A Villetta di Salzano, in provincia di Venezia, fra il Marzenego e il rio Roviego, le ex cave di argilla Cavasin sono diventate l'Oasi Lycaena: circa 60 ettari di stagni, canneti e bosco igrofilo che prendono il nome dalla Lycaena dispar, farfalla delle zone umide in profondo declino in Veneto.
Sessanta ettari fra Marzenego e Roviego
Le ex cave Cavasin stanno all'estremità orientale del comune di Salzano, in località Villetta, a pochi metri dal Passante di Mestre, e sono proprietà della Città metropolitana di Venezia. È un ambiente di cava senile, con molti specchi d'acqua poco profondi, vasche interrate e ricolonizzate dalla vegetazione, canneti, giunchi e carici, che si sta trasformando in una boscaglia igrofila. La Città metropolitana la conta fra le zone umide di maggior interesse nella terraferma di Venezia.
L'oasi sta nella bassa pianura, a breve distanza dalla fascia delle risorgive che separa l'alta pianura dalla bassa. Sente sia gli ambienti delle risorgive e delle rive dei fiumi sia quelli del margine della laguna, e per questo vi passano molti uccelli migratori. Una parte del percorso corre sull'argine del Marzenego, con la vista sulla campagna, sul bosco e sulla zona umida.
È uno dei siti della Rete Natura 2000, con il codice IT3250008, riconosciuto come Sito di importanza comunitaria e come Zona di protezione speciale, e ha il vincolo paesaggistico. Vi si trovano habitat di interesse comunitario: laghi eutrofici con piante acquatiche, bordure di alte erbe che amano l'acqua e l'habitat prioritario delle foreste alluvionali di ontano nero e frassino maggiore.
La farfalla delle paludi
La Lycaena dispar, la licena delle paludi, è una farfalla rara: un tempo era comune in gran parte del Veneto, e qui ha trovato uno degli ultimi rifugi. La studia lo European Butterfly Monitoring Scheme, l'organismo europeo che si occupa delle specie sensibili.
La famiglia di quaranta persone
All'inizio del '900, dove poi è nata la zona di fitodepurazione, verso il Marzenego e vicino all'ex mulino Vian, sorgeva una grande casa colonica. Ci viveva una famiglia patriarcale di 40 persone, che coltivava 40 campi intorno alla casa e aveva frutta, animali da cortile, bovini e cavalli da tiro; il pesce lo prendeva nel Marzenego e in una fossona dietro casa, un'area umida.
Giuliano Stevanato, nato e cresciuto lì, ricorda i capitoni: uno trovato una mattina, con il padre, al pascolo fra l'erba medica e i piselli, e preso con la cenere, un altro in un tubo di cemento pieno di fango, da sturare per far scorrere l'acqua piovana. Nei fossi si pescava con la «negorsa» e i «bartoei», e lungo le sponde del Roviego si prendevano con le retine i «schii de acqua dolce», che saltavano fuori dall'acqua. Con i detersivi e i concimi chimici l'acqua dei fossi si inquinò e il pesce sparì. Quella vita finì negli anni Sessanta, con la costruzione della fornace Cavasin.
Le cave, la fornace e la discarica mancata
Negli anni Sessanta l'argilla fu scavata in tutta la zona, e nacquero cave sparse nella campagna che, come scrive Stevanato, per ironia della sorte si sono trasformate nei luoghi di maggior pregio naturalistico del Miranese. Più tardi il consiglio comunale di Salzano approvò un progetto per riempire quelle di Villetta con una discarica, con il solo voto contrario del consigliere Emilio Vecchiato. Seguirono una raccolta di firme e una serie di esposti a varie autorità, e il 23 luglio 2004 la Provincia di Venezia comprò l'area dalla società BINVEST e la lasciò com'era.
Nel 2006 una parte fu ceduta al Demanio regionale per la riqualificazione del bacino del Canale Scolmatore del Marzenego. La porzione centrale dell'oasi, una ventina di ettari, divenne un impianto di fitodepurazione del Consorzio di Bonifica Acque Risorgive, che pulisce le acque del Marzenego dirette in laguna di Venezia ed è diventato un sito di nidificazione per molti uccelli. Le ex cave sono un «nodo» della rete ecologica della Provincia di Venezia, voluta dall'assessore Ezio Da Villa. Il 1° marzo 2008 a Salzano nacque l'associazione naturalistica Terra Viva, che nel 2014 era presieduta da Stevanato.
Il bosco e le piante delle zone umide
Senza altri interventi dell'uomo la cava si è rinaturalizzata. Il bosco igrofilo occupa circa due terzi dell'area, fra bassure umide e stagni, ed è circondato da siepi di viburni, biancospini e noccioli. Ci sono salici bianchi, olmi, pioppi, platani, frassini, aceri e querce, queste ultime spesso giovani, segno che il bosco sta crescendo; si incontrano anche nuclei di ontani e di noccioli. Negli stagni vivono carici, cannucce e tife.
Fra le piante delle zone umide spiccano, per rarità, la Typha laxmannii e l'orchidea Epipactis palustre; l'iris palustre fa macchie di colore, e le aristolochie si possono scambiare per orchidee. A dicembre e gennaio i rami rossi della sanguinella, senza foglie, colorano intere zone; a fine inverno le sponde si riempiono dei fiori gialli del farfaraccio, il primo cibo per gli insetti impollinatori. Nelle zone d'ombra cresce l'Arum maculatum, o gigaro.
Aironi, tarabusi e venti specie di pesci
Nei boschi vivono il picchio rosso maggiore e il picchio verde, la poiana, la gazza, le cince, il fringuello, il codibugnolo e il lucherino. Negli stagni si vedono il tuffetto, la folaga, il germano reale e la gallinella d'acqua, e fra gli aironi la garzetta, l'airone rosso, il cinerino e il raro bianco maggiore; in primavera arriva la marzaiola, e a volte il mestolone. Nei canneti si intravedono il tarabusino, il tarabuso e la cannaiola, e sui posatoi naturali il martin pescatore scruta l'acqua.
Fra i mammiferi vivono qui la volpe, il tasso, la lepre, la talpa, il riccio, il moscardino e la donnola; fra i rettili la testuggine palustre, il ramarro, le natrici e il carbonasso; fra gli anfibi la rana verde, il rospo smeraldino e il tritone, e fra gli insetti le libellule e il ditisco. Un censimento ha contato più di 20 specie di pesci, che stanno sparendo dai corsi d'acqua inquinati e qui, grazie all'acqua più pulita della fitodepurazione, trovano dove riprodursi.
