Altino era una città dei Veneti antichi e poi romana, sul margine settentrionale della laguna, nel comune di Quarto d'Altino, in provincia di Venezia. Del centro antico restano scavi in campagna: la pianta intera, con un teatro e un anfiteatro, è stata rivelata da fotografie aeree all'infrarosso scattate nel 2007.
Il porto dei Veneti fra lo Zero e il Siloncello
Il territorio di Altino era frequentato già nell'VIII-V millennio a.C., ma la presenza umana diventò stabile nell'età del bronzo. Furono i Paleoveneti a fondare un vero centro abitato, agli inizi del I millennio a.C., e già negli ultimi decenni del VI secolo a.C. il porto aveva un peso: chi portava merci dagli empori di Spina e di Adria verso le terre settentrionali passava da qui. Del V secolo a.C. si conosce uno stanziamento di una certa consistenza fra il fiume Zero e il canale Siloncello, proprio dove passerà la via Annia.
Di quelle case non è rimasto niente: si suppone che la gente vivesse in capanne di legno poggiate sui dossi, e la città non aveva una fisionomia unitaria ma più nuclei, con le necropoli disposte attorno all'abitato. Era però gente ricca: nei corredi sono comparse ceramiche attiche a figure nere e rosse, arrivate dalla Grecia. Il nome si legge nelle epigrafi e nella letteratura antica, in greco Ἀλτῖνον e in latino Altinum, e gli abitanti si chiamavano Altinates. Da quel nome viene anche quello della divinità preromana Altino, o Altnoi, che aveva un edificio sacro a sud dell'abitato, sovrintendeva alla laguna e riceveva periodicamente in sacrificio dei cavalli.
La città romana sulla via Annia
La romanizzazione cominciò nel 131 a.C., con la costruzione della via Annia, la strada del pretore Annio Rufo che da Adria portava fino ad Aquileia: circa 200 chilometri, attraversando Padova, Altino e Concordia Sagittaria. Dall'89 a.C. l'abitato paleoveneto si trasformò in città romana, e il processo si chiuse nel 49-42 a.C., con la concessione del diritto romano alla città, l'iscrizione alla tribù Scaptia e il rango di municipio.
Poi arrivò la seconda strada. Il tracciato della via Claudia Augusta lo segnò Druso Maggiore intorno al 15 a.C., in piena campagna militare; a costruirla fu suo figlio, l'imperatore Claudio, negli anni 46-47 d.C., e il compito era unire la Pianura Padana — Altino in particolare — alle rive del Danubio. Quanto fosse lunga lo dice un cippo miliare onorario trovato a Cesiomaggiore: 350 miglia romane, circa 518 chilometri. Dentro la città si staccava dall'Annia, e i suoi primi trecento metri avevano un andamento spezzato. Con quella strada la città divenne il punto di partenza dei traffici che univano l'Adriatico all'Europa centrale del Danubio: il ruolo del vecchio capolinea di Padova passò ad Altino, snodo delle rotte che correvano dentro la laguna fra il mare e la terraferma. Altre strade la legarono direttamente a Treviso e a Oderzo.
Di quelle strade rimane qualche traccia. A nord di Quarto d'Altino, a monte della confluenza del Musestre nel Sile, si conservano i resti del ponte romano sul fiume; e il percorso che chiamano «Lagozzo», o «Agozzo», è un ampio terrapieno, che un tempo appariva alto circa sette metri e di aspetto sassoso: la strada stava «in levada», sopraelevata sulla campagna, perché il terreno intorno era basso e acquitrinoso.
Altino era il centro di riferimento di tutta la laguna, il punto in cui le vie marittime dell'alto Adriatico si allacciavano a quelle dentro la laguna e all'entroterra. Per difendere le strade dalle maree e dalle piene dei fiumi, i Romani fecero correre l'Annia e un tratto della Claudia Augusta sopra un argine di terra rialzato. Il porto stava probabilmente in località Montiron, e di un molo di età augustea gli scavi hanno riportato alla luce una parte dei resti. Vitruvio e Strabone paragonano le opere idrauliche altinati a quelle di Ravenna e di Aquileia, e raccontano una città sorta fra paludi e palafitte: le case poggiavano su un intreccio di canali, che si attraversavano con ponti e traghetti, come sarà poi Venezia.
Un architrave custodito nel museo di Torcello ricorda in un'iscrizione i templi, i portici e i giardini che Tiberio regalò alla città; Marziale, Plinio il Vecchio e Columella accennano alla lana, ai canestrelli e all'allevamento di vacche da latte, e il primo ricorda anche le ville affacciate al litorale. Nel centro della città si pensa ci fosse un tempio dedicato a Venere, e forse anche una basilica. Nel gennaio 169, nei pressi di Altino, morì l'imperatore Lucio Vero, di ritorno in Italia con Marco Aurelio, suo fratello.
La fine, e un sito rimasto libero
Dal II secolo d.C. i reperti diminuiscono. Per un certo tempo, però, Altino tenne il suo rango: la Tabula Peutingeriana della metà del IV secolo la disegna come una città murata con due torri, e Servio Mario Onorato racconta che qui la caccia, l'uccellagione e perfino l'agricoltura si facevano in barca. Nello stesso periodo divenne sede vescovile, e dalla fine del IV secolo l'epistolario tra Gerolamo ed Eliodoro, primo vescovo, descrive una cattedrale intitolata probabilmente a Santa Maria, con un solo altare e i pavimenti lucidi.
Nel 452 gli Unni di Attila saccheggiarono la città, e le cronache ne fecero l'atto di nascita di Venezia. Gli storici hanno messo in forte dubbio quel racconto: l'abitato superò la devastazione e continuò a sussistere per diversi secoli, e a farlo scomparire fra il V e il VII secolo furono altre invasioni, Longobardi e Ungari, ma soprattutto l'innalzamento del livello del mare e la fine della manutenzione idraulica. L'episcopio passò a Torcello e il monastero di Santo Stefano fu rifondato nell'isola di San Servolo. Le pietre e i mattoni di Altinum finirono nei palazzi e nelle chiese di Venezia, e le rovine furono progressivamente sommerse dalla laguna. Uno scritto del 1095 attesta ancora un Altino Maiore e un Altino Pitulo, con le chiese di Santa Maria, San Martino e Sant'Apollinare.
Quell'abbandono ha avuto una conseguenza: di tutte le città venete, solo Altino non è più stata abitata dove stava, e gli insediamenti urbani medioevali non ne hanno danneggiato il sito. Un popolamento stabile tornò solo nel XV secolo, dove sta Quarto d'Altino; la bonifica dei dintorni cominciò nell'Ottocento, quando la famiglia Reali, proprietaria della maggior parte di quelle terre, rese la zona vivibile.
I primi reperti vennero alla luce alla fine del XIX secolo, col prosciugamento della palude, e nel 1930 si resero pubblici i ritrovamenti fatti dal 1892. L'esplorazione sistematica del sito cominciò nel 1965, quando la fotografia aerea e gli studi topografici individuarono il tracciato della via Annia all'ingresso e all'uscita dal centro urbano, e con esso le necropoli. Nel 2019 un vincolo archeologico ha esteso la tutela a buona parte del centro abitato e monumentale della città sepolta.
La pianta rivelata dalla siccità del 2007
Sopra la città sepolta ci sono campi di mais e di soia, e sono stati loro a mostrarla. Nell'estate del 2007, durante una siccità prolungata, furono scattate fotografie aeree e satellitari all'infrarosso; nel 2008 un'équipe di geomorfologi dell'Università di Padova le rielaborò, e il risultato uscì sulla rivista Science nel luglio del 2009. È la clorofilla delle colture, concentrata in modo diverso da un punto all'altro, che ha permesso di ricostruire nel dettaglio la pianta della città, con quartieri ed edifici di cui si ignorava l'esistenza, fra cui un teatro e un anfiteatro di circa 150×110 metri, misure che lo avvicinano all'Arena di Verona.
Dalle stesse immagini si è visto che la città stava su un'altura a 2-3 metri dal livello del mare, attraversata da un canale navigabile, e si sono riconosciuti parte delle mura, una zona portuale, case private e i tratti delle strade che portavano in città. L'insediamento occupava circa un chilometro quadrato, quanto Pompei, all'incrocio delle antiche vie Annia e Augusta. Andrea Ninfo, che guidava la ricerca, lo definisce il più esteso insediamento romano del Nord Italia e uno dei rari, in Europa, rimasti liberi da città del Medioevo e da edifici moderni costruiti sopra.
Anche la centuriazione dell'agro, realizzata probabilmente nel 49 a.C. fra il Muson e il Sile, si legge nel paesaggio: l'orientamento di alcune strade e di alcuni fossati coincide con quello antico, e i cardini si sono conservati meglio dei decumani.
I resti che si visitano: la porta-approdo e la domus della Pantera
Due aree archeologiche si trovano circa 500 metri più a nord del museo, lungo la via Sant'Eliodoro, accanto ad AltinoLab, l'edificio che ospitò il museo fra il 1960 e il 2015. Nella prima si vedono le fondazioni della porta-approdo, l'ingresso settentrionale della città dal I secolo a.C., e quelle del cardine che da lì portava al centro abitato. La seconda mostra una porzione del quartiere residenziale con cui la città si allargò agli inizi del I secolo d.C.: si cammina lungo un tratto di strada urbana pavimentata di basoli e delimitata dalle crepidini, conservato eccezionalmente bene. Lungo quella strada si apre la domus della Pantera: il nome viene dal mosaico in bianco e nero del suo atrio, dove è raffigurata una pantera che beve.
Gli scavi di quella porta, condotti fra il 1972 e il 1984 a nord della prima sede del museo, hanno mostrato una struttura con cavedio, torrioni quadrangolari e forse due fornici, fondata come tutto il resto su palificate. C'è però un altro elemento: a ridosso dell'ingresso, in quel tratto, c'era un corso d'acqua, e un avancorpo è stato attribuito alla spalla di un ponte. Si tratta dunque di una porta canale, con ponte d'accesso e forse una riva attrezzata di gradini — una porta d'acqua, come quelle che Venezia avrà poi.
Anche gli attracchi si sono trovati. Uno, individuato negli anni Trenta lungo il corso del Siloncello, nel settore nord-orientale della città antica, era fatto di una palificata e di blocchi lapidei. Il secondo, probabile, sta nel settore occidentale, in località Fornasotti, ed è fatto di grossi conci di arenaria posati anch'essi su pali: ha un avancorpo che da una parte si lega a un'arginatura di tavole e pali infissi nel terreno, dall'altra alle basi di otto pilastri. E attorno al Siloncello, insieme alle banchine, sono venuti alla luce quartieri di abitazione: alcuni residenziali, altri con installazioni mercantili e impianti produttivi.
Anche le mura dicono qualcosa. Quelle di cui si sono trovate le tracce vicino alla porta urbica sono di datazione augustea, e più che a opere di difesa fanno pensare a strutture di contenimento delle aree asciutte insediate: un ruolo simile a quello che avranno le mura degli isolotti lagunari veneziani, gli «ottagoni».
Il resto della città è là sotto, e lo si guarda dall'alto: la torretta, parte del corpo di nuova costruzione del museo, è un terrazzo sopraelevato da cui si legge il paesaggio. Dal capoluogo una Greenway e la ciclabile sul Siloncello portano al museo dentro il Parco del fiume Sile, che si estende su 11 territori comunali. Tutta la zona sta dentro il perimetro UNESCO di «Venezia e la sua laguna».
Il museo nell'ex risiera
La prima sede del Museo Archeologico Nazionale di Altino fu inaugurata il 29 maggio 1960: un antiquarium di due sale di esposizione e un magazzino, allora più che sufficienti a custodire il materiale raccolto, meno di mille oggetti. Dopo l'apertura cominciarono le campagne di scavo sistematiche, e dal 1966 le aree dell'antica Altino hanno restituito più di 40000 reperti, fra cui più di 2000 corredi tombali dalle necropoli della via Annia.
Il complesso architettonico nuovo, due edifici rurali restaurati e tre corpi di fabbrica, fu ultimato nel 2014; il museo aprì nella sede nuova nel 2015, dopo vent'anni di lavori, dieci dei quali spesi a scavare il santuario protostorico, il nucleo più antico della futura città, venuto fuori proprio nello spazio destinato all'edificio.
Al piano terra dell'ex risiera stanno la preistoria del margine lagunare e l'età del ferro, divise per temi che vanno dall'abitato al culto, dalla lingua e dalla scrittura alle necropoli, fino alle tombe di cavalli esposte con le loro bardature di pregio, pezzi piuttosto rari.
Il primo piano segue la romanizzazione e la piena romanità, divise anch'esse per temi, dalle strade e dall'assetto del territorio alle ville e alle domus, dalla moda e dai gioielli ai personaggi, alle professioni e ai commerci. Qui ci sono una collana d'oro di fabbrica tarantina della fine del II-I secolo a.C., i vetri murrini, i ritratti in marmo che ornavano le tombe monumentali delle famiglie più ricche, i balsamari di vetro per unguenti e olii profumati del I-II secolo d.C., e anche i giocattoli dei bambini e le suole in cuoio delle calzature degli altinati. Dalla località Ziliotto, nel 1972, è venuta una fornace per la cottura dei manufatti in ceramica.
Dalle necropoli vengono i monumenti funerari. Il grande mausoleo altinate, emerso nel 1952 durante gli scavi di J. Marcello, è stato parzialmente ricomposto nel museo: il suo alto basamento cilindrico, decorato con motivi acantiformi, misura circa 3,50 metri di diametro ed è di età augustea. Nella necropoli nord-orientale dell'Annia gli scavi hanno messo in luce le fondazioni di un altro basamento, di 8 metri di lato, che sosteneva colonne libere; sopra correva un architrave ornato da foglie d'acanto e cantari, e un grande capitello corinzio chiudeva in alto la copertura. Allo stesso complesso, dei primissimi anni del I secolo d.C., appartenevano un ritratto maschile e uno femminile.
Dalla necropoli di Val Pagliaga viene una Sirena alata con frutta nel grembo, che doveva stare in cima a un monumento funerario, e dalla località Belgiardino i cosiddetti Tritoni, scolpiti nel calcare da artigiani del posto ma influenzati dalla tradizione pergamena.
Le botteghe di Altino e di Oderzo inventarono anche tipologie proprie: i segnacoli cilindrici e i cippi ottagonali, che non hanno precedenti sicuri né nell'Oriente greco né in Italia. I segnacoli ottagonali hanno gli otto lati del fusto decorati con viticci attorti, candelabre di foglie e fiori trilobi, uno diverso dall'altro.
Dal terreno altinate sono uscite anche opere arrivate da lontano o lavorate su modelli lontani: un frammento di peplophoros di probabile officina attica da località Belgiardino, un Dioniso che rielabora un tipo prassitelico, un grande onice con un cavaliere che incalza il nemico caduto, una corniola di notevoli dimensioni e di buona qualità con la centauromachia, una pisside d'ambra di probabile produzione aquileiese e la stele di Paconia Arisbe, che riprende il tema del Tritone.
