Quando la portata del Piave cala, l'acqua del mare entra nel fiume e lo risale. Nella siccità della primavera del 2022 il salmastro arrivava a San Donà di Piave e si spingeva fino a 30 chilometri dalla foce, a Cortellazzo di Jesolo: nel tratto basso il fiume andava in su, non in giù.
Il fiume che va all'indietro
Fra Caorle e San Donà, nel marzo del 2022, il Piave aveva il fondale melmoso scoperto e un'acqua così lenta che un sughero gettato nel fiume andava avanti e indietro senza decidersi. Il signor Fortunato, nato nel 1942, che nella golena si è costruito una «Vecchia fattoria» con la casetta sull'albero e le statuine di creta, diceva di non aver mai visto il fiume così.
L'ingegnere Sergio Grego, del Consorzio di Bonifica Veneto Orientale, spiegava che dalla laguna al Tagliamento il territorio sta sotto il livello del mare, e che San Donà sta quattro metri sotto il livello dell'Adriatico. Il consorzio prendeva l'acqua buona a Fossalta, ma giorno dopo giorno anche quella era meno buona, inquinata dal sale; per avere acqua dolce si provava con il Livenza, fiume di sorgiva, portandola con il canale Brian dalla presa di Albano.
Grego ricordava che dell'acqua disponibile solo un decimo va nei campi e nove decimi servono alle città. Una funzionaria del consorzio Brentella aggiungeva che nei bacini montani di Sospirolo, di Nis e di altre località l'acqua era scesa sotto il livello di guardia, e che per non lasciare a secco Treviso il Sile veniva alimentato artificialmente.
Perché il mare risale: il cuneo salino
Un'ordinanza di Protezione civile del 2007, la 3598, descriveva già il meccanismo: d'estate le portate nel tratto finale del fiume si riducono molto, la risalita del cuneo salino si accentua, e con meno acqua cresce nel fiume la concentrazione degli inquinanti, fino a renderlo non potabile. Legambiente, nel suo manifesto per il Piave, scrive che nel basso corso le acque del mare risalgono il fiume per diversi chilometri e rendono l'acqua inutilizzabile per l'agricoltura.
Sul Piave il deflusso si assottiglia già in montagna. Secondo l'idraulico Luigi D'Alpaos, l'acqua degli affluenti è intercettata dalle dighe dei laghi artificiali, alla fine del tratto prealpino quel che resta è derivato quasi tutto dai Consorzi per irrigare l'alta pianura, e nella bassa pianura, dopo altri prelievi, rimane ben poco. Nel 2009 sul bacino si contavano 121 centrali elettriche sugli affluenti, 98 metri cubi al secondo presi nei mesi secchi per irrigare, 17 invasi e 200 km di tubature. Il lago del Vajont avrebbe dovuto dare dal 1963 una riserva di 150 milioni di metri cubi; Fausto Pozzobon, presidente di Legambiente Piavenire, faceva notare nel 2017 che l'acqua di quella diga entrava nel calcolo del deflusso minimo vitale, fissato per legge in circa 9 metri cubi al secondo quando, secondo lui, ne servirebbero 30.
Pesa anche il clima: dal 1980 l'innevamento si è dimezzato, e una decina di ghiacciai che alimentavano il bacino del Piave si sono sciolti.
Il 2017, la Piave malata di sale
A metà marzo del 2017 il Water Scarcity Index dell'ARPA segnava sul Piave il secondo peggior valore da quando il monitoraggio era cominciato, nel 1990: una crisi paragonabile solo alla siccità dell'estate del 2002. Nel luglio di quell'anno la Tribuna di Treviso descriveva le acque da Ponte di Piave a Noventa e a Fossalta, fino al mare, come «torbide, calde e salate». Il biologo Marco Zanetti raccontava che, quando dal fiume non scende niente, a seconda delle maree la stessa bottiglia di plastica naviga prima verso sud e poi verso nord nell'arco di una giornata.
Felice Gazzelli di Ceggia, sei generazioni di pescatori alle spalle, ricordava di aver pescato finché era vivo suo padre: allora dal nord arrivava acqua pulita e la pesca bastava per mantenersi, «non è più così, perché qui arriva dal mare l'acqua salata».
Il 15 ottobre 2017 i circoli trevigiani di Legambiente portarono a San Donà, al Parco Fluviale, una brocca di terracotta piena dell'acqua delle Fontane Bianche, per versarla in quella che Pozzobon chiamava una «Piave malata di sale». La foce, scriveva la Tribuna, era invasa dall'acqua salmastra, e anche i pesci erano quelli delle acque salate.
La crisi idrica del 2022
Nel 2022 il presidente della Regione Veneto dichiarò lo stato di crisi idrica il 3 maggio, e il 4 luglio il Consiglio dei Ministri proclamò per il deficit idrico lo stato di emergenza, fino al 31 dicembre. In quei mesi il cuneo salino risalì tutti i corsi d'acqua del Veneto orientale: il Piave, il Livenza e il Tagliamento.
Dal Piave dipende anche il basso Livenza, che d'estate resta a secco e viene alimentato dal Piave: nel 2022 la sorgente del Gorgazzo era senza flusso, e dal Livenza partono le prese dell'acquedotto del litorale, verso Eraclea e Caorle. Il 25 luglio di quell'anno il sale risalito nel Livenza raggiunse le tubazioni del potabilizzatore di Boccafossa, e l'acqua smise di arrivare ai piani alti delle case di Caorle finché la presa non fu collegata al vicino canale Brian. Nel Piave il granchio blu è finito fra le prede dei pescatori a Noventa di Piave, a circa 30 km dal mare.
Contadini e pescatori
Olivo, che coltivava mais e soia a pochi metri dal fiume, lo diceva così nel 2022: «L'acqua sta diventando salmastra, il mare si spinge sempre più a monte e se quell'acqua arriva ai campi è un disastro». Già nel 2017 la Tribuna scriveva che le acque salate devastavano il mais e la soia delle terre veneziane.
Sull'argine destro del Piave, dopo il ponte poco prima di Caorle, stava invece, nel 2022, una grande bilancia da pesca, con il casotto di legno chiaro, la balconata e il prendisole. Era di un avvocato di San Donà, che vedeva la cosa al contrario: per lui l'acqua salmastra, velenosa per i contadini, portava nella rete i branzini, che con il fiume normale non si trovano.
