Le grotte del Montello sono cavità carsiche nel conglomerato del colle, in provincia di Treviso, sopra il Piave. Fra queste ci sono il Buoro di Ciano, oggetto di culto dai tempi antichi, e il Bus de le Fate delle leggende.
Un colle di conglomerato sopra il Piave
Il Montello, El Montel in veneto, è un rilievo a forma di tartaruga, alto al massimo 371 metri, che si stende da est a ovest, da Nervesa della Battaglia fino a Montebelluna e Crocetta del Montello; ai piedi del versante sud ci sono Giavera del Montello e Volpago del Montello, e il Piave ne lambisce il fianco settentrionale. Sul colle si contano circa 90 grotte, per lo più a sviluppo orizzontale e usate da sempre come ricovero, e oltre 2.000 doline; molte grotte si aprono ai piedi del colle, rivolte a nord, verso il fiume.
Le grotte sono scavate nel «Conglomerato del Montello», del Miocene superiore (Messiniano), fatto soprattutto di ciottoli carbonatici legati da un cemento di calcite, e mostrano striature cristalline bianche e arancioni lasciate dall'acqua che gocciola e dall'aria, e in certi tratti depositi bianchi di carbonato di calcio. Il carsismo fa scorrere l'acqua sottoterra: in superficie non ci sono quasi ruscelli, e le acque escono da sorgenti come il Forame, nella scarpata meridionale.
Il Buoro di Ciano
Il Buoro di Ciano, detto anche Fontana del Buoro, è una piccola cavità naturale con una sorgente, nel territorio di Crocetta del Montello: dal parcheggio della chiesetta di Santa Mama ci si arriva con circa 400 metri di sentiero facile. La fontana è l'uscita dell'acqua che penetra dalla cima del colle e scorre in gallerie scavate da sé fino alla base; nei periodi di secca l'acqua non esce, mentre nel resto dell'anno scorre ben visibile.
Il culto del Buoro nasce dall'idea antica che fonti e grotte fossero luoghi sacri, abitati da divinità della fertilità della terra, e si credeva che lo frequentassero fate o ninfe. Le donne in maternità ci andarono fino alla metà del Novecento, convinte che quell'acqua migliorasse il loro latte.
Una leggenda racconta che la ninfa Ciane vi versi un'acqua capace di ridare il latte alle puerpere; un'altra, ambientata in epoca romana, dice che Ciane tentò di impedire a Plutone il ratto di Proserpina, e che il dio, per vendetta, la trasformò nella fonte che sgorga dalla grotta. Il nome del paese però non viene dalla ninfa: Ciano, che compare come Ciglano o Cigliano in una bolla pontificia del 3 maggio 1152, deriverebbe dal nome latino Acilius.
Ciano: i reperti, il ponte del 1918 e Santa Mama
I reperti più antichi di Ciano sono affiorati proprio vicino al Buoro: strumenti in pietra, per lo più mesolitici, piccole lamine trapezoidali forse montate su un'asta e usate come arpioni per la pesca, e altri oggetti di epoca romana; dalla stessa zona vengono anche reperti del Neolitico e dell'età del bronzo, in parte conservati al Museo civico la Terra e l'uomo di Crocetta.
Nella notte del 26 ottobre 1918 i pontieri dell'8ª Armata gettarono sul Piave ponti di barche alle Grave di Ciano, alla Fontana del Buoro e a Nervesa; la mattina del 27, sotto l'artiglieria austriaca, quello della Fontana del Buoro fu l'unico a resistere, lasciando passare i soldati.
La chiesetta di Santa Mama, vicina al Buoro, fu costruita dagli abitanti della frazione fra il 1925 e il 1929, su disegno di Giovanni Dalla Costa, su un terreno da sempre meta di devozione, dove però nessuno aveva mai innalzato una chiesa.
Fate, anguane e il Massariol
Le leggende del Montello mettono nel colle fate, draghi, folletti, orchi e diavoli, che si nascondono nelle grotte e nelle doline. Si racconta che il Bus de le Fate, una caverna del Montello, sia abitato da fanciulle vestite di bianco, bellissime e dai piedi caprini, che si lavano senza fine a una fonte, e che dal Buoro delle Anguane escano le ninfe lavandaie, che vanno ai ruscelli a lavare panni macchiati dalle colpe antiche degli uomini. Le Fate Bone, presso una fonte, fanno il miele e scaldano le ragazze che il Massariol, uno spirito burlone, fa perdere nel bosco quando posano il piede sulle sue orme invisibili. E il racconto vuole che al sorgere del sole tutto scompaia.
Altre storie parlano di basilischi, draghi maligni, del diavolo che vagava avvolto in un mantello rosso, e di un violino che si sentiva nelle notti d'inverno, suonato dal fantasma di un musicista di strada morto di freddo. Si dice anche che, nascosti e in silenzio, si possa vedere una piccola creatura con una lanterna che guida gli esseri fantastici partendo da una quercia secolare lungo la dorsale. Forse l'origine di queste storie sta negli animali del colle: aquile reali, gufi reali, pipistrelli e il colubro di Esculapio, un serpente diurno che può arrivare a due metri.
San Girolamo e il Tavaran Grando
La Grotta di San Girolamo è una grotta carsica nella Valle delle Tre Fonti, un luogo umido e verde vicino a via Luigi Lama, che è la presa IV, una delle strade del Montello indicate con un numero. L'insediamento nella grotta sarebbe già censito nel XIII secolo; secondo la tradizione, nel Medioevo, al tempo della Serenissima, ci visse l'eremita Giovanni da Fassa, che vi si dedicò al culto di San Girolamo. Sulle pareti ci sono nicchie scavate a mano, rimaste vuote.
Il Tavaran Grando è una grotta carsica lunga 400 metri fra il Montello e il Piave, facile da raggiungere, e ci si arriva col sentiero che tocca i Bunker della prima guerra mondiale e comincia a Nervesa della Battaglia, presso la chiesa di Santa Croce. Sullo stesso percorso ci sono il Bus de Banes, con i Bunker 1 e 2, e la Croda dei Zatteri, col Bunker 3.
Gli speleologi sul Montello
Nervesa della Battaglia ha ospitato il convegno «Montello 2002», i cui atti la Federazione Speleologica Veneta ha stampato nel 2003. A settembre del 2003, con il Dipartimento di Scienze della Terra dell'Università di Ferrara, la Federazione ha tracciato le acque sotterranee del Montello, e l'esperimento ha confermato il collegamento fra una cavità carsica e una sorgente vicina al Piave. Nel 2004 il Gruppo naturalistico Montelliano, di Nervesa, era fra i gruppi speleologici iscritti all'albo regionale, e il programma speleologico della Regione di quell'anno indicava il Tavaran Longo, una grotta del Montello, come laboratorio didattico sotterraneo.
