Natura & Wildlife · 8 min di lettura

Dalla cava di argilla all'oasi: stagni, canneto e aironi nelle Cave di Noale

L'Oasi Cave di Noale, nelle ex cave di argilla Cavasin: circa 20 ettari di stagni e canneto sul Rio Draganziolo, con l'airone rosso e il martin pescatore.

Gli stagni dell'Oasi Cave di Noale col canneto, i giaggioli gialli, due aironi e un capanno
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

L'Oasi Cave di Noale è una zona umida di Noale, in provincia di Venezia, nata dalle cave di argilla abbandonate nei primi anni Settanta. Le ex cave, circa 40 ettari, sono Sito di Importanza Comunitaria e Zona di Protezione Speciale; la parte visitabile ne occupa circa 20 sul Rio Draganziolo.

La cava Cavasin e gli stagni

All'inizio dell'Ottocento, come mostra il catasto napoleonico, Noale stava ancora dentro i suoi limiti cinquecenteschi. Nel 1908 arrivò la ferrovia Mestre-Castelfranco, poi diventata linea Venezia-Trento, che chiude l'oasi a sud. Agli inizi degli anni Cinquanta il paese crebbe in fretta, soprattutto nell'area attorno al centro, e per dare materiale alle nuove case si aprì la cava di argilla per laterizi Cavasin, vicino al centro e lungo la ferrovia, che serviva a trasportare i mattoni. Le Fornaci Cavasin avevano un'altra cava a Salzano, dove poi è nata l'Oasi Lycaena.

Nei primi anni Settanta le vene d'argilla si esaurirono e lo scavo si fermò. Le cave si riempirono d'acqua piovana, di falda e del Rio Draganziolo, e diventarono stagni. Le piante pioniere li colonizzarono in fretta, poi arrivarono la vegetazione palustre, gli alberi e gli arbusti, e con loro uccelli, pesci e anfibi. Quello che ne è uscito è un esempio dei biotopi palustri che coprivano la pianura prima delle grandi bonifiche del Novecento. Per questo il sito, codice SIC IT3250017, fa parte della Rete Natura 2000 del Veneto.

L'oasi è chiusa a nord da un campo, a ovest da terreni agricoli e a est da via Spagnolo, vicino al centro di Noale, nella zona chiamata Miranese, dove case e strade hanno frammentato quasi tutta la natura.

Comitato, vincolo e incendi

Altrove, nel Veneziano, cave come queste furono riempite di rifiuti e diventarono discariche. A Noale verso la fine degli anni Settanta nacque invece il «Comitato per la realizzazione di un'Oasi di Protezione della fauna da localizzarsi nelle Cave di Noale», che si impegnava a «strappare alla distruzione anche il più piccolo spazio di natura» e che nel 1980, insieme alla LIPU, pubblicò un libretto sulla natura delle cave. Nei primi anni Ottanta il Piano Regolatore del Comune mise l'area sotto vincolo naturalistico, e nel 1984 nacque a Noale il gruppo del WWF. Fra le proposte di quegli anni ci fu anche un parco «natura-safari», molto simile a uno zoo, con piste da motocross, presto scartato.

L'area però era privata, e i proprietari, all'avvicinarsi di un termine di 20 anni, ne chiedevano la restituzione per vie legali: per salvarla, un ente pubblico doveva comprarla. Nel 1986, alle prime voci di un interessamento della Regione, furono abbattuti 350 alberi, alcuni grandi e vecchi; alla fine degli anni Ottanta, chiusa dopo 25 anni la discarica di via Bigolo, i comuni del Miranese indicarono proprio l'oasi come sede di una nuova discarica, ma il Comune, sostenuto dai cittadini, non cedette.

Nell'estate del 1992 un incendio doloso distrusse 9 ettari di arbusti, parte del canneto e dei filari lungo le rive, e l'anno dopo, al tramonto di un sabato, un fronte di fuoco di 80 metri fu affrontato dai soci del WWF con badili, frasche e accette. La svolta arrivò con la crisi della Laguna di Venezia, colpita dall'eutrofizzazione: la Regione propose di trasformare in un bacino di fitodepurazione il primo stralcio, i 24 ettari sulla destra del Draganziolo, nella parte occidentale delle cave; il WWF di Noale accettò, contro il parere di altri ambientalisti che temevano la fine dell'oasi.

Rio Draganziolo e fitodepurazione

Il Rio Draganziolo è un fiume di risorgiva che nasce fra Resana e Piombino Dese e sfocia nel Marzenego appena a monte di Robegano di Salzano. Arginato, ha mantenuto un andamento sinuoso; dentro l'oasi è ricco di anse e meandri, alcuni ricreati apposta per rallentare la corrente; ha piene forti in autunno e acque basse d'estate, e dentro l'oasi la vegetazione è tenuta bassa dagli sfalci. Nell'alveo vivono vallisneria, ceratofillo e lingua d'acqua. Sulle rive crescono coltellaccio, salcerella e carice.

Prima dei lavori l'area era occupata da un esteso canneto di sola cannuccia di palude, che si stava interrando. Nel 1998 il Consorzio di Bonifica Dese Sile, poi diventato Acque Risorgive, preparò un progetto per usarle come area di fitodepurazione delle acque del Draganziolo, finanziato con le leggi speciali per Venezia e con il Piano Direttore 2000 della Regione, nato per ridurre l'azoto e il fosforo portati in laguna; lo concluse nel 2005, e dopo i lavori l'area passò al Comune.

Il Consorzio costruì un manufatto che preleva e restituisce l'acqua al fiume, con un bypass che non interrompe il corso d'acqua, gestito a distanza; un nuovo corso d'acqua a meandri ai margini del canneto, con fondali a quote diverse perché l'acqua resti abbastanza a lungo da depurarsi; tre stagni lungo il suo percorso, che rallentano il deflusso e trattengono i sedimenti, e un quarto, poco profondo, separato dagli altri; e due aree golenali allagabili, ottenute spostando gli argini dentro due curve del Draganziolo.

Per l'azoto che passa per le cave l'abbattimento calcolato è del 62%, per il fosforo del 55%: carichi che altrimenti finirebbero nella Laguna di Venezia. Durante le piene l'oasi fa anche da bacino di espansione, e protegge Noale e i paesi a valle.

Quel primo intervento riguardava solo il primo stralcio, nella parte occidentale delle cave; in seguito il Consorzio completò l'oasi lungo il Rio Draganziolo, con 2,3 milioni di euro della Regione del Veneto dalla Legge Speciale per Venezia, e l'oasi raddoppiò. Il Draganziolo e soprattutto il Marzenego la collegano alle ex cave di Martellago e di Villetta di Salzano, anch'esse Siti di Importanza Comunitaria, e fanno da corridoi per la fauna.

Gli stagni, il canneto e le siepi

Gli stagni hanno profondità da pochi decimetri fino a circa 2 m. Sulla superficie degli stagni più piccoli e riparati galleggiano il morso di rana, le lenticchie d'acqua e l'utricularia, una pianta carnivora dai piccoli fiori gialli, che fiorisce fra giugno e settembre fra i 10 e i 70 cm di profondità: quando una dafnia o una larva di zanzara nuota vicino alle vescicole delle sue foglie, il coperchio si apre e la preda viene risucchiata. Sul fondo crescono le alghe del genere Chara, sulle rive la cannuccia di palude, la tifa, i giunchi e i carici, e in primavera le sponde diventano gialle per la fioritura del giaggiolo d'acqua.

Il canneto si stende quasi senza interruzioni per circa 2 ettari attorno allo stagno più grande, e trattiene gli inquinanti; la cannuccia vince su tutte le altre piante perché coi suoi steli lunghi e fitti le lascia in ombra. Ma è anche il suo limite: foglie, steli e radici che si accumulano ogni anno nell'acqua alzano il fondo, ci attecchiscono arbusti e alberi, e in pochi anni lo stagno si interra e al posto del canneto cresce un bosco umido. Per questo ogni tanto bisogna togliere dal fondo il materiale depositato.

Intorno agli stagni c'è una boscaglia di salici, pioppi e ontani, con il salice grigio vicino all'acqua. Nelle siepi più asciutte crescono nocciolo, biancospino, fusaggine e viburno; nelle siepi dei campi vicini vive anche il sigillo di salomone maggiore, una pianta poco comune. In primavera fiorisce la rosa canina, in autunno i sentieri si colorano del giallo dei topinambur.

Aironi, tartarughe e lucci

Gli uccelli sono il gruppo più rappresentativo dell'oasi. L'airone cenerino e la garzetta si vedono tutto l'anno, fermi sui posatoi o a caccia nelle acque basse; d'estate arriva l'airone rosso, che fa i suoi grandi nidi dentro il canneto e che nell'entroterra della pianura padana si vede di rado. Ci sono anche il tarabusino, la nitticora, la sgarza ciuffetto, il tarabuso e, ogni tanto, l'airone bianco maggiore.

Nel canneto cantano, rauchi e invisibili, il cannareccione e la cannaiola; sopra il canneto caccia il falco di palude, e non è raro vedere gheppi, sparvieri e poiane, più di rado il lodolaio, l'albanella reale e il falco pecchiaiolo. Il martin pescatore nidifica nell'oasi; sull'acqua ci sono folaghe, gallinelle d'acqua, germani reali e d'inverno i cormorani, e sulle rive fangose il piro piro piccolo, il piro piro boschereccio e, di passo, il cavaliere d'Italia. Nel bosco vivono il rigogolo, la ghiandaia, la tortora e il cuculo; sui tronchi morti lungo il sentiero si vedono i nidi del picchio verde e del picchio rosso maggiore.

Negli stagni vive la testuggine palustre, specie autoctona che soffre la concorrenza delle tartarughe americane dalle guance rosse e gialle, arrivate con il commercio: nel 2011 la sua popolazione, un tempo numerosa, risultava in sofferenza. Fra l'erba e lungo il sentiero si incontrano ramarri, natrici dal collare, natrici tessellate e biacchi, serpenti non velenosi. Fra i pesci ci sono carpe che superano i 20 kg, tinche, scardole, alborelle, il pesce gatto, le gambusie importate contro la malaria, il persico trota e il luccio, il grande predatore che tiene in equilibrio gli altri.

Fra gli anfibi vivono la rana verde, la raganella, il tritone comune e il tritone crestato, che arriva a 18 cm. Fra i mammiferi ci sono l'arvicola d'acqua, il topolino delle risaie, la nutria venuta dal Sud America e il raro moscardino, chiamato anche nocciolino, che fa nidi rotondi fra i cespugli; la volpe passa ogni tanto. Sull'acqua pattinano i gerridi, volano libellule e vanesse, e la rara licena delle paludi, una farfalla diminuita molto con la scomparsa delle paludi e dei prati umidi.

Sentiero e capanni

Il sentiero che attraversa l'oasi ha capanni per osservare gli animali senza disturbarli. Per proteggere la fauna non si entra in bicicletta né con i cani — e avvicinarsi alle rive fuori dai sentieri è fra i disturbi più pericolosi per le specie più delicate —, e dentro l'oasi non si caccia e non si pesca. Con la gestione concordata con la Provincia di Venezia crebbero gli avvistamenti di uccelli, stanziali e di passo. Dal lago principale si vede, sullo sfondo, il campanile di Moniego.

Come arrivare

Chi arriva in treno ha la stazione di Noale-Scorzè a 1,4 km, una distanza da fare a piedi.

In auto, dall'autostrada si esce al casello di Spinea: poi 11,2 km, 12 minuti di guida.

I tempi in auto sono calcolati senza traffico, fino alle Cave di Noale.

Info utili

Dove si trova
Noale (VE)
Coordinate
45,55305 N, 12,08174 E (Cave di Noale) · Apri su Google Maps

Strade © OpenStreetMap (ODbL) · Fonti e licenze

Fa parte di: Parchi e riserve naturali del Veneto