Villa Allegri Arvedi sta a Cuzzano di Grezzana, in provincia di Verona, in posizione dominante sulla Valpantena. È una villa del XVII secolo di Giovanni Battista Bianchi, costruita su un fortilizio scaligero, con il salone affrescato da Ludovico Dorigny e un giardino all'italiana di bossi secolari.
La fortezza dei Dal Verme e gli Allegri
È considerata la villa signorile più imponente della valle e la più grande villa veneta della provincia di Verona. In origine era il palazzo-fortezza dei Dal Verme, e le due torri ai lati del palazzo ricordano il fortilizio scaligero su cui la villa fu costruita. Nel 1437 i beni passarono agli Allegri; quasi due secoli più tardi, nel 1656, la famiglia incaricò l'architetto veronese Giovanni Battista Bianchi di ampliare e ristrutturare l'antica dimora. Per decorare le nuove stanze e i grandi saloni lavorarono Ludovico Dorigny, Santo Prunati e fra' Giuseppe Falezza.
Nel 1671 una visita pastorale dichiarò non adatto il vecchio oratorio di San Francesco, e fra la fine del XVII secolo e il 1717, quando la disegna Antonio Schiavi, fu costruita la nuova chiesa, dedicata nel 1722 alla Madonna del Carmine e in secondo luogo a San Francesco, che dopo il 1734 non compare più nei documenti; più tardi diventò l'oratorio di San Carlo. Col suo campanile si fa notare anche da lontano.
Gli Arvedi e la seta
Nel 1824 l'ultima discendente degli Allegri vendette la villa agli Arvedi, produttori di seta, che la comprarono pensando di farne una filanda. Rinunciarono al progetto e continuarono a farne una tenuta di campagna, che produceva olio e uva, e la famiglia conserva qui le matrici per decorare i tessuti di seta. Nel XIX secolo Lucidalba Arvedi fece togliere una Venere affrescata, giudicata troppo impudica. La villa ha fatto da sfondo al film «Letters to Juliet».
La corte, la chiesa e le torri colombare
Oltre il grande cancello sulla strada provinciale c'è la portineria, e un viale costeggia il muro del giardino fino alla corte dietro il palazzo. Qui stanno il frantoio, le stalle, gli essiccatoi del tabacco, le barchesse, le «teze» e i rustici dove abitavano i lavoranti. Il cortile è chiuso a ovest da un'ampia esedra, al centro della quale un monumentale scalone a tenaglia sale alla piccola chiesa barocca, con dietro cipressi secolari e cedri del Libano; ai lati stanno la scuderia, la casa del gastaldo e due torri colombare, che rispondono alle torri del palazzo; da lì partono i bracci dell'esedra, che finiscono in nicchie e incorniciano lo scalone.
Verso la corte, ai fianchi del corpo centrale, si aprono due logge, ognuna con due archi a tutto sesto. Il palazzo ha una pianta a U, con le ali verso la corte: a sinistra gli appartamenti d'inverno, a destra quelli d'estate, più fastosi, che proseguono verso una grotta triplice scavata nella collina e una voliera aperta verso il cielo.
La sala dei Cesari e la sala dei Titani
Al pianterreno la sala dei Cesari, aperta sul giardino e sul cortile, conserva affreschi cinquecenteschi molto ridipinti, attribuiti a Paolo Farinati: le pareti sono divise da plinti con coppie di figure in finto marmo e da nicchie con finte statue di bronzo di condottieri armati e di figure femminili, e fra queste si aprono sei grandi paesaggi con scene delle «Metamorfosi» di Ovidio, sormontati da coppie di figure allegoriche a colori distese sui cornicioni; in una scena il pittore tardobarocco che ridipinse le pareti sembra essersi sbagliato di grosso.
Accanto, due salotti hanno soffitti di legno dipinti a trompe-l'oeil con paesaggi fantastici, attribuiti a Prunati e Falezza.
Al primo piano c'è il grande salone d'onore a doppia altezza, la sala dei Titani, affrescata soprattutto da Dorigny intorno al 1720: in basso le allegorie dei segni zodiacali e le lotte dei Giganti, in alto la lotta fra Centauri e Lapiti e Perseo con Medusa; sotto alcune finestre piccole ci sono i ritratti degli Allegri. Finte architetture dividono le pareti in due piani, i dodici segni dello zodiaco hanno figura umana e si alternano a paraste e colonne, e grandi vasi di fiori sembrano posati su finte balconate davanti a una fuga di archi. La volta, con l'Olimpo, le Tre Grazie e i Venti fra architetture dipinte, è attribuita a Francesco Galli da Bibbiena. Lo storico Viviani considerava il salone una delle opere più grandiose di Dorigny.
C'è anche una sala da pranzo affrescata con scene del mito e allegorie, e alcune travi di legno dipinte sono riferite al Bianchi; un altro affresco raffigura gli evangelisti, uno in ciascuno dei quattro pennacchi, attorno a un oculo al centro dove compare la colomba dello Spirito Santo.
Il giardino di bosso
Davanti alla facciata, su un terrazzamento chiuso da un basso muro e protetto a nord dai venti freddi da un muro alto, si stende il giardino all'italiana, aperto a est sul viale d'ingresso e sulla campagna. Il tratto più scenografico è il parterre di bossi secolari, disegnato ad arabeschi a ventaglio; al centro una fontana marca l'asse del giardino, che oltrepassa il cancello e continua nel viale di cipressi che risale dal fondovalle. Nel 1714 il giardino era diverso: nel disegno del Volkamer ha piccole aiuole rettangolari con molti vasi di agrumi e una serra contro il muro. Il giardino giunto fino a noi ha un unico disegno sinuoso, pensato per essere guardato dal balcone del salone. Sul lato nord c'è una grotta-ninfeo con conchiglie e stalattiti.
Domande frequenti
Quanto dista Villa Allegri Arvedi da Verona?
La villa sta in Valpantena, a 12 chilometri da Verona.
