la base che onora Marco Carminio Pudente, dei primi anni del III secolo e ricavata dal calcare del Cansiglio, per un uomo che svolse compiti amministrativi di rilievo e fu anche patrono dei fabri e del collegium dei dendrophori, cioè gli addetti alla lavorazione e allo smercio del legname; e la stele funeraria del II secolo di Tito Sertorio Proculo, che nel municipium ebbe numerosi incarichi politici e religiosi.
La sezione archeologica dei Musei civici occupa invece due sale al piano terra del palazzo del Collegio dei Giuristi, sede del Museo civico dal 1876, con reperti della provincia che vanno dal Paleolitico medio all'alto medioevo.
