Le cascatelle di Lagole scendono nel bosco di Calalzo di Cadore, in provincia di Belluno, accanto al lago di Centro Cadore, e formano il Lago delle Tose, dalle acque color smeraldo. Qui i veneti antichi costruirono un santuario alla divinità sanante Trumusiate.
Il laghetto nel bosco di Calalzo
Sulla riva di Calalzo, fra gli alberi che circondano il lago di Centro Cadore, si nascondono le cascate di Lagole, note già in epoca preromana. Le cascatelle si tuffano in un piccolo lago, il Lago delle Tose, che sta più in basso del paese di Calalzo di Cadore, a ponente del rio Molinà. La zona è sulla sponda destra del Piave, sul versante occidentale della valle, nel mezzo del primo ampio allargamento che si incontra salendo dalla pianura. A Lagole sgorgano una ventina di sorgenti, fra carbonatiche, minerali fredde e solforato alcaline: i loro rigagnoli e le loro polle scorrono in un bosco rado di conifere, e i laghetti salutari sono tre. Chi ci arriva d'inverno, a piedi fra gli alberi, ha l'impressione di camminare dentro una fiaba del Nord.
I sentieri della Traversata del Centro Cadore passano di qui: non è un percorso unico, ma una serie di sentieri e anelli a tappe, voluta dalle comunità montane, che scende da Auronzo fino a Perarolo fra boschi, prati, siti archeologici e borghi contadini. Le acque del laghetto hanno proprietà curative. La storica dell'arte cadorina Letizia Lonzi racconta che d'estate la gente del posto ci fa il bagno, perché quelle acque minerali, ricche di ferro e magnesio, giovano alle articolazioni e soprattutto aiutano a chiudere le ferite, con un potere quasi apotropaico. Uno studio dell'Università di Padova ha confermato che la loro composizione minerale risana piccole ferite e cicatrici.
Trumusiate, il dio sanante
I veneti antichi lo sapevano già, e a Trumusiate davano l'appellativo di Sainate, cioè sanante. Si purificavano con abluzioni rituali in quelle acque cristalline, e vi lasciavano cadere statuette votive di guerrieri. A Trumusiate si rivolgevano donne e guerrieri, per avere la guarigione dalle malattie, e anche la protezione in battaglia.
I santuari dei Veneti antichi non avevano edifici monumentali: erano luoghi d'incontro della comunità, fondati vicino alle vie di transito, di solito in mezzo a boschi sacri, su un'area vasta scelta dalla comunità e delimitata da cippi, spesso iscritti in venetico, o da mura; e stavano quasi sempre vicino all'acqua.
Lagole fu uno dei principali. La sua fama raggiunse nell'antichità tutta l'area adriatica nord-orientale e quella alpina, e i pellegrini arrivavano anche da lontano, perché il santuario era vicino allo spartiacque alpino, su un percorso di raccordo fra il nord Europa, l'oriente e l'Adriatico. Era anche un centro di cultura e di produzione votiva, grazie ai sacerdoti-artigiani che scrivevano le dediche sacre, un luogo di ritrovo per metallurgi, pastori, militari e mercanti, e ebbe un ruolo nella vita politica locale, come mostrano le numerose dediche pubbliche della comunità.
Il nome del dio, nelle iscrizioni dei simpuli e delle laminette, è Trimusiat o Tribusiat. Nella radice tr si è letto un rimando al numero tre, e una laminetta votiva rovinata porta incise tre piccole teste umane. Si pensò in un primo tempo alla greca Ecate, ma l'ipotesi fu abbandonata: il santuario ha un'impronta maschile, maschili sono gli ex voto e i dedicanti, e i Romani vi venerarono Apollo. Le statuette sono esposte al Mar, il Museo archeologico cadorino di Pieve di Cadore, nel palazzo quattrocentesco della Magnifica Comunità di Cadore, il governo autonomo del Cadore nato nel 1338.
Gli scavi del 1949
I primi reperti vennero fuori per caso. Nel 1945 Alessio De Bon segnalò alla Soprintendenza del Veneto alcuni oggetti trovati durante dei lavori, e nel 1947 Enrico De Lotto pubblicò la notizia di monete romane. Nell'aprile 1949 il giovane calaltino Giovanni Battista Frescura, al primo scavo, recuperò due statuine di bronzo di tipo venetico e il manico di un simpulo con un'iscrizione antica: aveva trovato la stipe votiva. Archeologo autodidatta, poi assunto dalla Soprintendenza come assistente capo agli scavi, Frescura riportò alla luce il santuario fra il 1949 e il 1952. Il santuario, lungo una via importante per attraversare le Alpi, fu frequentato dal VI sec. a.C. al IV d.C.
Dagli scavi sono uscite armi di ogni tipo, dagli elmi alle spade, dai pugnali alle punte di lancia e alle lame di ferro; poi laminette rettangolari, bronzetti di offerenti e di guerrieri armati di lancia oppure di elmo e spada, e oggetti della vita quotidiana come alari, coltelli di ferro, fibule, ganci, ancorette e pendaglietti. Le statuette di guerrieri nudi, con lo scudo e la lancia in posizione di riposo, si trovano lungo tutto l'asse del Piave, segno dell'importanza di quella rotta verso nord-est. Le lamine di bronzo «a pelle di bue» compaiono lungo un percorso che dalla laguna veneta saliva verso le Alpi: Lagole era una tappa obbligata, con funzioni anche commerciali, e probabilmente un punto di riferimento per l'allevamento e la pastorizia.
Simpuli, sacrifici e la fine del culto
I simpuli sono mestoli di bronzo dal lungo manico, trovati a Lagole in gran quantità: il fedele beveva l'acqua della fonte, ne versava un po' a terra, poi spezzava il mestolo, staccando la coppetta dal manico perché nessuno lo usasse più, e lo gettava sui pendii sacri. Sul manico c'era una dedica in lingua venetica al dio. Oggetti simili sono venuti alla luce in altri luoghi con sorgenti di acque termominerali, come Valle di Cadore.
Oltre ai riti dei singoli si facevano processioni e cerimonie collettive: gli animali sacrificati venivano bruciati su grandi fuochi, e poi c'era un banchetto sacro. Sono stati recuperati spiedi di ferro, carboni, bronzetti deformati e semifusi, e oltre duemila ossa di caviglie e mandibole di giovani montoni.
I Romani rispettarono il culto e lo assorbirono: il nome del dio fu sostituito a poco a poco con quello di Apollo, che aveva le stesse funzioni, e gli oggetti più rappresentativi del rito restarono. La vita del santuario si spense a cavallo fra IV e V secolo, probabilmente dopo l'Editto di Tessalonica, e non si sa se fu distrutto o semplicemente abbandonato. La studiosa Giulia Fogolari vedeva in Lagole una realtà autonoma di grande significato religioso, artistico e culturale, che irradiava verso nord e verso sud, ancora da indagare e da comprendere per inserirla davvero nella storia delle Alpi.
Longhe longagne: le Anguane di Lagole
Si racconta che il laghetto e le cascatelle di Lagole siano abitati dalle Anguane, esseri d'acqua con la chioma rossa e piedi caprini come quelli del dio Pan, irascibili ma benefiche, a metà fra il divino e l'umano; il cristianesimo le relegò a un ruolo quasi demoniaco, buono solo a spaventare i bambini. Il loro canto è melodioso, lo sguardo pericoloso.
Nel suo almanacco del 1885 il professor Antonio Ronzon scriveva che in Cadore le Anguane stavano «per quei di Pieve a Lagole, a Valessella, a Calalzo, dove ancora si nota il Creppo delle Anguane»; e la studiosa Angela Nardo Cibele, riprendendolo nel 1977, annotava che salendo da Auronzo verso Cortina la Redosa, la strega tipica del Bellunese, cambia nome e diventa Anguana, e ogni donna si affrettava a finire di filare la sua rocca, altrimenti arrivava l'Anguana. Il ricordo delle Anguane vive in Carnia, nelle Valli del Natisone, in Val Badia, in Val Gardena, a Livinallongo del Col di Lana, in Val di Fassa, nell'Ampezzano e in Cadore.
Le Anguane di Lagole sono chiamate longhe longagne, per la loro altezza di quasi tre metri. La tradizione cadorina le descrive con un volto splendido, lunghe mammelle che si gettavano sopra le spalle per allattare i figli portati in canestre sulla schiena, gambe a volte caprine e piedi rivolti all'indietro.
Erano massaie perfette che lavavano i panni di notte, eppure il bucato riuscito male si diceva «la liscia delle Anguane»; ricamavano lenzuola e fazzoletti, che gli uomini innamorati di loro conservavano; erano buone madri ma capaci di uccidere le fanciulle di cui erano invidiose, mogli devote che sparivano se lo sposo pronunciava il loro nome leggendario. Anche per le proprietà delle sue acque, intorno a Lagole sono fiorite molte leggende sulle Anguane, ninfe dell'acqua che avevano anche il potere di guarire.
Fanciulle del lago: il racconto di Vania Russo
Lago delle Tose, cioè lago delle fanciulle, è il nome tradizionale del lago di Lagole. Da quel nome prende il titolo il racconto «Il lago delle fanciulle» della scrittrice Vania Russo, napoletana di nascita e feltrina d'adozione, studiosa di tradizioni popolari: è l'unico ambientato in Cadore dei nove racconti della raccolta «Le creature dell'acqua. Agàne, anguàne e krivapete», pubblicata da Morganti editori, e gli altri otto si svolgono in Friuli.
La storia si svolge nel 1890: il giovane borghese piemontese Ruggero Dalmasso, per amore della nobile Elena dei Brayda, accetta la sfida del conte Carlo Fenoglio, patrigno di lei, e parte per il Cadore deciso a scoprire il segreto delle Anguane di Lagole. Nelle acque del lago i protagonisti trovano una salvezza che guarisce, un tratto che la scrittrice ha preso dalla storia vera del santuario. Per descrivere i luoghi si è servita anche delle ricerche del musicista Andrea Da Cortà, studioso delle musiche della tradizione popolare.
