Villa Valmarana ai Nani è una villa veneta del Seicento alle porte di Vicenza, sul colle di San Bastian, ai piedi di Monte Berico, vicino alla Rotonda di Palladio. Dentro ha gli affreschi di Giambattista Tiepolo e del figlio Giandomenico; sul muro, i nani di pietra della leggenda di Layana.
Bertolo e i Valmarana
La villa fu costruita a partire dal 1669. Il giurista vicentino Giovanni Maria Bertolo volle la casa padronale, la Palazzina, terminata nel 1670; negli anni seguenti le si affiancarono una barchessa (l'edificio per i magazzini agricoli), la Foresteria per gli ospiti, una stalla e altri edifici. Per la posizione in collina e per gli interessi dei proprietari fu più una residenza che un centro agricolo.
Nel 1720 la comprarono i fratelli Valmarana, della famiglia nobiliare che la possiede e ci abita. Il nome «ai Nani» la distingue dalle altre ville della stessa casata, fra cui la Rotonda, che è di un altro ramo dei Valmarana. Dal piazzale della villa la stradella Valmarana, sterrata, porta alla Rotonda in poche centinaia di metri.
Nel 1736 Giustino Valmarana affidò il restauro a Francesco Muttoni, che per la famiglia aveva già lavorato al palazzo cittadino di San Faustino. Si devono a lui le scalinate, le torrette e i due frontoni triangolari ai fianchi della Palazzina, la chiusura delle arcate della Foresteria e le scuderie su due piani.
Palazzina di Giambattista
Nel 1757 Giustino Valmarana chiamò Giambattista Tiepolo ad affrescare la Palazzina. Nell'atrio c'è il Sacrificio d'Ifigenia; nelle quattro stanze intorno, scene dei quattro grandi poemi d'Europa: l'Iliade, l'Eneide, l'Orlando furioso e la Gerusalemme liberata.
I temi sono eroici e amorosi. Nella stanza dell'Iliade Teti consola Achille, che ha dovuto lasciare Briseide; in quella dell'Orlando furioso Ruggero salva Angelica dall'orca e Angelica incide il nome di Medoro sulla corteccia. Nella stanza dell'Eneide Mercurio esorta Enea a lasciare Didone, in quella della Gerusalemme liberata Rinaldo abbandona la maga Armida: in queste due, come in quella di Achille, ritorna la rinuncia all'amore per seguire il proprio destino. Grazie al trompe-l'œil, l'espediente pittorico che usa le regole della prospettiva, le scene si intravedono fra colonne e arcate dipinte che sfondano le pareti.
Foresteria di Giandomenico
La Foresteria fu affrescata dal figlio, Giandomenico Tiepolo, che vi dipinse un mondo più moderno e quotidiano. Ci sono la stanza delle cineserie, col gusto dell'epoca per la Cina; la stanza gotica, con le passeggiate d'inverno e d'estate, uno dei primi esempi di cornice neogotica; la stanza dei contadini, che riposano e mangiano; la stanza del carnevale, col Mondo novo. Completano la Foresteria la stanza delle architetture e quella dei putti, che giocano col cavallino di legno e col carrettino. A Giambattista spetta qui soltanto la stanza dell'Olimpo.
In tutto sono 800 metri quadri di affreschi, dipinti da Giambattista (1696-1770) e dal figlio Giandomenico (1727-1804). Il poeta Johann Wolfgang Goethe, partito per l'Italia nel settembre 1786, visitò la villa e distinse due stili, uno sublime e uno naturale, giudicando il primo superiore al secondo senza sapere di avere davanti l'opera di padre e figlio.
Nel 1944 la villa fu centrata da bombe incendiarie, e il soffitto della stanza dell'Eneide andò in gran parte perduto. Quasi tutti gli affreschi furono staccati, alcuni con lo strappo, che porta via solo lo strato del colore, altri tagliando il muro dietro per salvare tutto l'intonaco, e finita la guerra furono rimessi al loro posto.
Leggenda di Layana
Il soprannome viene dalle 17 statue di nani in pietra, un tempo sparse nel parco e poi allineate sul muro di cinta. La leggenda racconta di una fanciulla, Layana, figlia di un principe ricco e potente, nana e deforme. Perché non soffrisse vedendo gente più bella di lei, il padre la circondò di servitori tutti nani.
Molti pretendenti arrivavano per sposarla, richiamati dalle ricchezze del padre e dalla bellezza del suo volto, ma se ne andavano con una scusa qualunque non appena si accorgevano che era deforme. Un giorno lei vide passare un cavaliere alto e bello e si rese conto del proprio aspetto; disperata, si gettò dalla torre. Per il dolore i suoi servitori si trasformarono in pietra, e secondo la leggenda dal muro sorvegliano il suo sonno eterno.
Giardini e cinema
Tre giardini circondano la villa: davanti il grande roseto, poi un giardino all'italiana e, sul retro, quello con la statua di Nettuno. Dai giardini si vede Monte Berico, e fra il verde si nascondono un ninfeo e un piccolo teatro all'aperto, usato per spettacoli e letture di poesia. Il regista Ettore Scola ci ambientò alcune scene del suo film «Il commissario Pepe».
