Storia · 4 min di lettura

Francesco Morosini il Peloponnesiaco: il capitano generale che conquistò la Morea e tornò a Venezia da doge

Francesco Morosini, capitano generale da Mar e doge di Venezia: la conquista della Morea fra il 1684 e il 1690, l'elezione del 1688 e il ritorno trionfale.

Il ritorno di Francesco Morosini a Venezia: il Bucintoro e le galee nel bacino di San Marco davanti a Palazzo Ducale
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

Francesco Morosini, nato a Venezia nel 1619, fu quattro volte capitano generale da Mar e il 108° doge della Repubblica. Fra il 1684 e il 1690 la sua armata conquistò il Peloponneso, la Morea, e gli valse il titolo di Peloponnesiaco. Fu eletto doge nel 1688, ancora in guerra.

Santa Marina, il Brenta e Santo Stefano

Francesco Morosini nacque il 26 febbraio 1619, terzo figlio di Pietro, della parrocchia di Santa Marina. Non aveva che un anno quando la madre, Maria Morosini, annegò nel Brenta nel tentativo di salvare il marito, finito in acqua, e qualcuno accusò il padre di quella morte. Nel 1627 Pietro si risposò con Laura Priuli, e la famiglia andò a vivere nel palazzo di lei a Santo Stefano. Il ragazzo studiò nel collegio di San Carlo a Modena, fra giovani nobili legati al mondo militare, e appena poté scelse la carriera delle armi, che per un veneziano voleva dire il mare: ne salì tutti i gradi, dal primo incarico di ufficiale fino al comando supremo. Non si sposò mai.

Candia e il processo

Nel 1640 divenne sopracomito, cioè capitano di galera, e nella lunga guerra di Candia salì di grado fino a diventare, nel 1657, capitano generale da Mar. Il 10 luglio 1651, a Triò, fra Paro e Nasso, la sua galeazza catturò una «sultana» da 60 cannoni. Comandante per la seconda volta nel 1667, il 6 settembre 1669, senza l'autorizzazione del Senato, patteggiò la resa di Candia, assediata da quasi 25 anni, e ottenne per Venezia tre basi sull'isola. Tornato in città fu processato nel 1670 per ruberie e disobbedienza, mentre circolavano contro di lui libelli anonimi; il Senato finì per proclamarlo innocente.

La conquista della Morea

L'11 marzo 1684, quando Venezia dichiarò guerra agli Ottomani, Morosini fu eletto per la terza volta capitano generale da Mar. Prese Santa Maura e Prevesa nel 1684, Corone nell'agosto 1685, poi Navarino, Modone e Nauplia; nel 1687 le truppe di Otto Wilhelm von Königsmarck completarono la conquista del Peloponneso, e l'ultima fortezza, Monemvasia, si arrese nel 1690.

Nel settembre 1687 Morosini entrò ad Atene, dopo che un colpo dell'artiglieria veneziana aveva fatto saltare il Partenone, usato dai turchi come polveriera. Il Senato, caso unico, lo onorò da vivo con un busto di bronzo, posto nella sala d'armi del Consiglio dei Dieci sotto la dedica «Francisco Mauroceno Peloponnesiaco adhuc viventi», e lui mandò a Venezia come trofeo i grandi leoni di marmo che stanno accanto alla porta dell'Arsenale.

Il doge in guerra e il ritorno al Lido

Il 3 aprile 1688 fu eletto doge all'unanimità, al primo scrutinio, mentre era ancora in Grecia. Rientrò l'11 gennaio 1690: al Lido lo accolse il bucintoro, e una folla di barche lo scortò fino a Palazzo Ducale fra salve d'artiglieria, sotto un arco trionfale; un opuscolo a stampa aveva fissato ogni dettaglio del cerimoniale fin dall'arrivo al Lido. Nell'aprile 1690 papa Alessandro VIII gli fece consegnare in San Marco lo stocco, la spada di campione della fede, e il pileo.

Della guerra scriveva anche Vincenzo Coronelli, che la Repubblica aveva nominato cosmografo pubblico nel 1685 perché raccogliesse documenti e desse alle stampe opere sul conflitto: a Morosini dedicò l'«Atlante veneto», un'opera in tredici volumi stampata ai Frari fra il 1690 e il 1698, mentre la storia della guerra scritta dal suo segretario Alessandro Locatelli fu pubblicata nel 1691, dopo la morte dell'autore.

San Vidal, Santo Stefano e i ricordi in città

Da doge Morosini pensò alla propria gloria. Il 25 novembre 1690 caricò lo stemma di famiglia coi segni delle sue guerre, dai fanali delle galee affondate alle code di cavallo degli stendardi turchi, insieme a spade e bastoni di comando; affidò all'architetto Antonio Gaspari il portale di un monumento sulla facciata di San Vidal, di fronte al suo palazzo, e la tomba, che sta in mezzo al pavimento di Santo Stefano.

Rieletto capitano generale per la quarta volta, salpò il 26 maggio 1693 a 74 anni, e morì a Nauplia il 6 gennaio 1694; nell'ultimo dispaccio scrisse che il solo rimpianto era «quello di non avere potuto quanto desideravimo in servitio della Patria comune e quanto ella ben meritava». Il corpo fu riportato a Venezia e sepolto a Santo Stefano, e il Senato fece erigere nella sala dello Scrutinio un arco di marmo con le sue imprese; nella stessa sala una tela di Gregorio Lazzarini, del 1694 circa, lo mostra in un'allegoria mentre offre a Venezia la Morea riconquistata.

Il suo gatto, a cui era affezionatissimo, fu imbalsamato ed è al Museo di Storia Naturale di Venezia, e dal 1961 porta il suo nome la Scuola navale militare dell'isola di Sant'Elena.

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Dove si trova
Venezia (VE)