Storia · 7 min di lettura

Il bombardamento di Treviso del 7 aprile 1944: le Fortezze volanti del Venerdì Santo e la città distrutta

Il bombardamento di Treviso del 7 aprile 1944, Venerdì Santo: 159 Fortezze volanti sulla stazione, il centro distrutto e il Palazzo dei Trecento salvato.

Una strada di Treviso con il lungo palazzo di mattoni e pochi passanti, nella città che ricorda il bombardamento del 1944
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

Il bombardamento di Treviso avvenne il 7 aprile 1944, Venerdì Santo: 159 Fortezze volanti statunitensi sganciarono circa duemila bombe mirando alla stazione ferroviaria. Gran parte degli ordigni mancò il bersaglio e cadde sulla città, e gli archivi del Comune contano 1470 vittime civili in quel solo giorno.

Treviso, nodo ferroviario fra due guerre

Nella Grande Guerra Treviso era una «città di retrovia», sede dell'Intendenza dell'Esercito e centro ospedaliero per i soldati feriti, e dal 1916 fu colpita a più riprese dagli aerei austriaci. Nella seconda guerra mondiale i primi anni furono per la città, in un certo senso, «dolci»: Treviso contava molto come snodo ferroviario verso est, vi stavano corpi militari e il terziario si sviluppò. Il giorno dell'incursione in città c'erano circa 5.000 militari tedeschi, distribuiti in varie zone.

Dopo lo sbarco in Sicilia gli Alleati avevano sperimentato che colpire i nodi ferroviari bloccava la logistica delle difese italiane, e decisero di attaccare tutte le infrastrutture rimaste in mano ai tedeschi e alla Repubblica Sociale Italiana. Dalle basi aeree in Puglia partivano le missioni della 15th Air Force statunitense contro il nord Italia, l'Austria, la Jugoslavia e la Germania. Quel 7 aprile si alzarono in volo circa 400 bombardieri B-17 e B-24, con la scorta di caccia P-47 e P-38, diretti a obiettivi diversi: Treviso per i B-17, Mestre e Bologna per i B-24.

Il Venerdì Santo delle Fortezze volanti

Era il Venerdì Santo, e i giornali del tempo lo ribattezzarono «Passione di Cristo e di Treviso». L'incursione, annunciata dalle sirene antiaeree, durò cinque minuti. Le Fortezze volanti, accompagnate da una formazione di Lightning altrettanto numerosa che non trovò aerei nemici a contrastarla, avevano come obiettivo la stazione e lo scalo merci Motta, e sganciarono in tutto 446 tonnellate di esplosivo. Le esplosioni e gli incendi spianarono quartieri d'abitazione interi, e dalle macerie salì fumo per due settimane. Si cercarono i morti per molto tempo, spargendo calce e disinfettante per contenere la decomposizione dei corpi.

Tutto attorno alla città, a 5 km dal centro, la contraerea tedesca schierava 15 postazioni Flak con 200 pezzi di artiglieria: 90 cannoni da 88 mm e 110 mitragliere da 22 e 37 mm. Il loro sbarramento fu intenso e accurato: i bombardieri ebbero a bordo un morto e quattordici feriti, quattro dei quali gravi, e un B-17 fu abbattuto.

Vittime civili, militari e incursioni successive

Le cifre dei morti sono state a lungo discordanti. Gli archivi del Comune di Treviso aggiungono ai morti del Venerdì Santo quelli delle incursioni seguenti, fino a 1600 vittime civili in tutto; col suo solo bilancio, l'incursione del 7 aprile sarebbe la seconda più sanguinosa subita da una città italiana, dopo quella su Roma del 19 luglio 1943. Circa 30.000 persone restarono senza casa, e dei 4.600 edifici della città 700 andarono distrutti, 1.100 subirono danni gravi e 1.962 danni lievi.

Il numero dei morti fra i militari tedeschi non è stato chiarito: molte testimonianze dell'epoca dicono che parecchi perirono, soprattutto in un ricovero antiaereo di piazza Sant'Andrea e nell'albergo «Stella d'Oro».

Le incursioni non finirono quel giorno. Raffaele Folliero, nel suo libro «Ri... scoprire Treviso», conta per la città 35 bombardamenti e 21 mitragliamenti. Nel dopoguerra si sommarono le vittime e gli edifici distrutti di tutte le incursioni, ma l'80% della città distrutta fu toccato soltanto nel 1945, dopo altri attacchi: la chiesa di Santa Maria Maggiore, la «Madona Granda» dei trevigiani, fu bombardata nel marzo 1945.

Le ragioni della missione e le voci di allora

Finita la guerra, gli Stati Uniti consegnarono i documenti che spiegavano il bombardamento. L'attacco rientrava nel piano «Strangle», lo strangolamento, che colpiva i nodi ferroviari per bloccare i rifornimenti dalla Germania; la stazione e la città erano state fotografate già nel 1943, e sulle immagini erano segnati i luoghi d'interesse storico e artistico da non colpire.

Per l'aviazione statunitense, perché un bombardamento «di precisione» fosse riuscito bastava che metà delle bombe cadesse a meno di 305 metri dal bersaglio, e il Palazzo dei Trecento si trova a 700 metri dall'obiettivo. Il sistema di puntamento Norden era all'avanguardia, ma con cortine fumogene e contraerea il bombardiere doveva alzarsi di quota, e l'area colpita diventava più ampia; le formazioni dette combat box, poi, sganciavano su una vasta area.

Come in altri bombardamenti, a Roma e a Terni, nessuno volle radere al suolo la città; ma colpire i civili non era un'ipotesi scartata, e lo si riteneva anzi uno stimolo a ribellarsi contro un governo che non sapeva proteggerli. Nell'aprile 1944, poi, l'Italia di Salò era per gli Alleati una nazione nemica in piena regola: le cautele usate con la popolazione francese non la riguardavano.

Le voci che girarono in città erano altre: che gli americani avessero confuso Treviso con Tarvisio, o che all'hotel «Stella d'Oro» fosse in corso una riunione di gerarchi nazisti con Kesselring. Erano notizie diffuse dalla propaganda e dalla gente del posto, che non poteva conoscere i piani. Molti sopravvissuti chiamavano «Spitfire» i caccia a doppia deriva, che erano P-38 Lightning, e scambiavano per B-24 i più grandi B-17. Proprio dagli archivi storici dell'aeronautica militare statunitense è nato il libro «Obiettivo Venerdì Santo - Il bombardamento di Treviso del 7 aprile 1944», curato dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Treviso.

Monumenti caduti e monumenti rimasti

Il Palazzo dei Trecento crollò quasi del tutto, e in un primo tempo se ne decise l'abbattimento. A salvarlo fu Ferdinando Forlati, a quel tempo a capo della tutela dei monumenti del Veneto Orientale, con una bugia detta al comando tedesco: nel palazzo, sostenne, c'erano affreschi del Veronese di valore inestimabile. Si recuperarono le pareti superstiti, si restaurò e si ricostruì, e nel salone, di m. 46 x 20, si salvò buona parte degli affreschi. Lungo il lato che guarda piazza Indipendenza, i mattoni di una fila arretrata separano i muri originali da quelli rifatti. La torre civica, del 1218, sopravvisse al bombardamento.

Della chiesa di San Martino Urbano, una cappella citata già nel 790, rimase solo il campanile romanico. Il Duomo fu gravemente colpito nel 1944, e la chiesa di San Nicolò, la più grande della città, fu gravemente danneggiata e poi restaurata. Anche Ca' da Noal e le vicine Casa Robegan e Casa Karwath, con le loro facciate affrescate, non furono risparmiate dai bombardamenti del '44, e la statua dai tre volti davanti al Municipio andò distrutta: la fontana dei Tre Visi ne è una fedele ricostruzione.

Le bombe colpirono anche le carte. L'archivio civico antico, oltre 6.300 unità conservate in Comune, subì danni gravissimi nell'incursione del 7 aprile 1944 ed entrò poi nell'Archivio di Stato in grande disordine e deterioramento, con inevitabili dispersioni. L'archivio della Curia invece fu sottratto al bombardamento, che fece crollare l'ala dell'episcopio in cui era collocato.

Ricostruzione e memoria del 7 aprile

Fra le macerie lavorava il restauratore Mario Botter, che Giovanni Comisso, sul Corriere della Sera del 10 dicembre 1944, chiamò «Un folle di Dio»: raccoglieva i frammenti delle case, contendeva ai ladri le travature istoriate che volevano bruciare, e su una facciata rimasta intatta riaprì le bifore originarie. Nel 1945 Botter entrò col figlio Memi nell'ex chiesa di Santa Caterina, allora distretto militare: da tempo pensava che sotto l'intonaco ci fossero dipinti, e bastarono pochi colpi per far riaffiorare gli affreschi di Tommaso da Modena.

Nel dopoguerra si ricostruirono il Palazzo dei Trecento e gli altri edifici storici distrutti, si costruirono alloggi per i senzatetto, e Piazza Borsa nacque dove sorgeva l'hotel Stella d'Oro, distrutto dalle bombe; il giardino di palazzo Onigo-Avogadro, bombardato e poi demolito del tutto, fu trasformato nei Giardinetti pubblici di Sant'Andrea. Il 13 aprile 1948 Treviso ricevette la medaglia d'oro per quanto la popolazione aveva patito e per l'impegno nella lotta partigiana.

La città ricorda il bombardamento ogni anno il 7 aprile: in piazza dei Signori le autorità civili, religiose e militari ascoltano in silenzio poesie di autori trevigiani, accompagnate dal violino. La campana della torre civica, il Campanón de 'l cànpo, suona a lutto, e la bandiera bianca e celeste resta a mezz'asta tutto il giorno. L'usanza, finita a lungo nel dimenticatoio, l'ha fatta ripristinare l'associazione «Treviso 7 aprile 1944», fondata da Antonello Hrelia nel 1999. Nel tempio della Madonnetta, a Santa Maria del Rovere, due lapidi ricordano i 123 bambini morti, e nel pomeriggio di quel giorno vi si celebra una messa.

Info utili

Dove si trova
Treviso (TV)