La Valle del Menago è la valle che il fiume Menago forma a Bovolone, nella pianura in provincia di Verona, e accoglie l'area naturale protetta del Parco Valle del Menago. Nell'oasi, si narra, di notte si sentono voci e lamenti: per alcuni sono le anime dei bambini rapiti da una feroce anguana.
Oasi fra il Menago e la Fossa Nuova
Bovolone sta a cavallo fra la media pianura veronese e la bassa. Il Parco Valle del Menago, l'area protetta della valle, è sorto per difendere e ricreare un habitat umido eccezionale in un'area chiusa fra due corsi d'acqua, il Menago a est e la Fossa Nuova a ovest: vi si alternano molti punti di pregio naturalistico, con specie arboree e arbustive del luogo e gli animali propri di quell'ambiente.
L'itinerario a piedi dentro il parco attraversa un intreccio di canali e fiumi, lungo il quale sono state piantate molte specie che si adattano al microclima della valle: pioppi, biancospino, prugnolo. Camminando ci si accorge presto di quante specie di uccelli siano tornate a popolare il territorio e a riprodursi, grazie al recupero di quell'ambiente.
Il giro misura 4,2 chilometri, con difficoltà facile e un dislivello di 6 metri in salita e 5 in discesa.
Al centro del parco, sull'isolotto in mezzo al laghetto, è stato ricostruito un villaggio preistorico: secondo i ritrovamenti, gli abitanti si stabilirono in questa zona per la prima volta nell'età del Bronzo.
Lamenti e singhiozzi nell'oasi
Ai lamenti notturni, secondo il racconto, si mescolano singhiozzi e voci sinistre. Se la nebbia scende fitta sulla valle, le voci si fanno più deboli e al loro posto si avverte un fragore, simile all'acqua che bolle, che lascia pensare a una disgrazia avvenuta proprio lì.
Su che cosa sia accaduto le versioni sono due. Secondo una, a vagare disperati sono gli spiriti di due amanti che scomparvero alcuni secoli fa e non furono mai più ritrovati; secondo l'altra, quelle sono le anime dei fanciulli che una feroce anguana rapì e mangiò. E come in ogni racconto di paese, anche i testimoni si contraddicono: qualche coraggioso racconta di aver scorto un'ombra grigia sparire dietro gli alberi, altri la ricordano nera. La storia passava così: i bambini la sentivano raccontare dai nonni, che la usavano appunto perché i nipoti non entrassero mai nella valle senza qualcuno al loro fianco.
Le anguane del Triveneto
Fra le montagne e le prealpi del Veneto, del Friuli e del Trentino, e soprattutto nel Bellunese, nel Veronese e nel Vicentino, le storie sulle anguane sono molte, e cambiano carattere da una valle all'altra. Di solito vengono raccontate come creature spirituali della natura, parenti delle ninfe romane, che di quel mito sono probabilmente il modello originario; un'altra lettura le vuole di radici celtiche, discendenti dalle ninfe classiche rifugiate nelle grotte vicino a laghi e torrenti. Anche sull'etimo del nome le ipotesi sono due: per alcuni viene da anguis, il serpente, per altri dalla parola «acqua», alla quale queste creature sono legate. Fra i loro molti nomi ci sono agane, guàne, vivane e acquane.
L'aspetto non è mai del tutto umano. A volte sono giovani donne attraenti, altre volte creature metà fanciulla e metà pesce o rettile, capaci di lanciare grida fortissime — un vecchio modo di dire veneto era «sigàr come n'anguana», gridare come un'anguana —, altre volte ancora anziane magre e spettrali. In ogni caso resta un tratto non umano: gambe coperte di squame, oppure piedi di capra, d'anatra o di gallina. Di dove vengano si dicono tre cose: che fossero donne morte di parto, che fossero fanciulle morte giovani, o che siano anime di bambine nate morte. Per lo più, però, si considerano figure non umane, del mondo degli spiriti.
Grotte, mestieri e nome antico
Le case delle anguane sono le grotte, i boschi, le fonti e i ruscelli, e dell'acqua sono protettrici: ai pescatori che le trattano con rispetto, si dice, possono anche portare fortuna. In molte storie sono loro a trasmettere agli uomini un mestiere, come filare la lana o fare il formaggio, e quei racconti finiscono quasi sempre allo stesso modo: gli uomini rompono il patto o non si mostrano riconoscenti, e l'anguana se ne va offesa senza insegnare un'arte essenziale, di solito quella che a quel paese manca. In diverse leggende hanno anche tratti sinistri: spaventano o beffano chi viaggia di notte, seminano liti svelando segreti e pettegolezzi, e chi le insulta si porta dietro la sfortuna per tutta la vita, anche se non ne muore mai.
Da spirito della natura l'anguana diventò strega al servizio del diavolo quando, nel Medioevo, gli antichi dèi pagani furono demonizzati; il termine è antico, e si trova nel «De Ierusalem celesti» scritto da fra Giacomino da Verona nel tredicesimo secolo. Nel Triveneto molti luoghi le ricordano nel nome: «Buso dell'anguana» si chiamano diverse caverne del Vicentino, e a Selva di Progno, nella contrada Pagani di Campofontana, una zona porta il nome di Anguan-tal, cioè valle dell'Anguana.
