Il sentiero Ciclamino è un itinerario a piedi a Bolca, frazione di Vestenanova, in provincia di Verona, nella Lessinia. Tocca le vecchie contrade, il Lago dei Cracchi e il buso dele Angoane; a Bolca c'è anche il Museo dei fossili, con pesci e piante dell'Eocene.
Sei sentieri col pesciolino
La Pro Loco di Bolca, per chi voleva conoscere il territorio camminando, ha tracciato una serie di sentieri. Li ha disegnati il professor Serafino Zanderigo, nato a Bolca e conoscitore della sua natura: sei percorsi ad anello, segnati nei punti importanti da un pesciolino colorato su fondo bianco. Ogni sentiero ha il suo colore, arancione, blu, ciclamino, rosso, verde o viola, e tutti partono e tornano al Museo dei fossili, tranne l'arancione, che comincia e finisce alla chiesetta di Sant'Antonio Abate di Vestenavecchia.
Il Ciclamino è uno dei più lunghi. La scheda delle Pro Loco veronesi lo dà per 10,7 chilometri, con difficoltà media, tre ore e mezza di cammino e circa 353 metri di dislivello in salita e altrettanti in discesa; la descrizione della Pro Loco di Bolca parla di circa cinque ore. Dalle contrade più a nord il panorama si apre largo, e il cammino tocca luoghi in cui la storia si intreccia coi miti e con le leggende popolari che si fanno risalire a un'eredità celtica, come quelle delle anguane.
Contrade, colonnette e il Lago dei Cracchi
Il sentiero parte da Bolca, dal parcheggio o dal Museo dei fossili, e gira per le vecchie contrade a nord del paese, tipiche della Lessinia veronese: Loschi, Rigoni, Laisi, con una bella colonnetta, Riva, con un'altra colonnetta, Covale, con una croce e un affresco su una casa, Gaiotte e Ghieve, da cui si vedono il Purga di Durlo e le Piccole Dolomiti. Lungo il cammino si incontrano anche l'antica colonnetta della Lessinia in località Rama, i campi di patate delle Vale e una croce votiva dell'Ottocento.
La contrada più famosa è quella dei Cracchi, dove gli abitanti eressero nel 1700 un oratorio intitolato a San Giovanni Nepomuceno. Da qui due deviazioni portano al Lago dei Cracchi e al «buso dele Angoane», luoghi pieni di leggende. Il primo maggio, ai Cracchi, si fa una festa in cui tradizione e folclore si mescolano: un tempo c'era una processione fino al lago, e durante la festa si benedicono le macchine agricole. Il sentiero prosegue poi per i Preari, con un capitello e una colonnetta, e arriva allo Spilecco, dove c'è il capitello più conosciuto di Bolca, prima di tornare al museo.
Bulk, il castelliere e la peste
Bolca, in cimbro Bulk, sta nei Monti Lessini, nell'alta Val d'Alpone, ai piedi del Monte Purga, un rilievo di origine vulcanica; guarda sulla valle dell'Alpone, il torrente che sgorga proprio qui, in località Scaronsi. Il territorio è molto ondulato, come tutte le prealpi venete: il punto più alto è il Monte Pergo, 945 metri, e il più basso è la contrada dei Sanzini, a 353 metri, dove Bolca confina con Crespadoro, nella Valle del Chiampo. Tutta la zona è ricca d'acqua e di sorgenti.
Sul monte Purga, già nel 1000 a.C., si ritiene ci fosse un castelliere, cioè un villaggio fortificato; dopo vennero gli insediamenti romani, e da loro il nome Bubulca. Il paese è ricordato nel 1276 come Bovolca e nel 1375 come Bobulca, e il nome potrebbe venire dal tardo latino bobulca, nel senso di «pezzo di terra da arare e seminare».
Nel XIV secolo, durante la dominazione scaligera, Bolca era uno dei 22 comuni che dipendevano dal tribunale di Soave. Del castello di Bolca si ipotizza che sia scomparso proprio in quel secolo, per cause rimaste sconosciute. Più tardi Bolca passò al vicariato di Tregnago. Dal 1410 il territorio fu della Repubblica di Venezia.
Il XVI secolo fu un periodo molto difficile: nel 1509 Venezia entrò in guerra con la Lega di Cambrai, nel 1511 arrivarono una grande pestilenza, portata dai soldati stranieri, e perfino un terremoto, e nel corso del 1500 le epidemie furono 14. Nel 1525 la chiesa di Bolca diventò parrocchia. La peste del 1630, portata dai Lanzichenecchi, fu ancora peggiore: a Vestenanova gli abitanti scesero da circa 800 a 300, a Bolca da 220 a 200, e contro il contagio fu eretto l'altare della Madonna Addolorata.
Il 16 luglio 1650 il conte Alvise Vale ebbe in possesso Bolca e Volpiana; nel 1785 Bolca ottenne il rango di vicariato autonomo, e in età napoleonica fu inclusa nel Distretto della Montagna. Passata sotto l'Austria, nel 1818 Bolca ricevette la visita dell'imperatore Francesco I d'Asburgo.
La chiesa di San Giovanni Battista, costruita nel 1860, domina il paese e la Val d'Alpone dai suoi 890 metri; il cimitero, sul piazzale della chiesa, è fatto con il basalto nero del Monte Purga. Una chiesa più piccola sta ai Cracchi, e due croci segnano le due cime più alte, il Purga e il Pergo.
Patate e carbone
Bolca è sempre stata un paese di contadini, e il prodotto principale è la patata. Il terreno vulcanico e l'altitudine favoriscono le patate da semina, e negli anni Sessanta nacque un consorzio, il CE.MO.PA., centro moltiplicazioni patate, con un magazzino per selezionare le patate da seme arrivate dal Canada, dalla Danimarca e dai Paesi Bassi; negli anni migliori si arrivò a 7.000 quintali. La concorrenza e il maltempo chiusero l'attività nel 1971, e da allora le patate di Bolca si coltivano in famiglia; a settembre il paese dedica loro la Festa della Patata.
Sotto Bolca c'è anche il carbone: i giacimenti di litantrace sono i più estesi della provincia. L'estrazione cominciò verso la metà del Settecento, con imprenditori italiani e stranieri e operai venuti dalle valli vicine, e lungo il sentiero, in località Loschi, ne resta il ricordo nella «galleria degli inglesi». Nel periodo migliore si contavano una ventina di miniere, accanto alle fornaci per la calce, le calcàre; nel 1817 il conte Ignazio Bevilacqua Lazise, per l'Accademia di Agricoltura di Verona, chiese all'imperatore di sfruttarle con metodo.
Mene rhombea, e i pesci dell'Ypresiano
La fama di Bolca viene da ciò che sta nella roccia. Fin dalla metà del sedicesimo secolo il paese è conosciuto per i suoi straordinari fossili di pesci e di piante, che escono dalla Pesciara e dal Monte Postale; la specie più famosa è la Mene rhombea. Reperti meno noti ma altrettanto importanti vengono dallo Spilecco, celebre per i denti di squalo, e dalla Purga di Bolca. I fossili appartengono a periodi diversi dell'Eocene; i pesci all'Ypresiano, la parte più antica di quell'epoca.
Nel 1555 il botanico senese Pietro Andrea Mattioli venne a Bolca, esaminò alcuni pezzi tolti da poco dalla roccia e ne diede notizia in un suo libro, e da allora arrivarono qui moltissimi curiosi; con Napoleone molti fossili furono portati a Parigi.
Per estensione, numero di specie e soprattutto perfetta conservazione degli organismi, questi giacimenti contano fra i primi al mondo. Raccontano un ambiente costiero, di laguna: oltre 150 specie di pesci, squali compresi, che conservano anche parte dei tessuti molli, e poi crostacei, rettili, insetti, qualche piuma d'uccello e perfino meduse, fatte quasi solo d'acqua e difficilissime da conservare; le specie vegetali sono più di 270, fra piante tropicali, alghe e palme.
Chi fa il sentiero non dovrebbe perdere il Museo dei fossili di Bolca, con i pesci, le piante e gli altri organismi vissuti durante l'Eocene, fra i 50 e i 40 milioni di anni fa, e un grande acquario che ricostruisce un mare equatoriale. Dal 1968, la prima domenica di luglio, il paese fa la Festa della Paleontologia e della Montagna.
Anguane nei pozzi e nelle grotte
Il «buso dele Angoane», lungo il sentiero, è uno dei luoghi che richiamano il folclore di queste montagne. Nel Triveneto di montagna, comprese le terre cimbre della Lessinia, si raccontano molte leggende sulle anguàne, dette anche angoane o inguàne: sono spiriti della natura simili alle ninfe romane e alle rusalki delle tradizioni germaniche e slave. Secondo quanto raccolto dagli studiosi delle tradizioni popolari, l'anguàna sarebbe una fata che custodiva l'acqua: le diverse tradizioni la fanno abitare presso fonti e ruscelli, e in Lessinia le anguane avrebbero avuto in cura i pozzi e il bucato della gente.
Spesso sono giovani donne belle e seducenti, con qualcosa di non umano: metà ragazze e metà rettile o pesce, oppure piedi di gallina, di anatra o di capra. Gridavano forte, e in Veneto si diceva «sigàr come n'anguana». In molti racconti hanno insegnato agli uomini i mestieri, la filatura della lana e la caseificazione, ma quando gli uomini rompevano il patto se ne andavano offese, senza insegnare loro un'arte essenziale. A volte terrorizzano o burlano i viaggiatori notturni e spargono discordia fra le donne, ma, diversamente da altre creature, non tolgono mai la vita a uomini o animali.
Si dice che, dopo la maledizione di San Carlo Borromeo, le anguane si siano spostate verso i Covoli di Velo Veronese, e che in una di quelle grotte l'acqua sia uscita dalla roccia proprio perché vi stava un'anguana.
Nei dintorni del sentiero i loro nomi stanno sulla carta. Nella contrada Pagani di Campofontana, nel comune di Selva di Progno, una zona si chiama Anguan-tal, cioè valle dell'Anguana, e a Campofontana si racconta che le anguane abitino una grotta alle spalle del Sengio Rosso, poco sotto la cima del monte Telegrafo; buso dell'anguana è il nome di diverse caverne anche nel vicino Vicentino.
