L'Arena di Verona è l'anfiteatro romano di piazza Bra, nel centro storico di Verona, costruito nel I secolo d.C. fra il regno di Augusto e quello di Claudio. In età romana ospitava circa 30.000 spettatori; dell'anello esterno resta l'Ala, e dal 1913 è sede della stagione lirica estiva.
Anfiteatro fuori dalle mura
I Romani costruirono l'Arena fuori dalle mura della città, a circa 70-80 m dalla cinta repubblicana, per favorire l'arrivo degli spettatori senza affollare il centro. L'edificio segue comunque il reticolo urbano: l'asse maggiore è parallelo ai cardini, quello minore ai decumani. Nessuno scritto ricorda l'inaugurazione, e la data si ricava dall'edificio stesso: fra le sue decorazioni c'è una testa di gladiatore in tufo, a grandezza naturale, con un elmo di un tipo diffuso fra il 10 e il 20 d.C., e l'anfiteatro di Pola, il più simile per stile e tecnica, è di età augustea.
Nel 69 d.C. l'Arena c'era già. Nella guerra fra Vitellio e Vespasiano, proprio per l'anfiteatro poco fuori dalle mura la vecchia cinta era inservibile, e Vespasiano fece scavare l'Adigetto, un lungo fossato a sud della città. Nel 265 l'imperatore Gallieno rifece le mura, e un tratto nuovo lungo 550 metri incluse finalmente l'anfiteatro: le sue fondazioni, riportate alla luce negli scavi del 1874, corrono a 5 metri dall'Arena. Quelle mura tagliavano però i collettori delle acque piovane, e per continuare gli spettacoli si scavò un grande pozzo al centro dell'arena: lo scolo funzionava peggio, e da allora cominciò la decadenza dell'anfiteatro. Nel 312, quando Costantino assediò Massenzio chiuso in Verona, l'assalto avvenne all'altezza dell'anfiteatro, che fece da bastione.
Rosso ammonitico e tre ordini di arcate
L'Arena ha forma ellittica: misura 152,43 m × 123,23 m, cioè 520 × 420 piedi romani, e l'arena al centro 75,68 m × 44,43 m, 250 × 150 piedi, con gli assi nel rapporto di 5 a 3. Fra gli anfiteatri d'Italia è il quarto per grandezza, dopo il Colosseo, quello di Capua e quello di Milano.
La facciata era l'anello esterno, a tre ordini di arcate alte 7,10, 6,30 e 4,50 metri, con capitelli di ordine tuscanico. È fatta di blocchi di calcare della Valpolicella, il rosso ammonitico, nella varietà rosata e in quella bianca: i blocchi stanno l'uno sull'altro senza malta, e la faccia a vista lasciata grezza dà l'effetto di bugnato. Le arcate erano 72, ognuna col suo numero d'ingresso, e il numero I stava a ovest, verso porta Borsari e la via Postumia, dove si apre l'ingresso più monumentale. Dell'anello resta solo l'Ala, un muro di quattro archi alto più di 30 metri, coi numeri dal LXIV al LXVII.
Dentro, le scale portano ai 64 vomitori, le aperture da cui il pubblico entrava e usciva, e alle 45 gradinate della cavea. Fra la cavea e l'arena correva un podio, che Scipione Maffei calcolò alto 1,53 metri, e in cima alle gradinate c'era un porticato coperto da un tetto. Sotto il pavimento passano le cloache, alte circa due metri, che portavano le acque fino all'Adige; al centro dell'arena c'è un ambiente sotterraneo di 8,77 per 36,16 metri, di cui non si conosce l'uso.
Gladiatori, pantere e la lettera di Plinio
In età romana nell'Arena si tenevano combattimenti di gladiatori e cacce ad animali feroci ed esotici. Si combatteva sull'harena, lo strato di sabbia che assorbiva il sangue di uomini e animali e che ha dato il nome all'edificio. Una lettera di Plinio il Giovane loda l'amico Massimo per aver promesso ai Veronesi uno spettacolo di gladiatori in memoria della moglie, che era di Verona: le molte pantere africane che aveva comprato non arrivarono in tempo, trattenute dal maltempo.
Le lapidi trovate in città ricordano alcuni combattenti. Il secutor Aedonius, dopo otto combattimenti sostenuti a Verona, fu vinto e ucciso a ventisei anni; il reziario Generosus, della scuola gladiatoria di Alessandria d'Egitto, vinse ventisette combattimenti senza mai perdere e morì di morte naturale. Glauco, modenese, morì all'ottavo combattimento, e sulla sua tomba, pagata anche dai suoi tifosi, consiglia di non fidarsi di Nemesi. Una madre, Licinia, lasciò per testamento a nome del figlio una statua di Diana e una caccia da offrire nell'Arena. Un gradino originale porta inciso il suo posto: cuneo primo, gradino quarto, posto primo.
Teodorico, i terremoti e gli arcovoli
Sotto Teodorico (493-526) l'anello esterno fu in parte demolito per costruire la seconda cinta di mura della città, e in quelle mura è stato trovato un blocco dell'anfiteatro col numero LXIII. Le pietre servivano alla cinta, e un anfiteatro tanto alto, se il nemico l'avesse preso durante un assedio, era un pericolo per la città: l'Arena perse così circa 12 metri, cioè la galleria superiore, ma tenne le gradinate e restò buona per gli spettacoli.
Altri colpi li diedero l'Adige, straripato nel 589, e due terremoti, uno nel 1116 e l'altro il 3 gennaio 1117. Fino al Rinascimento, poi, dall'anfiteatro si cavò pietra per le nuove costruzioni, soprattutto dopo l'incendio della città del 1172; i primi impegni per fermare la distruzione stanno negli statuti comunali del 1228.
Il Medioevo dava all'Ala un'altra origine: si raccontava che un gentiluomo condannato a morte avesse promesso di costruire in una notte un edificio che potesse contenere tutti gli abitanti, vendendo l'anima ai diavoli, e che, pentito, avesse pregato la Madonna; il sole sorse due ore prima, i demoni sprofondarono e l'opera restò incompiuta.
In epoca comunale e scaligera nell'Arena si combattevano le lotte giudiziarie: chi aveva un processo incerto poteva affidarsi a un lottatore professionista, un campione, e Dante assistette ad almeno una di queste lotte. Gli arcovoli, le arcate esterne, il Comune li dava in affitto, e lo statuto del 1276 stabiliva che le prostitute potessero abitare soltanto lì. Nel 1278 nell'Arena furono arsi quasi 200 eretici catari, catturati a Sirmione da Mastino I della Scala, per volontà del fratello Alberto I.
Lo statuto del 1310 ordinava di tenere chiusa la cavea, e le eccezioni erano le feste: quando Antonio della Scala sposò Samaritana da Polenta, nel 1382, giostre e spettacoli andarono avanti dentro l'Arena per 25 giorni. Nel 1337 la città, indebitata per una guerra, aveva ceduto i redditi degli affitti all'Università dei Cittadini, il consorzio dei suoi creditori. Le prostitute restarono negli arcovoli fino al 1537, quando le arcate passarono ad artigiani e commercianti, e l'Arena fu riscattata per intero solo nel 1586.
Maffei, giostre e caccia dei tori
Gli statuti del 1450 sono il primo documento ufficiale che definisce l'edificio memorabile. Dal Quattrocento la studiarono Giovanni Maria Falconetto e Fra Giovanni da Verona, e dopo di loro Giovanni Caroto, Sebastiano Serlio, Antonio da Sangallo il Giovane, Baldassarre Peruzzi e Andrea Palladio; il 24 maggio 1568 si deliberò il restauro, interrotto nel 1575 dalla peste. Nel 1710 Ottavio Alecchi scoprì il pozzo centrale; nel 1728 il marchese Scipione Maffei pubblicò «Degli Anfiteatri e singolarmente del Veronese», e fra il 1728 e il 1729 si tolsero dal piano dell'arena 120 cm di terra; dal 1731 al 1735 fu restaurata e consolidata l'Ala.
Intanto la cavea si apriva agli spettacoli. La prima giostra documentata è del 26 febbraio 1590; alla Giostra della Quintana del 29 maggio 1622 vennero cavalieri anche dalla Svezia, e l'ultima giostra si corse il 20 novembre 1716 per il principe elettore di Baviera. Nel luglio 1713 vi si recitò la «Merope» di Maffei, nel luglio 1733 fra gli spettatori c'era Carlo Goldoni, e nel gennaio 1751 vi fu esposto un rinoceronte. Nel settembre 1786 Goethe vide l'anfiteatro, il primo importante monumento antico che avesse mai visto, e si stupì che dentro non si giocasse al popolare gioco del pallone.
Lo spettacolo più amato era la caccia dei tori: il 15 giugno 1805 la vide anche Napoleone, e in quell'occasione il governo stanziò fondi per il restauro. Più tardi, lo stesso anno, l'Arena servì da campo per i prigionieri austriaci, che smontarono il palco delle commedie per farne legna da ardere. Nel 1820 si decise lo sfratto delle abitazioni dagli arcovoli, con 36 affittuari mandati via, e si scavò lungo la base, interrata di circa due metri. Fra il 1953 e il 1956 l'Ala fu consolidata con cavi d'acciaio su progetto dell'ingegner Riccardo Morandi.
Lirica dal 1913: Zenatello e l'Aida
Già nei primi decenni dell'Ottocento nell'Arena si davano opere teatrali e concerti, e il 24 novembre 1822 vi fu eseguita «La Santa Alleanza», diretta da Gioachino Rossini. La prima stagione lirica è del 1856, con «Il Casino di Campagna» e «La fanciulla di Gand» di Pietro Lenotti, il primo atto de «L'elisir d'amore» di Donizetti e «Il barbiere di Siviglia». Quando il Veneto entrò nel regno d'Italia, l'Arena fece da piazza per la festa: era il 16 novembre 1866, e c'era Vittorio Emanuele II. Nel 1913, per il centenario della nascita di Giuseppe Verdi, il tenore veronese Giovanni Zenatello vi fece allestire l'Aida, e da allora l'Arena è la sede delle stagioni liriche estive. Si racconta che Zenatello si fosse accorto per caso dell'acustica naturale dell'anfiteatro, intonando lì qualche nota.
Per gli spettacoli l'Arena accoglie fra 15.000 e 20.000 spettatori, a seconda dell'allestimento.
