Vigna 1350 è il vigneto più alto dell'Europa occidentale: sta a La Vera di Cortina d'Ampezzo, in provincia di Belluno, a 1.350 metri, e il terreno è delle Regole di Cortina. È nato nel 2011 come esperimento di viticoltura di montagna, e ne sono uscite ogni anno poche bottiglie di vino biologico.
La Vera, sotto il Pomagagnon
La località La Vera, la vecchia cava di Ra Era, è una terrazza che guarda la conca ampezzana, all'ombra del Pomagagnon: da una parte il gruppo delle Tofane, dall'altra il Pomagagnon, poco sopra il Centro Traumatologico «Codivilla Putti». Il terreno è delle Regole d'Ampezzo, l'antico ente che amministra i beni collettivi della valle, e il progetto è nato col loro appoggio: la storica comunità delle famiglie ampezzane è molto rigorosa nel dare permessi, soprattutto quando si tratta di novità, ma accolse la proposta, e i promotori le riconoscono un ruolo decisivo.
Intorno ci sono le Dolomiti, patrimonio dell'Unesco: fortezze di roccia che al tramonto si tingono di rosa, nate centinaia di milioni di anni fa da un fondo marino e da isole di un mare tropicale, che i primi esploratori del Settecento e dell'Ottocento chiamavano il «regno dei Titani» o dei «monti pallidi».
Enologo e amici nel 2011
L'idea venne nel 2011, in una gelida sera d'inverno a Cortina davanti al camino: un enologo e alcuni amici decisero di piantare un vigneto a 1.350 metri sul livello del mare. I fondatori sono l'ampelologo e vivaista Francesco Anaclerio, Federico Menardi Comin, socio dell'Accademia della Cucina italiana, e il mastro vinaio Fabrizio Zardini, consulente in Italia e all'estero; con loro c'erano anche Gianluca Bisol e Gianfranco Bisaro.
L'idea di una vigna in montagna era di Zardini, enologo ampezzano che aveva fatto vino in Italia e all'estero e voleva riportare un po' di quell'esperienza nel suo paese: era un sogno che coltivava da anni. Il primo filare fu piantato il 2 giugno 2011, di fronte alla Tofana, e il lavoro continuò nei giorni seguenti, con le barbatelle dei vivai cooperativi di Rauscedo, in Friuli. Si cominciò con quattro varietà precoci, per vedere se l'uva riusciva a maturare. A chi dubitava della vite fra le Dolomiti innevate, Zardini rispondeva «Perché no?»: per lui il vino, come il pane, è un valore della cultura e della civiltà dell'uomo, anche a Cortina.
Viti scelte per il freddo
Nel 2013 il vigneto sperimentale occupava circa 4 mila mq, ben sotto un ettaro, con quattro varietà: l'Incrocio Manzoni, bianca, incrocio di Riesling Renano e Pinot bianco; la Palava, bianca, incrocio di Traminer Rot e Müller Thurghau; la Petite Rouge, nera, della Valle d'Aosta; e l'Andrè, nera, incrocio di Blaufraenkisch e Saint Laurent. Le scelse il centro di ricerca dei vivai di Rauscedo, tenendo conto del clima del posto. D'inverno uno spesso strato di neve copre le viti e le ripara dal gelo fino al risveglio. La sfida è doppia: riprendere una tradizione di viti di famiglia che nelle valli ampezzane si ritrova, e studiare che cosa fa all'uva la radiazione solare più forte e diversa di quella quota.
Vigna Major e i dubbi dei naturalisti
Superate le prime verifiche e le grandi nevicate, nel 2015 i tre pionieri trovarono un socio, un vignaiolo trevigiano, e con lui fondarono la società Vigna Major: il vignaiolo portò a Cortina i suoi diritti d'impianto, per passare dall'autoconsumo alla vendita su una superficie di 2 ettari. Le Regole, con il presidente Gianfrancesco Demenego, concessero altro terreno, raccomandando il divieto assoluto di diserbanti: per Demenego era un progetto serio e non un'operazione d'immagine, anche se, secondo gli esperti, servono una decina d'anni per sapere se una produzione ha un futuro.
Non tutti erano d'accordo: il naturalista Cesare Lasen, della Fondazione Dolomiti, si chiedeva che senso avesse portare la vite ai piedi delle Tofane o del Cristallo, e ricordava che storicamente la vite non aveva fruttato più in alto di Fonzaso e Arsiè, e anche il direttore del parco delle Dolomiti d'Ampezzo condivideva le sue perplessità. Dopo anni di prove, nella vigna è entrato soprattutto il Solaris, un vitigno del Trentino.
Poche bottiglie di vino biologico
Dalla vendemmia 2013 si ricavarono ogni anno da 60 a 200 bottiglie di vino biologico, da Palava, Andrè e Manzoni Bianco, e più tardi anche da Pinot Bianco. Erano micro-vinificazioni, in una vigna di viticoltura eroica. A farlo conoscere pensò un club di appassionati dei vini nati in luoghi impervi ed estremi, fondato da Gianluca Bisol, produttore di Prosecco, con Maria Pia Montanari, che ospitava le degustazioni nella sua casa di Cortina, Zardini e Anaclerio. Il club dei «Vini Estremi» lega la vigna più alta all'antica vigna murata sull'isola di Mazzorbo, nella laguna di Venezia, che Bisol aveva recuperato: il vigneto più «profondo» del mondo, all'altro capo del Veneto.
