Nella Biblioteca Capitolare di Verona si conserva l'Indovinello veronese: due righe dell'VIII-IX secolo, sul margine di un libro di preghiere, con buoi, un prato bianco e un seme nero. La soluzione è la scrittura, e il testo è ritenuto uno dei primi del volgare.
Le due righe nel libro di preghiere
Il codice LXXXIX della Biblioteca Capitolare è un orazionale mozarabico, un libro di preghiere liturgiche. In alto sulla facciata anteriore (il recto) del terzo foglio, una mano che la scrittura rivela veronese scrisse su due righe una dozzina di parole, seguite su una terza riga da una formula di ringraziamento in latino: «Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus», ti ringraziamo, Dio onnipotente ed eterno. Le prime due righe dicono: «Se pareba boves, alba pratalia araba, et albo versorio teneba, et negro semen seminaba», cioè: guidava avanti i buoi, arava bianchi campi, reggeva un bianco aratro e gettava nei solchi una semente nera.
Il codice venuto dalla Spagna
L'orazionale era stato scritto in Spagna, forse a Tarragona, agli inizi dell'VIII secolo, nella scrittura minuscola visigotica. Molto probabilmente era uno dei manoscritti messi in salvo fuori dalla Spagna quando, nel 711, gli Arabi conquistarono il regno di Toledo. Passò poi per la Sardegna, dove sul primo foglio lo firmò Sergio, visdomino della Chiesa di Cagliari. Passò anche per Pisa: lo dice una nota di Maurizio, «canevarius» del re Liutprando, datata al ventesimo anno del suo regno, cioè il 731-732. Arrivò a Verona entro la fine dello stesso secolo. Nel 1924 Luigi Schiaparelli, paleografo e storico, studiò la provenienza del codice e segnalò per primo agli studiosi le righe della mano veronese.
La studentessa di Bologna e la soluzione
Nello stesso 1924 i filologi Nino Tamassia e Michele Scherillo lessero quelle righe come quattro versi di una «cantilena georgica», un canto del lavoro dei campi, e il filologo Giulio Bertoni confermò con la geografia linguistica l'origine veronese del testo: fra i tratti tipici del dialetto veneto ci sono la parola versorio, che nell'indovinello è l'aratro, e i verbi all'imperfetto in -eba, come pareba e teneba.
A capire che si trattava di un indovinello fu, nel 1926, una studentessa del primo anno di lettere dell'Università di Bologna, Liana Calza, di Fidenza, che allora si chiamava Borgo San Donnino. Il suo professore, Vincenzo De Bartholomaeis, aveva parlato in classe della scoperta; lei gli disse che quei versi le ricordavano un indovinello di quando era bambina, con il prato bianco e il seme nero. «La giovane», scrisse il professore, «si mostrava tutta timorosa di aver detto una sciocchezza: ella invece aveva colto nettamente nel segno».
Nella soluzione i buoi sono le dita, il prato bianco è la pergamena, l'aratro bianco è la penna d'oca, il seme nero è l'inchiostro. Nei buoi De Bartholomaeis aveva visto gli occhi, e solo in seguito si arrivò alle dita. Liana Calza superò l'esame con lui e si laureò nel 1930, discutendo una tesi dedicata alla poesia realistica delle origini.
Lo scriba veronese e il volgare
Il testo non è più del tutto latino: i verbi hanno perso la -t finale, albo, versorio e negro finiscono in -o invece che in -um, e parare, nel senso di spingere avanti i buoi, è un modo di dire del parlare contadino dell'Italia del nord. Il versorio, o versor, è propriamente il pezzo dell'aratro che sminuzza le zolle aperte dal vomere, e nel Veneto il termine è sopravvissuto a lungo.
Per i filologi Rajna e Monteverdi il testo è schiettamente volgare, e Monteverdi, invece dei quattro versi, ci lesse due esametri ritmici, come quelli dei carmi latini dell'epoca longobarda; per Viscardi è «il più antico documento dell'uso di un volgare italiano nella scrittura». Lo studioso Pighi mostrò che negli stessi anni, nel 796, a Verona i «Versus de Verona», un componimento ritmico sulla città, imitavano un ritmo in lode di Milano del 739 con un latino molto più vicino alla lingua parlata; per lui anche l'Indovinello era scritto in «latino romanzo».
Non tutti sono d'accordo con questi studiosi: per altri filologi il testo conserva caratteri del tardo latino, e solo nel X secolo, con il Placito capuano e i placiti cassinesi, si ebbe una scrittura libera dal latino.
Pascoli e gli enigmi dei chierici
L'immagine del prato bianco e del seme nero stava già negli enigmi dei chierici dell'VIII secolo, nei versi dell'anglosassone Aldelmo e del longobardo Paolo Diacono, e nelle note che gli scribi lasciavano sui codici: in un codice di Parigi, copiato da un originale fatto probabilmente nel 783 nello scriptorium di Sant'Aniano a Orléans, il chierico Radulfo ricordò ai lettori che scrivere è una fatica, perché cinque servi aravano e tre facevano i solchi. Lo studioso Roncaglia, nella «Storia della letteratura italiana» del 1970, vide nell'Indovinello proprio una nota di scriba, unita alla formula di ringraziamento che lo segue.
L'indovinello viveva anche fra il popolo romagnolo: il folclorista Carlo Piancastelli ne studiò le forme dal 1903, e ancora prima il poeta Pascoli ne aveva tratto, nelle «Myricae», la poesia «Il piccolo aratore», col verso «il campo è bianco, nera la sementa».
