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Le sculture del Museo Archeologico al Teatro Romano di Verona: Artemide di Efeso, la doppia erma e il puteale delle Menadi

Il Museo Archeologico al Teatro Romano di Verona conserva l'Artemide di Efeso, la doppia erma di Silvano ed Eracle e un puteale con quattro Menadi.

Sala del Museo Archeologico al Teatro Romano di Verona: la doppia erma, l'Artemide senza testa e il puteale scolpito
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

Il Museo Archeologico al Teatro Romano di Verona, nel convento quattrocentesco dei Gesuati sopra il teatro, conserva sculture romane venute dagli scavi della città, del teatro e dell'Arena, e dalle raccolte dei collezionisti veronesi fra Rinascimento e Ottocento.

Il convento sopra il teatro

Il museo occupa il convento quattrocentesco di San Girolamo, che i Gesuati costruirono sulla collina di San Pietro, sopra i resti del teatro. I Gesuati, una congregazione fondata da Giovanni Colombini da Siena nel 1367, curavano i malati e preparavano medicine, profumi e liquori: avevano bisogno di molta acqua, e per questo sceglievano luoghi come il colle di San Pietro.

Si entra dal lato est di Palazzo Fontana, un edificio medievale restaurato che ingloba tratti dei muri della scena del teatro. Nella prima sala si vedono i blocchi dell'antico edificio scenico, sotto un soffitto di legno del tardo Settecento portato qui da un altro luogo e adattato nel Novecento. Nell'androne che porta al teatro ci sono tubature romane di piombo venute dal ponte Postumio e la prima scultura, un blocco di marmo di età augustea che decorava il fronte del palcoscenico, con un banchetto del mondo di Dioniso, o Bacco, il dio del vino. Il percorso espositivo comincia al quinto piano, che racconta la Verona romana, e scende al quarto, quello delle sculture, e al terzo, che chiude con mosaici e iscrizioni.

Censimento e catalogo delle sculture

Nel 2017 buona parte delle sculture del museo, che vengono in maggioranza da diverse raccolte antiquarie, non era mai stata pubblicata, o lo era stata solo in modo sommario o in libri divulgativi. Per questo l'Università Ca' Foscari di Venezia, insieme a Margherita Bolla, allora direttrice del museo, aveva avviato il censimento di tutto ciò che sta nelle sale, nei magazzini e nell'area del teatro: circa 120 pezzi fra statue, ritratti, rilievi e altari votivi non avevano una documentazione all'altezza di un catalogo scientifico moderno.

Il catalogo era previsto in due volumi, il primo per le statue, i ritratti e le sculture d'arredo del teatro e degli altri edifici della Verona romana, il secondo per le sculture funerarie e votive; l'uscita del primo era annunciata per il 2018 nella collana Collezioni e musei archeologici del Veneto. Al lavoro partecipavano anche studiosi delle università di Padova e di Udine e della Regione Veneto. Il catalogo di Luigi Sperti, «Sculture del Museo Archeologico al Teatro Romano di Verona», uscì nel 2024 e studia 190 sculture, dall'età tardorepubblicana alla tarda antichità.

Il censimento ha individuato circa 30 teste-ritratto, 21 busti (un terzo dei quali privi della testa), circa 30 statue a grandezza naturale, intere o in frammenti, e alcune erme. Ci sono poi sculture d'arredo come sostegni di tavolo, oscilla, i dischi di marmo appesi fra le colonne, e puteali, cioè bocche di pozzo, in parte appartenute alla decorazione del teatro, una serie di busti di imperatori «all'antica» fatti in parte nel Cinquecento, e circa 150 rilievi funerari fra altari, stele e cippi, spesso con un'iscrizione.

Le sculture del teatro e della città

Il museo espone una collezione legata alle decorazioni scultoree del teatro e dell'Arena. Al quinto piano, nella sezione sull'abitare in età romana, c'è un'erma di bronzo con due teste di Baccanti, e una fontana di marmo del II secolo d.C. venuta da Piazzetta Navona, che ornava una ricca casa. La sezione sugli edifici pubblici mostra le teste di due statue dell'anfiteatro, un gladiatore e una figura femminile, probabilmente Diana.

In quella dedicata al teatro, fra decorazioni di marmo e di bronzo e lucerne con maschere teatrali, spiccano una sfinge di marmo quasi intera, ciò che resta di una statua equestre di bronzo e quattro erme, due di Bacco, giovane e maturo, e due di un satiro, giovane e anziano. Dal santuario di Iside, Serapide e Arpocrate, che l'architetto Lucius Vitruvius Cerdo innalzò per la famiglia dei Gavi lungo la via Postumia nella prima metà del I secolo d.C., vengono frammenti di sculture in marmo bianco e in pietre egiziane.

Al quarto piano una sala è dedicata ai bronzi: Verona ne conserva un buon numero, una rarità, perché il bronzo veniva spesso fuso di nuovo per altri usi. Fra questi ci sono il ritratto di un illustre veronese, eseguito in un periodo compreso tra il I secolo a.C. e il I d.C., e l'iscrizione che accompagnava la statua del magistrato Marco Gavio Squilliano, vissuto fra il II e il III secolo d.C.; sopra le vetrine corrono capitelli corinzi dal I al IV secolo.

Accanto c'è l'antico refettorio dei frati, un tempo tutto affrescato: sulla parete di fondo restano tracce di un'Ultima Cena che alcuni ritengono ispirata al Cenacolo di Leonardo, e i restauri hanno fatto riapparire in una lunetta una delle Beatitudini in latino. Vi stanno le statue di marmo trovate in città: una statua onoraria con la corazza, senza testa, di età giulio-claudia, scoperta in vicolo San Clemente; un ritratto di Ottaviano venuto da piazza Duomo; e al centro una figura femminile seduta del II secolo d.C., anch'essa da piazza Duomo, che sembra copiare un modello della scuola di Fidia.

Opere dalle collezioni private veronesi

Il corridoio e la sala che seguono raccolgono le sculture arrivate al museo dalle collezioni private veronesi, per acquisto, dono o lascito. I collezionisti non annotavano dove i pezzi erano stati trovati, e la loro provenienza è perduta. Nel corridoio stanno teste e ritratti che mostrano i gusti dei collezionisti fra Rinascimento e Ottocento: satiri, uomini, un fanciullo, un letterato. Uno dei nuclei è quello della famiglia Giusti, iniziato alla fine del Cinquecento, che comprendeva una vera da pozzo (un puteale) decorata a rilievo e una figura di Artemide, la Diana di Efeso.

Accanto a queste opere stanno l'Oratore Pinali, statua quasi intera del I secolo a.C. la cui testa è attribuita a un Antonio Canova giovane, mentre la mano destra che esce dal mantello la fece Luigi Antonio Zandomeneghi all'inizio dell'Ottocento, e il sostegno di tavolo con un pastore che si carica un ovino sulle spalle, antenato del Buon Pastore cristiano.

Quattro sculture del catalogo di Ca' Foscari

L'Artemide di Efeso è uno dei pezzi più conosciuti del museo. Riproduce la statua di culto che stava nel santuario della dea a Efeso, ed è arrivata senza braccia, senza piedi e senza testa. Appartiene a una tradizione di copie nata in età ellenistica, con molte repliche nelle province d'Oriente e d'Occidente, e non sempre si sa se servissero al culto o solo come decorazione.

La statua porta gli attributi consueti, legati alla fertilità, fra cui le protomi all'altezza del busto: sul loro significato, nel 2017, gli studiosi non erano concordi, e gli scrittori cristiani del III e IV secolo d.C. le leggevano già come seni, segno che in epoca romana l'aspetto della dea veniva letto in modo approssimativo. Lo stile la colloca in età adrianea, quando il culto tornò di moda e furono fatte molte delle copie che conosciamo.

La doppia erma, della collezione Giusti del Giardino, probabilmente di età adrianea, non ha confronti precisi. Ha due volti con la barba: uno è Silvano, in uno stile che richiama l'arcaico e riconoscibile dalla corona di pino, l'altro è Eracle, con la fascia sul capo, un dio molto amato nella Cisalpina. Erme come questa stavano di solito in case private, dove contava il gusto di chi le commissionava, e i due dèi, che in casa servivano anche a tenere lontano il male ed erano legati ai pascoli e ai boschi, si spiegano in una regione dove l'allevamento e la transumanza sono ben documentati.

Fra le opere studiate per il catalogo c'è anche una statua femminile seduta del tipo detto «Agrippina-Igea», senza testa, col cane molosso sotto il sedile, l'animale sacro a Igea, figlia di Asclepio. Il tipo servì soprattutto per statue-ritratto e fino al III secolo comparve spesso sulle monete della propaganda imperiale, come personificazione di Securitas Augusta, Pax, Salus o Concordia; senza la testa non si può dire se quella di Verona fosse una dea o un ritratto, e la si data all'età antoniniana.

Della stessa età è il puteale di marmo con quattro Menadi del corteo di Dioniso, un tema del repertorio detto neoattico: rispetto alle Menadi del corteo tradizionale queste sono insolitamente caste. Due si lanciano nella danza e due restano quasi immobili; quella col tamburello si allontana dal modello consueto, e un'altra non ha confronti nel repertorio di Dioniso, ma somiglia a due figure del tempio di Apollo a Bassae e della balaustra del tempio di Atena Nike ad Atene.

Celle, chiostro e terrazza

Dopo le sculture il percorso passa per tre piccole celle dei frati, affacciate sulla città: nella prima stanno i vetri romani, quasi tutti del territorio veronese, olle, balsamari, coppe e bicchieri; nelle altre due una raccolta di bronzetti preromani e romani, divinità e animali, e i bronzi che si donavano agli dèi nei santuari.

Il chiostro quattrocentesco, uno dei due del convento, ha rilievi rinascimentali in stucco di soggetto religioso e molte iscrizioni romane, quasi tutte funerarie, fra la fine del I secolo a.C. e il III d.C. La chiesa di San Girolamo, costruita nel 1432 fra i due chiostri, conserva mosaici romani della città e delle ville intorno, fra cui quelli della villa di Negrar del III secolo, con una scena di teatro tratta dal mito di Pelope e Ippodamia e un Amorino su una biga.

Si sbuca poi sulla Grande Terrazza, con la vista sulla città e sul fiume: lungo il parapetto sono allineati basi di statue e pezzi architettonici, contro la collina iscrizioni e monumenti funerari, e in fondo alcune colonne ricostruite con frammenti dell'Arena, che probabilmente coronavano la cima della cavea, la gradinata dei posti a sedere. C'è anche una piccola stanza romana con una fontana sotto una nicchia a conchiglia, forse parte di un ninfeo.

Il percorso si chiude al terzo piano, nell'antico ingresso del convento, con un grande mosaico che mostra Bacco e, dietro, un taglio romano nella roccia profondo circa 18 metri e lungo oltre 100, fatto perché l'acqua non arrivasse alle gradinate del teatro.

Come arrivare

In treno si scende alla stazione di Verona Porta Vescovo: da lì al Museo archeologico al teatro romano sono 3,4 km, 7 minuti in auto.

Per chi arriva in auto dalla Tangenziale Sud, l'uscita più vicina è Borgo Roma: restano 7,5 km, 11 minuti.

I tempi in auto sono calcolati senza traffico, fino al Museo archeologico al teatro romano.

Info utili

Dove si trova
Verona (VR)
Coordinate
45,44768 N, 11,00234 E (Museo archeologico al teatro romano) · Apri su Google Maps

Strade e posizione © OpenStreetMap (ODbL) · Fonti e licenze

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