Grande Guerra · 9 min di lettura

Belluno e l'an de la fan: un anno di occupazione austro-tedesca, dalla rotta di Caporetto alla liberazione

Belluno nell'an de la fan, l'anno della fame 1917-1918: Caporetto, il Comitato di Pietro Mandruzzato, la lista nera, il Municipio a Pistoia e la liberazione.

Piazza dei Martiri a Belluno con i portici, il campanile e le montagne dietro, in un giorno grigio
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

L'an de la fan, l'anno della fame, è il nome che Belluno dà all'occupazione austro-tedesca seguita alla rotta di Caporetto: dal novembre del 1917 al novembre 1918 la città, capoluogo di provincia, restò in mano alle truppe austro-ungariche e germaniche, fino alla liberazione del primo novembre 1918.

La città della guerra

Allo scoppio del conflitto europeo rientrarono a Belluno circa seimila emigranti, espulsi dai paesi già in guerra. Le famiglie povere del Bellunese vivevano delle rimesse dell'emigrazione nei paesi di lingua tedesca, e con il rincaro dei viveri la fame portò in piazza uomini, donne e bambini.

Il 5 marzo 1915 lo sciopero generale contro fame e disoccupazione degenerò in tafferugli, che oltre 4000 uomini in armi repressero. «L'Avvenire» del 13 marzo descriveva le strade e i ponti verso la campagna guardati giorno e notte, i bersaglieri arrivati da Limana e i carabinieri scesi dal primo treno da Treviso. Il 10 aprile emigranti, donne e bambini protestarono davanti ai palazzi del potere in piazza Duomo, e «L'Amico del Popolo» del 17 aprile raccontò un tentato assalto ai magazzini Righetto, disperso dalla truppa, con otto arresti mantenuti.

Con l'entrata in guerra dell'Italia, il 24 maggio 1915, la provincia di Belluno fu dichiarata zona di guerra e la città divenne retrovia del fronte. Il Comitato di assistenza civile, nato in un'assemblea pubblica il 25 aprile 1915 e riconosciuto ente morale con il decreto prefettizio del 5 agosto, sussidiava ogni mese 149 famiglie dei richiamati, accoglieva i bambini della città e di Borgo Piave al Ricreatorio «Don Bosco» e raccoglieva il soldino, l'offerta popolare. Le donne bellunesi foderavano di pelli i cappotti militari, e le studentesse delle scuole Normali e Complementari confezionarono 30.000 scaldaranci. Lo presiedeva l'avvocato Giuseppe Varola, e dal 6 ottobre 1915 l'avvocato Pietro Barozzi.

Lo scrittore Pietro Jahier, ufficiale degli alpini sul fronte dolomitico, la chiamò «Città della guerra» nel diario «Con me e con gli alpini»: i portici affollati di militari, gli alberghi trasformati in Comandi, le scuole in polveriere e i campanili in osservatori, il teatro colmo di sacchi di grano e la piccola stazione ingombra di vagoni.

Nell'agosto del 1917 un uragano distrusse le colture delle campagne, e l'inverno dopo venne la carestia. Il 1º settembre 1917, davanti alla popolazione, nel cielo di Belluno si combatté un duello aereo: Arturo Dell'Oro lanciò il suo velivolo contro quello nemico per abbatterlo e precipitò sulle rocce della Palazza. Fu sepolto nel cimitero di Prade, e l'aeroporto di Belluno porta il suo nome.

Caporetto e il Comitato di Mandruzzato

Il 24 ottobre 1917, giorno della disfatta di Caporetto, a Belluno cominciò l'an de la fan. Circa cinquemila cittadini benestanti e parte della Giunta comunale lasciarono la città con l'esercito italiano, e le truppe in ritirata distrussero con l'esplosivo il ponte sul Piave e il viadotto della ferrovia sull'Ardo. Gli uffici del governo e dei militari se ne andarono senza predisporre niente per la popolazione.

Il pomeriggio del 5 novembre molti cittadini, del centro e della campagna, si riunirono in un comizio spontaneo nella sala del Consiglio, e il deputato Ernesto Pietriboni e il conte Francesco Agosti esposero la situazione. Il giorno dopo, nel Palazzo comunale, nacque il Comitato di assistenza pubblica, guidato da Pietro Mandruzzato in veste di prosindaco: dei membri della Giunta comunale, in città restava il solo assessore Giuseppe Bogo. Quel 6 novembre chiuse perfino l'ufficio postale. La Giunta esecutiva ebbe dodici membri, l'avvocato Francesco Frigimelica fu nominato segretario generale, e il prefetto, il conte Piero Cioia, trasferito a Venezia, salutò la popolazione.

Le truppe austriache, lacere e affamate, arrivarono il 10 novembre e misero a sacco la città: dalla statua dell'angelo sul campanile del Duomo staccarono perfino il rivestimento di rame, lasciandola esposta alle infiltrazioni d'acqua. Per gli occupanti la Valbelluna era un passaggio strategico, perché univa il fronte della Tiroler Armee di Conrad von Hötzendorf a quello del Piave della Isonzo Armee di Borojević von Bojna: Belluno divenne un centro logistico e di comando secondo soltanto a Udine, con l'armeria e gli alloggi delle truppe della retroguardia.

L'anno della fame e le suppliche

Ogni cittadino ricevette una carta di legittimazione. Le scuole e le società culturali furono chiuse, i soldati se la presero con biblioteche e quadri, e migliaia di contadini dovettero lavorare i campi per gli invasori: la gente rispondeva mangiando di notte le patate coltivate. Al nuovo vescovo, Giosuè Cattarossi, fu impedita la visita pastorale. Dall'inizio di dicembre comandò il distretto il colonnello Karl von Kantz, che si comportò con equilibrio, senza infierire sulla popolazione. Il 1º febbraio 1918 l'imperatore Carlo I venne a Belluno per incoraggiare le truppe e trovò la città semideserta, sotto coprifuoco.

Le carte dell'Archivio storico del Comune conservano le suppliche di quei mesi. Il 25 febbraio 1918 la frazione di Castion scrisse all'Imperial e Regio Commissariato civile: requisizioni, furti e saccheggi avevano distrutto le risorse della campagna, la tessera annonaria valeva solo per gli abitanti del centro, e i firmatari chiedevano almeno la farina di granoturco per le famiglie più povere: «Non pane e carne per tutti, ma solo polenta per alcuni dei più indigenti». Il 18 luglio 1918 furono 160 donne di Borgo Prà a scrivere al sindaco che la popolazione da mesi si nutriva soltanto di erbe.

La lista nera di Mandruzzato

Finita l'occupazione, Mandruzzato scrisse una relazione sul comportamento di ufficiali e funzionari austriaci, conosciuta come la «lista nera». Il capitano Platzer rubò oggetti d'arte nelle case signorili e povere, nella chiesa del Monte di Pietà e nel Museo civico, prese dal Municipio i viveri destinati alla popolazione e picchiò la custode del Monte di Pietà, di settantacinque anni; dopo le ripetute istanze del colonnello Kantz fu allontanato da Belluno e messo sotto processo. Il capitano Waidmann levava da sé con il cacciavite le maniglie delle porte. Il capitano Altmann volle sapere quante ortiche, rovi, noci, querce e castagni ci fossero nel Comune.

Il colonnello Kotezkj rifilava agli abitanti cibo immangiabile a prezzi altissimi, e quando Mandruzzato protestò per il prezzo di una farina di mais mezza guasta gli rispose: «Avete voluto la guerra ed ora pagate il fio». Il commissario di finanza Hemmerle faceva pagare lo zucchero fino a 18 lire al chilo, e il primo tenente Schelling, alloggiato per mesi nella casa della signora Zanetti vedova Persicini, partì portandosi via perfino le tende delle finestre.

Al tenente colonnello Maczechenj, capo di stato maggiore del generale Kaltenborn, Mandruzzato attribuì gran parte dei morti per mancanza di cibo: i cereali marcivano nei depositi militari invece di andare alla popolazione. Lo stesso Maczechenj ordinò lo sgombero della sede municipale e, partendo, la abbandonò ai soldati in transito, che devastarono i piani anteriori del palazzo: Mandruzzato salvò i piani superiori con una pattuglia armata, grazie a un capitano austriaco «di sentimenti umani». Il commissario civile Claricini, venuto da Gorizia, con modi gentili portava via dalle case mobili e oggetti d'arte, finché fu trasferito.

Nella stessa relazione Mandruzzato ricordò chi si era comportato da gentiluomo: il colonnello Karl Kantz, il commissario civile Carlo Benno Kaskeline di Praga, che chiese il trasferimento perché non riusciva a tutelare la popolazione, il giudice e pretore di Belluno, che si scontrò con la Gendarmeria perché voleva applicare il diritto civile austriaco e fu trasferito, e il luogotenente Riccamboni di Rovereto.

Il Municipio esule a Pistoia

A Pistoia, in via Curtatone e Montanara, il commissario prefettizio Bortolo De Col Tana teneva il Municipio di Belluno in esilio. Il 20 gennaio 1918 scriveva di aver avuto notizia di altre 750 famiglie disperse, oltre alle 250 del primo elenco: i bellunesi che, con le parole del Duca di Aosta, «hanno preferito l'esilio al servaggio straniero». Ai profughi mandava avvertenze sui sussidi, sui certificati e sulle notizie di una ventina di parole che la Croce Rossa faceva arrivare ai parenti rimasti nelle terre invase, e a Roma, per iniziativa sua e di alcuni concittadini, nacque un'Associazione per gli interessi economici della Provincia di Belluno.

Da Firenze, il 21 novembre 1917, gli scriveva Osvalda Silvia De Martini vedova Doglioni, madre di sei figli, cinque dei quali militari: era senza notizie di loro da quando aveva lasciato Belluno, e il denaro che aveva portato con sé stava per finire.

La liberazione e le fotografie di Pietro De Cian

Gli occupanti lasciarono Belluno alla fine di ottobre del 1918. Il primo novembre, dopo la battaglia di Vittorio Veneto, verso mezzogiorno scese dal Col Visentin Arturo Ferrara, capitano degli Arditi della Brigata Aquila: aiutato dalla popolazione, che in molte strade sparava dalle finestre, catturò e disperse i soldati rimasti e occupò la stazione e il deposito di munizioni di San Gervasio, con l'aiutante di battaglia Michele Cagnetti. Lo attestarono il 3 marzo 1921 Mandruzzato, sindaco in carica quel giorno, l'assessore Giuseppe Calza e il segretario Frigimelica, testimoni oculari.

La Giunta salutò la liberazione con un manifesto che comincia così: «Un anno, che fu un secolo», e il 10 novembre la Giunta Diocesana per l'Azione Cattolica diede notizia di un Te Deum solenne nel Duomo.

Francesco Dal Fabbro, segretario della provincia, tornò in città il 3 novembre e il 5 scrisse che i germanici erano rimasti fino a metà febbraio, e dopo di loro gli austriaci. Le case disabitate non avevano più imposte, finestre e spesso porte, perché erano state bruciate; i pavimenti di legno erano stati levati, e in qualche casa erano state segate perfino le travi. Da un anno la gente non sapeva che cosa fosse il pane, e aveva vissuto di polenta, 150 o 200 grammi al giorno, con un po' di fagioli, poche patate ed erbe.

Nell'intera guerra a Belluno morirono di fame 3228 persone e 1574 di malattie, in particolare la spagnola, che durò fino al 1920. Il 15 dicembre 1918, in piazza Campitello, furono consegnate le medaglie ai decorati del Grappa.

Molte immagini di quell'anno sono di Pietro De Cian (1873-1927), fotografo con lo studio in via Giordano Bruno, che è via Jacopo Tasso, membro del Comitato di assistenza pubblica e della Giunta eletta da von Kantz nella primavera del 1918. Riaprì lo studio già alla fine del 1917, e fu l'unico fotografo incaricato ufficialmente di ritrarre l'invasione: gli occupanti nel cortile dell'Ospedale civile, che è Palazzo Bembo, della Caserma Tasso e in viale delle Alpi presso il convitto Tiziano.

La sua serie «Belluno invasa» e «Belluno liberata», 28 fotografie, mostra i ponti distrutti dagli italiani dopo Caporetto, che gli austro-ungarici rifecero e poi fecero saltare a loro volta ritirandosi, il Campitello ora vuoto, ora ingombro dei carri delle requisizioni, gli ufficiali seduti al caffè Manin e a passeggio sul Listòn, le campane tolte dai campanili e messe a terra. Nel 1919 il Comune gli commissionò gli ingrandimenti da mandare al ministro delle Terre Liberate Cesare Nava e al sottosegretario Ernesto Pietriboni, e le stesse foto circolarono per molti anni come cartoline.

Come arrivare

In treno si scende alla stazione di Belluno: da lì al centro di Belluno sono 500 metri, da fare a piedi.

Per chi viaggia in autostrada l'uscita più vicina è Belluno: restano 12 km, 12 minuti.

I tempi in auto sono calcolati senza traffico, fino al centro del comune.

Info utili

Dove si trova
Belluno (BL)
Coordinate
46,14083 N, 12,21556 E (centro di Belluno) · Apri su Google Maps

Strade © OpenStreetMap (ODbL) · Fonti e licenze