Nell'appendice delle Stones of Venice John Ruskin dedica un'analisi dettagliata ai gridi con cui i gondolieri si avvisano agli angoli dei canali: Premì per la barca che gira a destra, Stalì per quella che gira a sinistra, sciar per fermarla coi remi.
Un'appendice delle Stones of Venice
Nessun simbolo evoca Venezia più in fretta del gondoliere che voga, scivola sulle acque silenziose e riempie l'aria ferma dei suoi gridi e dei suoi canti. Nella letteratura inglese e americana sulla città quella figura ha fatto molti mestieri: vetturino pagato a ora o a giornata, complice volenteroso di storie d'amore clandestine, servitore in livrea di famiglie importanti, guida piena di inventiva per i turisti curiosi. E la sua voce, più ancora della sua immagine, aveva preso radice nei libri.
Le Stones of Venice non si occupano molto della dimensione sonora della città, ma un capitolo dell'appendice è dedicato a quei gridi che tutti trascuravano. «La maggior parte delle persone conosce bene l'aspetto generale della gondola veneziana», scrive Ruskin, «ma pochi si sono presi la pena di capire i gridi di avvertimento lanciati dai suoi barcaioli, benché quei gridi siano particolarmente caratteristici e facciano grande impressione su chi arriva da fuori». Il contesto pratico è preciso: due gondolieri che si avvicinano alla curva di un canale e devono stabilire da che parte incrociarsi per non urtarsi.
Premi-é, Ah Premi
Di solito la gondola è vogata da un uomo solo, in piedi a poppa, col remo appoggiato alla fórcola, un legno ricurvo come un ramo d'albero fissato sul lato destro della barca. Fra due rematori «Premi» è l'ordine di spingere il remo in avanti senza il colpo di ritorno, così che la prua giri a sinistra; «Stali» chiede invece il colpo di ritorno verso l'alto, che la porta a destra.
La regola nasce da un fatto di distanze. Si presume che la barca che dà l'avviso sia più vicina alla curva di quella che lo riceve e risponde, e che abbia quindi meno tempo per frenare o per cambiare rotta: perciò il vantaggio della curva è sempre concesso alla barca che avvisa. Se quella barca sta per girare a destra, e terrà quindi il proprio fianco destro verso quella che incontra, il grido è Premi, dato due volte.
La prima, appena può essere sentito oltre l'angolo, è prolungato e forte, coll'accento sulla e e un'altra e fortemente accentata aggiunta come una specie di domanda: «Premi-é». La seconda arriva nell'istante della virata: «Ah Premi», coll'accento secco sulla i finale. Di qui, spiega Ruskin, l'idea confusa del viaggiatore che Stali voglia dire «a sinistra» e Premi «a destra», quando le due parole significano l'esatto contrario: un chiarimento che, come si vedrà poi, non bastò a convincere chi scrisse dopo di lui.
Stali-é, e lo sciar dei remi
Se invece la barca che avvisa sta per girare a sinistra, passerà col suo fianco sinistro accanto a quella che incontra, e il grido di avvertimento è «Stali-é, Ah Stalì». Lo stesso richiamo torna nel capitolo d'apertura delle Stones, dentro una descrizione del «pavimento verde» dell'acqua e della «strana curva» del Rialto, «graziosa come un arco appena teso», sotto la quale l'«Ah! Stalì» del gondoliere che voga risuona drammaticamente, aggiungendosi all'illusione e al fascino visionario della scena.
Ruskin riconosce che per governare una gondola servono diversi altri gridi, e il più notevole è sciar: l'ordine all'altro gondoliere di fermare la barca sul posto coi remi, con un effetto che somiglia molto a quello di fermare un cavallo in corsa tirandolo sulle zampe posteriori. Su quei tre richiami l'autore Monckton Milnes costruì un breve componimento, «The Venetian Serenade», in cui il gondoliere fa da intermediario fra due innamorati: la ragazza si illude quando sente «sto arrivando — Stalì — ma non sai per chi»; si dispera quando il grido cambia in «sto passando — Premì — ma non passo per te»; e alla fine le viene promesso il giorno in cui sentirà «sto arrivando — Sciàr — e per te e verso di te».
Gridi rochi e lugubri, la notte
Non tutti ne traevano piacere. Chi arrivò a Venezia per la prima volta di notte ricordò quelle altre barche scure e funeree che gli passavano accanto, e i gondolieri che si avvertivano a ogni svolta con gridi rochi e lugubri; a disagio in un ambiente sconosciuto, innervosito dalla fama veneziana di bravi e di pugnalate inattese, non riuscì a liberarsi di un'ansia vaga in quei passaggi stretti e solitari, fra il silenzio, il buio e le pause inspiegabili dei barcaioli.
Sentiti da distanza sicura e in pieno giorno quei gridi restavano comunque un fastidio: nel racconto «Lady Tal» il protagonista, chiuso in casa sulla Riva, li mette per primi nella lista dei rumori che gli distraggono il cervello e gli indeboliscono la volontà — e il grido del gondoliere, scrive, era «tanto più inquietante per la sua relativa rarità», perché annunciava una collisione imminente.
Già prima, in un frammento del poema «The Gondola» di Samuel Rogers, due innamorati in gita per i canali sentono un liuto a una finestra e poi la voce di un gondoliere solitario che declama il Tasso: nessuno gli risponde, e quando tace lascia nell'orecchio del protagonista qualcosa che somiglia alla voce morente di Venezia. Anche lì, girando l'angolo di qualche vecchia scuola o ospedale, l'uomo in piedi sopra la lanterna di prua grida il suo avviso — «affretta o rallenta» — benché nessuno stia arrivando, nessuno sia vicino.
Quel libro, Italy: A Poem, ha una parte in questa storia: una sua prima edizione fu regalata a un giovanissimo Ruskin da un amico di famiglia, e lui scrisse che aveva determinato «l'intera direzione delle energie della mia vita» — più per le illustrazioni di Turner, a dire il vero, che per i versi.
Oi!, il fischio e il corno del Tristan
I gondolieri non gridavano solo per avvertire le barche in arrivo: gridavano anche per attirare l'attenzione, e gli affari, dei clienti. Sul loro numero esatto nei secoli passati i resoconti non concordano, ma si contavano a migliaia, e trovarne uno era facile agli stazi dove si radunavano: a chi arrivava a Venezia nel 1669 si spiegava che bastava chiamare «Gondola» e ne vedevi subito uno spingere verso di te, proprio come si gridava «Coach at London or Paris». Lo squilibrio fra turisti e gondolieri ha poi rovesciato le parti: è il «Gondola! Gondola!» dei gondolieri a seguirti lungo le rive, come il sacrestano che ti tira per la manica per riportarti in chiesa a guardare le tele del Tintoretto coll'attenzione che secondo lui meritano.
Anche il parlare fra barche si è semplificato. L'interpretazione ingombrante di Premi e Stali, che Ruskin aveva cercato con tanta fatica di dipanare, è diventata superflua e ha lasciato il posto ad avvertimenti brevissimi, fatti di sole vocali, dove l'unica variante sembra essere la vocale che ciascuno preferisce.
C'è chi i vecchi richiami riuscì ancora a sentirli, ma intanto il gondoliere ordinario aveva preso a gridare soltanto «Oi!», e quello più moderno si portava le dita ai denti per un fischio rauco ma efficace; di quelle grida è stato scritto che somigliano al verso di un uccello marino anziano e disfatto dal mondo. In un'altra trascrizione il richiamo suona quasi come un grido di battaglia, «Oy-aa!», lanciato all'incrocio come avvertimento agli altri barcaioli. Erano parole così radicate che durante gli oscuramenti delle due guerre mondiali uscirono dall'acqua: anche i pedoni le adottarono, e le cantavano agli angoli di calle più pericolosi.
C'è infine un'eco che è finita in musica. Richard Wagner, che aveva abitato a Ca' Giustiniani, sul canale maggiore, pensava che il lungo richiamo dei gondolieri gli avesse forse suggerito il lamento del corno del pastore all'inizio del terzo atto del Tristan.
