Storia · 14 min di lettura

Giovanni Battista Belzoni: l'esploratore padovano dell'Egitto, dalle tombe di Tebe alle statue di Sekhmet di Padova

Giovanni Battista Belzoni, l'esploratore padovano dell'Egitto: Abu Simbel, la tomba di Seti I, la piramide di Chefren e i suoi luoghi a Padova.

Le statue di Sekhmet portate da Giovanni Belzoni, fra sarcofagi egizi, nella sala di un museo di Padova
🎨 Illustrazione digitale | Valigio

Giovanni Battista Belzoni, padovano, fu uno dei pionieri dell'egittologia: un gigante di più di due metri che passò dai palcoscenici di Londra alle tombe della Valle dei Re.

Il ragazzo del Portello

Nacque a Padova il 5 novembre 1778, figlio di un barbiere della zona del Portello, e fu battezzato nella parrocchia di Santa Sofia. Si chiamava in realtà Giovanni Battista Bolzon, e fu lui a trasformare il cognome in Belzoni. Nella premessa ai suoi «Viaggi in Egitto e Nubia» scrive di discendere «da famiglia di origine romana stabilitasi da lungo tempo a Padova».

Era un giovane robusto, alto due metri, e desiderava lasciare la città: andò a Roma, dove, a suo dire, voleva darsi alla vita religiosa. All'arrivo dei napoleonici fuggì dall'Italia, probabilmente per non essere arruolato fra le truppe francesi. A Parigi, racconta, vendeva oggetti sacri; poi fu subordinato nelle forze armate prussiane, e mercante in Olanda con il fratello Francesco.

Dopo un breve ritorno a Padova, nel 1803 era in Inghilterra, dove faceva l'uomo di forza, il giocoliere, l'attore e l'esperto di giochi acquatici. Sul palco del Sadler's Wells di Londra lo annunciavano come il Sansone Patagonico, e il suo numero più celebre era la piramide umana: con un congegno triangolare sulle spalle sollevava e portava in giro una decina di persone. In Inghilterra conobbe e sposò Sarah Banne, di Bristol, coraggiosa, intraprendente e amante dei viaggi come lui. Furono una coppia affiatata, senza figli.

Con un domestico irlandese, James Curtin, i due girarono a lungo coi loro spettacoli dietro l'esercito inglese, in guerra contro i francesi in Portogallo, nella penisola iberica e in Sicilia, e arrivarono infine a Malta. Lì Belzoni era conosciuto come esperto d'idraulica, e un emissario del viceré d'Egitto lo invitò a proporre una macchina idraulica di sua invenzione.

Idraulica e giovane Memnone

L'Egitto era diventato di moda con la spedizione di Napoleone del 1798, che aveva portato con sé una commissione scientifica: i suoi risultati confluirono nei nove volumi di testo e negli undici di tavole della «Descrizione dell'Egitto», completata nel 1822. Ai francesi, sconfitti, toccò lasciare agli inglesi la stele di Rosetta, che vent'anni dopo servì a Champollion per decifrare i geroglifici. Il Louvre di Parigi e il British Museum di Londra si disputavano i reperti egizi: il pascià d'Egitto, Mehemet Alì, li lasciava raccogliere con permessi detti «firmani», concessi soprattutto ai consoli generali in cambio del loro aiuto alla modernizzazione del paese.

Ad Alessandria Belzoni arrivò nel 1815, insieme alla moglie e al domestico. In città c'era la peste, e prima dell'udienza dal pascià visitò le piramidi di Giza: la vista fu «di una bellezza tale che la penna tenterebbe invano di poter descrivere», scrisse. Una scudisciata di un soldato turco lo costrinse a rimandare la presentazione. La sua macchina era azionata da animali e, con un sistema di ruote e corde, doveva prelevare l'acqua dal fiume e distribuirla sui campi. Quando venne il giorno della prova, a Subra, presso il Cairo, non funzionò: con il solo aiuto di un bue avrebbe dovuto compiere un lavoro per cui ne servivano quattro, e James si infortunò. Il pascià decise di lasciar perdere.

Belzoni si trovò in un paese sconosciuto, con la famiglia a carico, e il primo anno lo passò a coltivare conoscenze: Bernardino Drovetti, piemontese, ex console francese ed ex ufficiale napoleonico, appassionato ricercatore di antichità, e soprattutto l'orientalista svizzero Johannes Ludwig Burckhardt, che si era fatto chiamare Sheik Ibrahim ibn Abdallah per conoscere meglio gli usi degli arabi e i luoghi sacri dell'islam.

Burckhardt lo presentò al nuovo console generale inglese Henry Salt, già viaggiatore in India, a Ceylon e in Abissinia, che cercava qualcuno per un'impresa mai riuscita a nessuno: portare via dal Ramesseo, a Tebe, un grande busto di granito per il British Museum. Il busto era chiamato il «giovane Memnone», o Ozimandyas da Diodoro Siculo; non si potevano ancora decifrare i geroglifici, e solo in seguito si seppe che raffigurava Ramesse II. Burckhardt consigliò di farne omaggio al principe reggente d'Inghilterra, ma per Mehemet Alì era impensabile che un principe apprezzasse in regalo un blocco di pietra.

Salt scrisse di lui: «È infaticabile e molto diligente in tutte le sue operazioni. A tutte queste doti bisogna infine aggiungere un'intelligenza brillantissima». Belzoni ricevette l'incarico il 28 giugno 1816 e partì il 30 giugno. Il busto pesava oltre 7 tonnellate e stava a circa 3 chilometri dal fiume. Con poche leve, funi di fibra di palma, una barella costruita dal falegname che si era portato da Alessandria e il lavoro di decine di uomini, in 14 giorni lo portò fino alla barca. Il busto è al British Museum.

Nelle sue annotazioni si chiedeva con quali tecniche gli antichi egizi avessero costruito quei monumenti: sono fra i primi appunti così dettagliati per misure e disegni. Nel settembre del 1816 Belzoni prese anche possesso, per conto di Salt, di un obelisco di sette metri nell'isola di File.

Abu Simbel e la tomba di Seti I

Nel secondo viaggio in Alto Egitto, dal 20 febbraio al 21 dicembre 1817, Belzoni tornò al grande tempio rupestre di Abu Simbel, in Nubia, che Burckhardt aveva scoperto solo quattro anni prima: era quasi tutto coperto dalla sabbia. Con lui c'erano William Beechey, segretario del console, il mercante greco D'Athanasi e Giovanni Finati, un ferrarese islamizzato, come interprete.

In giugno arrivò Sarah, che si installò nella parte alta del tempio di Iside, a File, e scrisse le sue note di viaggio, respingendo i soprusi dei berberi nubiani. Il primo agosto Belzoni riuscì a entrare nel tempio: «avemmo il piacere di essere i primi a discendere nel più bello e più vasto sotterraneo della Nubia, ed esaminare un monumento che può pareggiarsi ai più belli monumenti d'Egitto». All'interno faceva più di 50 gradi, tanto che le mani sudate bagnavano i fogli. Non c'erano i tesori di cui parlavano le leggende del luogo.

Alla fine di settembre tornò nella Valle dei Re, che allora si chiamava Valle delle Porte. La zona di Tebe era stata divisa fra francesi e inglesi, e lui sondava il terreno palmo a palmo, facendo rilievi e annotando e disegnando nel taccuino: cercava le anomalie che rivelano una porta nascosta. Così individuò almeno quattro tombe. Già nel primo viaggio aveva trovato quella del faraone Ay, successore di Tutankhamon, senza mummia; ora scoprì la tomba del principe Mentuherkhepshef, con otto mummie, e una piccola tomba di Ramesse I, dipinta con cura, che custodiva due mummie, molti ushabti, cioè statuette votive per i defunti, e una figura scolpita nel legno di sicomoro.

Nell'ottobre del 1817 fece la scoperta più importante: la tomba di Seti I, figlio di Ramesse I e padre di Ramesse II, che regnò fra il 1294 e il 1279 a.C. L'ingresso stava a circa sei metri sotto terra, sotto il letto di un torrentello, e Belzoni lo trovò notando nella parete rocciosa un cumulo di calcare, che copriva una parete di pietre. All'interno si scende per oltre cento metri fra corridoi, scale, pozzi, pareti finte e sale dipinte a colori; era la più grande, lunga e decorata delle tombe della valle, e per allora quasi intatta. Belzoni l'attribuì a Psammetico; gli egittologi la chiamano «tomba Belzoni». Nessuna scoperta di tombe la superò fino al 1922, l'anno in cui Howard Carter entrò nella tomba di Tutankhamon.

Nella sala funeraria trovò un sarcofago d'alabastro, senza coperchio e senza la mummia del faraone, che i sacerdoti avevano portato a Deir el Bahari, dove un nascondiglio fu scoperto solo nel 1881. «Ponendo un lume dietro alla parete di esso appariva trasparente; e dentro e fuori era coperto di rilievi», scrisse. Con il medico e disegnatore senese Alessandro Ricci, Belzoni copiò le pitture e fece i calchi di più di ottocento rilievi. Il British Museum rifiutò il sarcofago, in un periodo di austerità, e dopo la morte di Belzoni lo acquistò per 2000 sterline sir John Soane, che lo mise nel suo museo privato londinese: i soldi andarono a Salt e nulla a Sarah.

Chefren, Berenice e i francesi

Tornato al Cairo, Belzoni volle cercare l'ingresso della piramide di Chefren, che allora si credeva solida e priva di camera funeraria. Confrontandola con la piramide di Cheope, notò che sul lato nord l'ammasso di pietre era poco consistente. Dopo un tentativo di scavo senza frutto, con un'ottantina di operai assunti con discrezione, il 2 marzo 1818 trovò l'accesso al cunicolo che portava alla camera: il tunnel era di 37 metri, e la camera aveva il sarcofago vuoto. Qualcuno era già entrato prima di lui; Belzoni incise sulla pietra: «Scoperta da G. Belzoni. 2. mar. 1818.». La scoperta fece più scalpore di ogni altra in Europa; a Londra coniarono medaglie con il busto di Belzoni da un lato e la piramide dall'altro.

Nello stesso 1818 Sarah, vestita da uomo turco e con James, compì un viaggio in Terrasanta, e a Gerusalemme riuscì a entrare nella moschea di Al Aqsa, vietata agli infedeli e alle donne; il suo racconto fu pubblicato in appendice al libro del marito. Belzoni intanto lavorava al terzo viaggio in Alto Egitto, dal 28 aprile 1818 al febbraio 1819. A Tebe Salt e Drovetti si erano spartiti le zone di ricerca, e Belzoni lavorò in un terreno abbandonato. Qui, fra l'altro, rinvenne alcune statue della dea Sekhmet.

Il 16 settembre 1818 partì con una carovana per il mar Rosso, in cerca di Berenice, l'antica città fondata da Tolomeo II Filadelfo. Il francese Cailliaud l'aveva collocata più a nord, ma Belzoni non era convinto, e l'8 ottobre raggiunse la «vera Pompei egizia», dove trovò anche un piccolo tempio quasi sepolto dalla sabbia, come l'interno delle case. Poi recuperò l'obelisco di File, per conto di sir William Bankes, che offrì di pagare le spese: era caduto in acqua, e lui lo tirò su calando blocchi, con lunghe leve e con palombari che lo puntellavano; poi lo fece superare la prima cataratta con funi tenute dalle sponde.

All'inizio Drovetti si era mostrato ben disposto, fino a lasciargli il grande sarcofago di Ramesse III, che giaceva in una caverna di Gurnah, all'imbocco della Valle dei Re; ma i successi di Belzoni inviperirono lui e il suo gruppo. Il domestico di Belzoni fu malmenato, lui subì una violenta aggressione verbale e fu sparato un colpo d'arma da fuoco, forse per intimidirlo; Sarah scrisse che avevano tentato di assassinarlo. Il processo intentato ad Alessandria dal viceconsole inglese Lee finì in una commedia: il consolato francese si dichiarò non abilitato a procedere, perché gli accusati erano piemontesi.

Il 27 gennaio 1819 Belzoni lasciò Tebe per il Cairo e poi per Rosetta, dove lo aspettavano i reperti e le riproduzioni della grande tomba, fra cui il coperchio del sarcofago di Ramesse III: finì al museo universitario di Cambridge, mentre il sarcofago, per altre vie, andò al Louvre. Il 20 aprile 1819 compì un'ultima esplorazione nel Fayum e nel deserto occidentale, fino al lago di Meride, e raggiunse l'oasi di Baharija, che prese per quella di Siwa, molto più a ovest.

Libro, mostra e ultimo viaggio

A metà settembre del 1819 Belzoni s'imbarcò con Sarah per Londra, passando per Venezia e Padova. Nel dicembre rivide la sua città, la madre e i parenti, lontani da vent'anni: Padova lo accolse con feste, articoli di giornale e molti componimenti in suo onore, e le autorità gli promisero una medaglia commemorativa. Affittò una casa a Monselice per i parenti, perché la madre godesse di buone arie e frequentasse i bagni di Battaglia Terme, e provò a cedere tre mummie al museo di medicina dell'Università, ma l'accordo, già firmato, fu bloccato dal governo di Vienna.

Entro il 1820 era pronto il suo libro, «Viaggi in Egitto e Nubia», con 44 tavole di disegni colorati: ebbe subito molte ristampe e traduzioni in francese, in tedesco e in fiammingo, e nel 1825-26 in italiano con Sonzogno. In Inghilterra Belzoni divenne amico del principe Augusto Federico, che lo ammise nella sua loggia massonica, e frequentò l'editore John Murray, il giornalista Cyrus Redding e scrittori come Walter Scott, Thomas Campbell e Isaac D'Israeli.

Nel 1821, con William Bullock, allestì all'Egyptian Hall di Piccadilly la prima grande mostra sull'antico Egitto, con la ricostruzione di stanze della tomba di Seti I. L'Egyptian Hall era già egizio da dieci anni, e Bullock voleva trasformare il palazzo in qualcosa a metà fra museo, circo e teatro. Davanti a una folla che faticava a entrare, Belzoni sezionò una mummia. La mostra si trasferì a Parigi l'anno dopo, quando Champollion annunciò di avere decifrato i geroglifici. Anche lo zar Alessandro I lo accolse con grandi onori, durante un viaggio di Belzoni nel nord Europa.

Poi partì per l'Africa occidentale per conto dell'Associazione Africana di Londra, che voleva conoscere il corso del Niger e raggiungere Timbuctù. In Marocco si congedò da Sarah; il sultano lo dissuase dall'attraversare la catena dell'Atlante, per i rischi dovuti alle tribù in guerra, e Belzoni decise di partire dal golfo di Guinea, dove c'erano empori inglesi. Morì di dissenteria il 3 dicembre 1823, a 45 anni, a Gwato, in Nigeria: un compagno inglese, il signor Houston, lo fece seppellire sotto un albero, e la tomba si è persa. Un console inglese raccolse dagli indigeni la voce che un capovillaggio lo avesse avvelenato, dopo che si era ammalato, per derubarlo.

Sarah si trasferì nel 1833 in Belgio, e visse nel ricordo del marito: collaborò con Giuseppe Mazzini e con il poeta trevigiano Francesco Dall'Ongaro, e morì a 87 anni nell'isola di Jersey, nel 1870, con una pensione del governo inglese.

Presto lo si accostò a scopritori come Cristoforo Colombo, Amerigo Vespucci e Marco Polo, e Belzoni fu ammirato e anche accusato di essere un avventuriero, per i metodi con cui operava. Per Howard Carter, Belzoni «è stato il personaggio più straordinario nella storia dell'egittologia». Secondo Silvio Curto, direttore del Museo Egizio di Torino, i suoi meriti furono tre: fece ricerca per la ricerca, considerò ogni monumento come documento nel suo contesto, e divulgò subito le proprie scoperte con riproduzioni e calchi in cera. Usava firmare i luoghi che scopriva, perché nessuno se ne prendesse il merito. Secondo la conservatrice del Museo Civico Archeologico di Padova, George Lucas inventò Indiana Jones a partire dalla lettura della sua autobiografia.

I luoghi di Belzoni a Padova

A Padova Belzoni restò sempre legato, e in città aveva la famiglia. Nel 1819 donò due statue in diorite di Sekhmet, la dea con la testa di leone, scelte fra le più belle che aveva trovato a Tebe; la lettera che accompagnava il dono è esposta accanto a loro. Aveva indicato come loro collocazione il Salone del Palazzo della Ragione, dove stettero fino al 1982, poi passarono al Museo agli Eremitani. La collezione egizia del Museo Civico Archeologico conta circa 200 reperti, dalla fase predinastica a quella copta, in due sale: una per Belzoni e una per il mondo funerario, con due sarcofagi colorati e un piccolo sarcofago di Osiride verdeggiante, di circa 40 cm, dove si metteva terra con dei semi che, innaffiati, germogliavano.

Nel Novecento arrivarono al museo, in dono dagli eredi di Belzoni, anche alcuni papiri aramaici: furono i primi a raggiungere l'Europa, e l'egittologa Edda Bresciani li tradusse subito. Il Progetto Egitto-Veneto, nato dalle università di Venezia e di Padova con la Regione, ha censito in tutto il Veneto il patrimonio egizio o egittizzante e lo ha schedato in una banca dati regionale; con la catalogazione dei 200 pezzi il museo ha rivisto in parte l'allestimento delle due sale e ha portato in vetrina alcuni pezzi prima nei magazzini.

Fuori dal centro, in via Belzoni 42, c'è la sua casa, ricordata solo da una targa. Nel 1827, con un'orazione commemorativa dell'abate Giuseppe Barbieri, la città lo ricordò con un medaglione di marmo di Rinaldo Rinaldi, collocato sopra la porta est del Salone. L'architetto Giuseppe Jappelli, amico di Belzoni, lo ricordò con la Sala Egizia del Caffè Pedrocchi. La città sperò a lungo di dedicargli un monumento pubblico, che non è mai stato costruito; e nel delta del Mississippi sorge Belzoni City, una cittadina fondata da Alvarez Fisk, un americano di origine ispanica che ammirava moltissimo il padovano.

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Dove si trova
Padova (PD)