Il Burchiello era la barca di lusso con cui i nobili veneziani raggiungevano le ville della Riviera del Brenta: a vela e a remi da Venezia fino a Fusina, poi trainata dai cavalli lungo l'alzaia fino a Padova. Nel 1960 la navigazione riprese con un battello a motore.
Canal del Brenta, il prolungamento del Canal Grande
Il 17 aprile 1345 il Maggior Consiglio della Repubblica di Venezia cancellò il divieto, rimasto in vigore fino a quel giorno, che impediva ai veneziani di acquistare terre nell'entroterra, e i patrizi cominciarono a investire anche sulle rive del Brenta. Dal XVI secolo i canali raggiungibili da Venezia si riempirono di residenze estive, e il Canal del Brenta, che collegava Venezia a Padova, divenne il canale alla moda, prolungamento ideale del Canal Grande: vi sorsero più di una settantina di ville, disegnate da architetti come Palladio, Scamozzi e Frigimelica.
Nel 1667 Giovanni Sagredo, con lo pseudonimo di Ginnesio Gavardo Vacalerio, ambientò qui «L'Arcadia in Brenta», otto giornate di una brigata di nobili veneziani fra ville, giardini e peschiere. Nel 1697 Vincenzo Coronelli scriveva che chi naviga sul fiume sembra andare a diporto in mezzo a una città, per 16 miglia di «continuato Borgo» fra palazzi, orti e giardini.
Burchiello e barca di Padova, due viaggi diversi
Nel Settecento sul fiume navigava una vera flotta di barche, e lo scrittore Sandro Zanotto ne distingueva due. La barca di Padova era per i meno abbienti: faceva servizio di notte, dal capolinea di Ponte Altinate fino a Rialto, e a bordo la compagnia era per lo più poco raccomandabile. Il Burchiello faceva invece servizio di giorno, dalla gradinata cinquecentesca del Portello di Padova alla Riva degli Schiavoni: lungo la Riviera lo tiravano i cavalli che camminavano sull'alzaia, la strada lungo la riva, mentre fra Fusina e Venezia andava a vela e a remi. Era un'imbarcazione molto lussuosa, dove salivano avventurieri e aristocratici, letterati e cortigiane.
Erano gli anni in cui i veneziani smaniavano per la villeggiatura e, come scrisse Goldoni, «tutti gode di un'immensa libertà, si teneva grosso gioco, tavola aperta, feste di ballo e spettacoli», e le allegre brigate andavano «per ville», da una festa all'altra. Goldoni ambientò sulla Riviera anche la sua «Arcadia in Brenta» e dedicò al Burchiello un poemetto.
Viaggiatori sul Burchiello, da Enrico III a Goethe
Già nel 1574 Enrico III, re di Francia, tornando dalla Polonia risalì il naviglio da Venezia fino al Portello in mezzo a un corteo di barche, e rimase così affascinato dal percorso da voler soggiornare a Villa Foscari, la Malcontenta. Nel settembre del 1728 salì sul Burchiello Montesquieu, che descrisse il Brenta come «un fiume trasformato in canale mediante quattro chiuse; così un solo cavallo tira una barca assai grande e si fanno venticinque miglia in otto ore», e notò che il Nobile Pisani aveva iniziato una dimora «straordinariamente superba».
Giacomo Casanova racconta nella «Storia della mia vita» il suo viaggio del 1734 in compagnia del Baffo, poeta veneziano. Nel 1786 Goethe trovò comoda e piacevole la navigazione «con il pubblico Burchiello», con le piccole soste alle chiuse per dare un'occhiata al paese e gustare i frutti offerti in abbondanza.
Con la caduta della Repubblica nel 1797 i passeggeri diminuirono e il servizio cessò. Nel 1960 l'Ente Provinciale per il Turismo di Padova lo ripropose, su intuizione del direttore Francesco Zambon, e il nuovo servizio di linea fu inaugurato nel 1962 dal presidente della Repubblica Antonio Segni. Il Portello restò escluso fino all'estate del 1998, quando il restauro del molo cinquecentesco rese di nuovo navigabile tutta la Riviera.
Cinque conche e dieci ponti mobili
Fra Padova e la laguna il pelo dell'acqua scende di 8,80 metri, misurati al Ponte di Corso del Popolo: troppi per una corrente che non ostacolasse il traino dei cavalli sulle alzaie. Il corso fu allora spezzato in cinque salti d'acqua, superati dalle conche di navigazione, inventate nel Quattrocento: veri ascensori d'acqua fatti di una vasca e due porte vinciane. Il battello entra, la porta si chiude, la vasca si svuota o si riempie fino al livello d'acqua oltre la porta successiva, sul principio dei vasi comunicanti, e la navigazione riprende.
Lungo la Riviera ci sono anche dieci ponti mobili, per lo più girevoli attorno a un pilone piantato nel letto del fiume; uno è scorrevole e uno levatoio. Due si aprono soltanto a mano, il secondo e il sesto, detto di Villa Valmarana, e l'ottavo, davanti a Villa Moro a Mira, è stato elettrificato. Alla Conca Antica di Dolo, a circa quattro metri da terra, una lapide segna il livello raggiunto dall'alluvione del 1839.
Ville viste dal fiume, dal Portello alla Malcontenta
Il viaggio parte dalle Porte Contarine o dal Portello, il più importante porto fluviale di Padova durante la dominazione veneziana, con la scalinata del Cinquecento che il Canaletto ritrasse in un suo quadro e il portale in pietra d'Istria. Lungo il Piovego, il canale che i Padovani scavarono all'inizio del Duecento, si costeggiano le mura cinquecentesche fino a Noventa Padovana e a Villa Giovanelli, costruita alla fine del Seicento, con il pronao pentagonale e la scalinata aggiunta dal Massari nel 1738. A Stra si apre Villa Pisani, voluta dalla famiglia tra il 1720 e il 1740, con la sala da ballo affrescata dal Tiepolo, la sua ultima fatica in Italia, e un parco di 11 ettari col labirinto.
Seguono Villa Soranzo a Fiesso, con l'esterno tutto affrescato, gli Antichi Molini di Dolo e Mira, dove si concentra il maggior numero di ville: la Barchessa Valmarana, Villa Widmann, Villa Corner, con feste che si diceva durassero otto giorni, e Villa Foscarini, dove Lord Byron passò due anni, il 1817 e il 1818. A Oriago resta il Termine, la colonna dell'antico confine fra Padova e Venezia; poi Villa Gradenigo, con gli affreschi di Benedetto Caliari, fratello del Veronese, e infine la Malcontenta, villa tempio del Palladio, prima della Conca dei Moranzani e del Bacino di San Marco.
Vale la pena guardare la riva sinistra: le facciate principali guardano a sud, e le ville più belle si vedono su quel lato. Le barchesse accanto alle ville, invece, non erano rimesse delle barche, che si chiamavano cavane: il nome viene da «barca» nel senso di cumulo di biade, e lì si custodivano i raccolti e gli attrezzi dei campi.
