Fra i primi giorni di settembre e novembre i laghi del Bellunese si abbassano, e di molto. Li abbassa una regola dell'Autorità di bacino, che per difendersi dalle alluvioni vuole il livello degli invasi già sceso entro il 15 settembre: e per farlo scendere servono settimane.
La regola del 15 settembre
Il livello dei laghi non lo decide la Regione. Lo fissa l'Autorità di bacino, applicando le regole tecniche nazionali del Piano di gestione del rischio alluvioni. Per l'Autorità l'abbassamento non può slittare oltre il 15 settembre: dopo quella data, in passato, sono arrivate più volte alluvioni di grande portata. Non è una novità: le proteste dei sindaci dei paesi sul lago tornano a ogni stagione, ma l'acqua defluisce comunque verso i bacini di laminazione.
È un paradosso che chi vive sui laghi conosce bene: la regola va in senso opposto alle stagioni di siccità, eppure dalle piene autunnali non si può prescindere. E il risultato si vede a occhio nudo, perché per due mesi buoni i laghi diventano una copia sbiadita di quello che sono d'estate.
Tre settimane per abbassare un lago
Il livello non si può far scendere di colpo: ridurlo forzando i tempi potrebbe causare cedimenti delle sponde. Per questo le operazioni di svaso devono cominciare tre o quattro settimane prima della scadenza — cioè entro la metà di agosto — anche quando le previsioni del tempo non segnalano perturbazioni di rilievo. È il nodo che rende la regola così impopolare: l'abbassamento arriva a stagione turistica aperta, e per gli operatori rinunciare all'appendice autunnale è un colpo.
Il punto più delicato non è uguale su tutti i laghi. A Farra d'Alpago (Alpago, BL), sul lago di Santa Croce, la spiaggia scende verso l'acqua con una pendenza dolce e continua, e lì tre o quattro metri di livello in meno creano più problemi che altrove. E l'oscillazione non pesa solo sui bagnanti: a Santa Croce, dove l'acqua è di buona qualità, il fondo è di ghiaia mista a fango e le piante subacquee sono rare, flora e fauna risentono soprattutto degli sbalzi di livello continui legati alla produzione idroelettrica.
Che cosa vuol dire laminare una piena
I laghi artificiali del Bellunese non servono solo a produrre corrente: nei mesi a rischio funzionano da bacini di laminazione, cioè trattengono una parte dell'onda di piena e la rilasciano più lentamente, e per farlo devono avere spazio vuoto sopra il pelo dell'acqua. La regola esiste per evitare disastri, e i due che si citano sono la piena del 1966 — quando si calcola che il Piave abbia raggiunto i 5 mila metri cubi al secondo — e Vaia, quando il fiume rischiò di esondare nel suo tratto terminale.
Che la laminazione funzioni allo stesso modo su tutti gli invasi, però, è contestato. Per il lago di Centro Cadore la Regione ha giudicato inefficace il provvedimento, citando gli studi dell'università di Padova secondo cui lì la laminazione giova solo al primo tratto di fiume sotto la diga e non incide sulle piene del Piave. Il presidente della Provincia si è schierato coi sindaci, chiedendo regole più adatte ai bisogni del territorio senza mettere in discussione la sicurezza idraulica; da Alpago, sul lago di Santa Croce, è venuta anche la richiesta di soluzioni tecnologiche più moderne e di una normativa rivista, perché quella in vigore ignora i cambiamenti climatici.
Santa Croce, dalla frana di Fadalto alle centrali
Santa Croce, nell'Alpago, al confine colla provincia di Treviso, è il lago più grande in territorio veneto. È un lago naturale e, come il vicino Lago Morto più a sud, deve l'origine a depositi alluvionali, morene e frane che chiusero la valle: lo sbarramento decisivo fu la frana di Fadalto, dodici o quattordici mila anni fa. L'ampliamento artificiale del bacino risale agli anni Trenta del Novecento.
Una diga sul lato nord ne porta il livello a 386 metri, con circa 120 milioni di metri cubi d'acqua, e ne fa il centro vitale del sistema idroelettrico Piave - Santa Croce, nato nel 1913 per iniziativa della Società «Cellina», poi assorbita dalla SADE e infine dall'Enel. L'acqua gli arriva dal Piave, deviata a Soverzene con uno sbarramento messo di traverso al fiume per circa un chilometro, e condotta per dieci chilometri da un canale che corre in parte in galleria. Dal lago, sempre in galleria, scende alle centrali di Fadalto, Nove e San Floriano, e alla fine del suo percorso va per lo più all'irrigazione.
Centro Cadore e Corlo, i paesi sotto l'acqua
Il lago di Centro Cadore è un invaso di 2,39 chilometri quadrati, il terzo lago del Veneto per volume: nacque negli anni Cinquanta, quando la diga di Pieve di Cadore chiuse il Piave a Sottocastello, nel complesso di dighe e centrali realizzato dalla SADE sull'alto corso del fiume. Stretto e lungo da sud a nord, arriva fino a Lozzo di Cadore e tocca anche Calalzo, Domegge e Lorenzago; è profondo fino a 108,3 metri, tiene 67,5 milioni di metri cubi, e la sua massima regolazione è a 683,5 metri. Il suo riempimento sommerse la cascata del torrente Anféla, che azionava mulini e una segheria in località Rauza, anch'essi finiti sott'acqua.
Davanti a Calalzo, in mezzo al bacino, affiorano alcuni isolotti che col livello basso si trasformano in penisole. Prima del lago l'isola principale era un'altura al centro della valle del Piave, e secondo alcuni ritrovamenti archeologici sarebbe stata uno dei primi insediamenti paleoveneti del Cadore, con la sede religiosa a Lagole. Dal parco Roccolo di Pieve, affacciato sul lago, il colpo d'occhio dopo lo svaso diventa desolante.
Il lago del Corlo, nel comune di Arsiè, nel Feltrino, prende il nome da una piccola borgata vicina allo sbarramento. La diga, a doppio arco e a doppia curvatura, una cupola alta 68 metri sull'alveo del torrente Cismon, fu costruita fra il 1951 e il 1953, e il bacino fu completato nel 1954: tiene 48,8 milioni di metri cubi su 2,45 chilometri quadrati. Sotto l'acqua finirono la fertile piana del Ligont e gli abitati di Giuliat, Carrer, Caballau e Chiesa, e dei circa tremila residenti duemilacinquecento furono costretti a emigrare.
Gli scarichi di fondo da rifare
La strada indicata per cambiare i tempi dello svuotamento passa dal rifacimento degli scarichi di fondo delle dighe. Con scarichi nuovi si potrebbe arrivare a quella che tecnicamente si chiama «gestione dinamica dello svuotamento basata sulle previsioni meteo»: il lago si abbasserebbe quando le previsioni lo chiedono, e la stagione turistica dei paesi che si affacciano sulle sponde si allungherebbe. La Regione Veneto stanziò 107 milioni di euro per il primo intervento, al lago del Corlo, che nei programmi doveva essere seguito da Santa Croce, Centro Cadore e il Mis. Il comune di Pieve di Cadore sollecitò un incontro coi tecnici dell'Autorità di bacino, ricordando che il problema è noto da decenni.
