Treviso è una città d'acque: fiumi, canali e fontane ne hanno modellato nei secoli l'aspetto e la vita, e dentro le mura le fontane sono 33. A piedi si vedono la fontana di Vicolo Pola, quella delle Tette del 1559 e quella dei Tre Visi in via Luigi Bailo.
Una città d'acque e le sue fontane
Già nel Trecento il poeta fiorentino Fazio degli Uberti, esule, scriveva nel «Dittamondo» di aver trovato sul cammino Treviso, «che di chiare fontane tutta ride». L'abate Luigi Bailo scrisse che quelle acque meritano che il forestiero le gusti, e che non si può dire di conoscere Treviso senza averle gustate. Il giro comincia in Vicolo Pola, con una fontana dentro un'esedra di pietra d'Istria incassata nell'edificio: l'acqua esce da una maschera di leone in ghisa, e sopra c'è la scritta in bronzo «Aere civico». Poco lontano, in piazza Pola, la fontana ha un basamento ottagonale in pietra d'Ischia con delle volute, una testa di satiro in ghisa e la data «1903».
La fontana delle Tette del 1559
La fontana delle Tette la fece costruire nel 1559 il podestà veneziano Alvise Da Ponte, dopo una forte siccità. È in pietra d'Istria: un busto nudo di donna che si regge il seno con le mani, e l'acqua che esce dai capezzoli cade in una vasca a forma di conchiglia. Guardava il Calmaggiore da una nicchia ricavata ai piedi del Palazzo Pretorio, e l'acqua le arrivava dal Cagnan, sollevata alle chiuse del Ponte di Pria da una «roda mata». Fino al 1797, all'elezione di ogni nuovo podestà, per tre giorni da un seno usciva vino bianco e dall'altro vino rosso, e i cittadini bevevano gratis, «a sollazzo del popolo esultante».
Le truppe napoleoniche, che ci vedevano il potere del podestà veneziano, la danneggiarono gravemente, e per lungo tempo andò perduta; la ritrovò l'abate Bailo, che la mise nel museo di Casa da Noal. Il busto originale, mutilato, sta in una teca sotto la loggia del Palazzo dei Trecento. La copia la scolpì nel 1989 il peruviano Miguel Miranda Quinones, e sta nel cortile di Palazzo Zignoli, che si apre sulla galleria della Strada Romana fra la piazzetta della Torre e la calle del Podestà, sotto una targa che riporta la descrizione della fontana dettata nell'Ottocento dal medico trevigiano Matteo Sernagiotto. Si dice che toccarle il seno porti fortuna.
Draghi, delfini e satiri nelle piazze
In piazza San Leonardo, davanti al portone di Ca' Spineda, c'è la fontana del Littorio, del 1929, che precedette di un anno quella di piazza San Vito: ha tre vasche ovali di marmo bianco su due scalini, l'acqua esce dalle bocche di 8 delfini e di quattro teste di leone, e i fasci littori reggono la vasca più alta. All'epoca, a quanto pare, in tanti la trovavano priva di grazia. In piazza San Vito la fontana è un'ampia vasca ottagonale su un basamento circolare, usata un tempo per i commerci della zona. Nel Quartiere Latino, all'ospedale di Santa Maria dei Battuti, una base ottagonale di pietra d'Istria regge una vasca con quattro mascheroni diversi, e sette dischi concavi, due di pietra e cinque di rame, versano l'acqua.
Altrove tornano le teste di drago: in Borgo Cavour il drago esce da una colonna ottagonale, e una leggenda, poi smentita, voleva che quell'acqua avesse ucciso Cangrande della Scala nel 1329; in piazza Garibaldi, vicino a ponte Dante, la fontana di ghisa ha in cima un cigno con la scritta «piume al vento». In piazza Rinaldi la fontana inaugurata nel 1908 ha una colonnina di marmo e una testa di satiro in ghisa, e le somiglia, pur diversa, quella di piazza San Francesco, del 1906; in piazza Sant'Andrea l'acqua scende per una serie di vasche intorno a una colonna di ferro, con richiami allo Zodiaco.
I Tre Visi e il nome di Treviso
In via Luigi Bailo, che porta il nome del fondatore del primo museo trevigiano, davanti al Municipio di Ca' Sugana, c'è la fontana dei Tre Visi. L'acqua scende in una vasca circolare dalle bocche di quattro teste di leone stilizzate, alternate a motivi floreali. In cima sta un'erma con tre volti di vecchi rivolti ognuno da una parte, un busto nudo senza braccia sorretto da un pilastro di pietra: è la copia di una scultura perduta, che un tempo stava sulla scalinata del Palazzo dei Trecento.
Per il nome della città gli storici propongono Tarvisium, dal celtico tarvus, toro, oppure Tervisus, «tre vedute», come quelle dai tre colli dove nacquero i primi nuclei, piazza dei Signori, piazza Duomo e Sant'Andrea; c'è anche chi pensa al gallico trev, villaggio di legno. Una leggenda racconta invece di Dardano, capostipite dei Troiani: in una delle sue roccaforti Montorio, ritenuto antenato dei Collalto, mise all'ingresso la statua di una fanciulla con tre teste, e da quei «tre visi» sarebbe venuto il nome Treviso.
